lunedì, 18 febbraio 2008

 

L’indimenticabile ed indimenticato ex Sindaco di Roma, l’On.le Francesco Rutelli ha sciolto oggi la riserva e ha accettato la candidatura a Sindaco di Roma per le prossime elezioni comunali che si terranno ad Aprile.
 
Intanto, registro questo lessico, come dire ? accomodante…Ora si sciolgono le riserve.Come se costoro, altrimenti impegnati nelle varie professioni, considerassero poco più di un disturbo l’accettazione a ricoprire una qualsiasi carica pubblica. Ci concedono la grazia, in altri termini, in fondo in fondo, sembra lo facciano per noi, che siamo cosi insistenti.
 
Per quanto mi riguarda, ho ancora nelle ossa le ore passate, immobile, in auto, sul Grande Raccordo Anulare, grazie a costui. Vale la pena ricordare che se ti capita la sfiga che un CIO (Comitato Olimpico Internazionale) elegga la tua città come sede dei prossimi giochi Olimpici, questo avvenga con un preavviso di circa 8 anni. L’allora sindaco di Roma, brillò per il ritardo col quale predispose la città ad accogliere un affaruccio da niente come un Giubileo (quello del 2000).
Evidentemente a digiuno della notizia che quest’ultimo, pressoché da sempre, si celebra ogni venticinque anni.
 

Per i non romani, tutto questo dice poco. Medito, qualora la smemoratezza dei miei concittadini arrivi al punto di concedergli un’altra chances (alla faccia del masochismo), di vendere direttamente la macchina, privarmi di un’abitazione e trasferirmi, armi e bagagli, a Malta, dove peraltro il clima è mite e molto secco. E soprattutto, salvo il fatto che si guida a destra come in tutti gli ex-paesi del Commonwealth, di caritatevoli pressappochisti nemmeno l’ombra.

postato da: cletus alle ore 14:16 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 27 gennaio 2008
Linea 1 della Metropolitana, fermata Rovereto.
Dall'altra parte della banchina c'è un tale, o Tal dei Tali, seduto su una panchina. Si è tolto il sandalo e si sta toccando il piede sinistro poggiato sulla coscia destra. Il piede se lo manipola, ne gratta la pianta ne esplora gli spazi tra le dita. Fa pulizia. Lo osservo, seduto su una panchina dall'altra parte.

Guardo dritto verso di lui e dico ad alta voce in napoletano:

Ma non ti fa schifo, eh, non fai cerimonie.

Lui continua la sua operazione di pulizia. E io gli dico ancora:

Sai che bello quando incontri un amico e gli stringi la mano per salutarlo.

Lui mi guarda, sente qualcosa ma non capisce, evidentemente.

E io: pensa un po con i sandali quante schifezze ti passano sotto i piedi.

Mi guarda di nuovo e intento stacca qualcosa dal piede, forse pelle morta.

E io concludo: buona salute, ora sarai soddisfatto.

Poi, mentre sta arrivando la metropolitana, lo vedo darsi dei colpetti affettuosi sul piede, ripulirlo e infilarlo nel sandalo lasciato per terra.
Sono andato via, diretto al concerto di Gian Maria Testa convinto che l'Universo sia pieno di minuscoli pezzetti di pelle di piede. Una sensazione molto sssssgradevole.
postato da: melpunk66 alle ore 12:08 | Permalink | commenti
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venerdì, 25 gennaio 2008

All’incrocio c’è la pantera della stradale con una preda fra le fauci. Mi fermo allo stop, con religioso scrupolo, e osservo.
L’incrocio in questione è di quelli strategici, più centro che periferia, ma nel cuore della città sembra improbabile che possano verificarsi grosse mancanze da parte degli automobilisti. Il traffico congestionato limita le follie di piloti in delirio di onnipotenza.
In questo punto tuttavia ci sono una pista ciclabile, a ostacoli, un senso di marcia obbligato, segnalato da una freccia bianca in campo azzurro nel tempo diventata invisibile agli esseri umani, una rotatoria che sembra stare antipatica ai più e che quindi viene di regola snobbata, e un passaggio a livello per trenini fantasma transitanti per gli stessi binari delle auto nelle ore di punta. Non bastasse, nel quartiere dimora stancamente la sede dell’azienda sanitaria locale, uffici e ambulatori. L’umanità sofferente e affaccendata ogni giorno si reca all’appuntamento con una burocrazia che, nel tentativo di essere generosa, spesso è solo kafkiana.
Insomma, volendo, qualcuno un’occasione di peccare, automobilisticamente parlando, la potrebbe sempre trovare.
Mica io, ovvio, che sono così distinta e ligia a regole e regolamenti. Dicevo per gli altri.

La pattuglia ha fermato un giovane dai capelli tinti di giallo oro, lo vedo ancora seduto, imbambolato al posto di guida nella sua macchinona grigia. Basette lunghe, scura barba incolta. In effetti non ha l’aria molto raccomandabile, ma questo non vuol dire. Non si condanna a priori qualcuno solo per l’apparenza. Io almeno, che sono una brava persona, non lo faccio.
Però… quella faccia è inquietante.
Cosa mai avrà combinato?
Magari avrà svoltato contromano, è il vizietto di quasi tutti quelli che escono dall’incrocio che sto attraversando ora. Perché mai, si chiede chiunque, andare a ruotare attorno alla rotatoria, che in realtà è fatta apposta per ruotare solo che, uffa, è tanto più in là del crocevia? Lo prescrive il medico che per svoltare a sinistra devo prima andare a destra, fare un girotondo e poi tornare sui miei passi come un ubriaco che abbia smarrito la via?
Ma forse il ragazzo è solo straniero. L’occhio di falco dei nostri tutori della legge lo ha identificato come tale, e ora vuole accertarsi che non sia un pericolo pubblico per gli onesti cittadini come noi. Come me. 
Non sarà sbronzo?... no, sono appena le 10 del mattino. O forse sì? Magari dalla sera prima?
Non lo posso sapere e in fondo non m’interessa, sono cavoli suoi.
Per conto mio sono una cittadina e automobilista modello, ossequiosa della legge come pochi.
Ho la cintura di sicurezza allacciata anche se si procede a passo di formica. Ora faccio il mio bravo girotondo intorno alla rotatoria, stando attenta a mettere tutte le frecce giuste che manco un indiano, e a dare le precedenze a sinistra che poi chissà perché prima t’insegnano di darla a destra, e finalmente m’immetto sul viale alla ricerca del parcheggio.

Sono fortunata, nonostante l’ora intensa di posti liberi sulla strada ce ne sono in quantità. Certo, sono a scadenza oraria, per carità, chi dice niente, è giusto, è una zona molto trafficata. Ci sono anche quelli a pagamento, ma insomma, oggi non è che mi vada di ingrassare le casse del Comune. Ultimamente ho frequentato gli uffici sanitari tante di quelle volte, e ho sempre pagato più del dovuto, che non c’indovino mai sul tempo, che se per una volta approfitto del disco orario, cosa vuoi che sia. Non evado mica le tasse.

Ecco, qui è ok, non sarà vicinissimo alla sede, ma una passeggiata in questa bella mattina di sole mi farà bene. Eseguo alla perfezione una splendida manovra in retromarcia, che non si direbbe essere il mio punto debole nella guida, e parcheggio esattamente dentro le strisce legittime. Regolo il disco, ho un’ora di tempo. Sono le 10,15,  ma i quarti d’ora, chissà perché, non sono previsti. Regola vuole che debba conteggiare i 15 minuti appena trascorsi, quelli in cui io non c’ero, come se invece fossi arrivata alle 10.
E perché?
Già questo tempo è tiranno, ci vuole altro che un quarto d’ora in meno per farmi ringiovanire. Disinvolta, giro il disco sulle 10,30. Sono ligia al dovere, sono un’onesta residente. Ma quando ci vuole ci vuole.

Appena più in là la vigilessa vigila. Mi sento tranquilla e protetta. Il crimine qui non può averla vinta sulla brava gente, angeli in divisa vegliano su di noi.

Nell’ufficio va per le lunghe. Come già detto, Kafka, buonanima, qui ci sguazzerebbe, mentre noi c’impantaniamo e basta. Tuttavia, in qualche modo tutto procede. Ci sono anche funzionari gentili, gli stessi che fino a ieri erano iene oggi sono agnelli. Chi non crede alle reincarnazioni sbaglia di grosso.
L’agnello in questione però è un po’ pigro, se la prende comoda. Ma la sua docilità oggi mi affascina  e non penso alle conseguenze. Pazienza se è quasi ora di pranzo, poverino, anche lui ha il suo da fare. E io sono  a posto con la coscienza, in regola con tutte le mie cosine e con il parcheggio. Bè, l’orario è un po’ scaduto, ma solo un po’, suvvia.

Quando, alla fine, esco, vedo che la vigilessa è stata raggiunta da un collega in macchina. La sensazione di tranquillità si dirada leggermente, sostituita da una vaga inquietudine. Ma che ci fanno questi ancora qui, dopo più di un’ora? Ci sono tante altre strade da pattugliare, cittadini da difendere, incroci da sbrogliare…
Raggiungo la mia auto, la trovo addobbata come un albero di natale. Un tagliandino giallo e un bollettino postale per decorazione, però assai anacronistica: il natale era un mese fa.
Occavolo!!!
Una multa a me, integerrima e onesta come sono, con tutte le mie cosine a posto, come si diceva, e le tasse pagate, io che non passo mai con il rosso, forse col giallo ma rispettosamente, io che mi fermo alle strisce pedonali e non per raccogliere i suddetti pedoni e i loro stracci che intralciano il cammino, io che rispetto i limiti di velocità soprattutto se loro rispettano me e non sono troppo assurdi.
Insomma, proprio a me una multa?!!
Il mio orologio segna un’ora terribile: le 11,50. Sono fuori dallo stabilito di 20 minuti. Ma non è stata colpa mia, la colpa è dell’agnello che era una iena ma si è travestito da agnello per fare impunemente i suoi comodi. Quella scarna mezz’ora di ritardo è solo per colpa sua e della sua pigrizia. E il lungo percorso dall’ufficio maledetto fino al parcheggio, dove lo mettiamo?, non ho mica le ali, in compenso ho le gambe corte e il passo lento da sfilata.

 Ah, la vigilessa vigilante mi capirà se glielo spiego, lo so. Fra donne ci s’intende. Le mostrerò anche la mia fedina penale pulita e immacolata, che tanto ancora nessuno mi ha presa in flagranza di reato. Come pure avrà la sua importanza il mio aspetto pulito e curato, il tailleur di marca, il piumino rigonfio, i capelli freschi di parrucchiera. Mica come il biondo di prima, inquietante era dir poco con la faccia sospetta che si ritrovava e la capigliatura giallo oro.
Venti minuti di ritardo per una donna non sono la fine del mondo, è la prassi. Non la mia, no, che io sono sempre rigorosa e preferisco anticipare piuttosto che ritardare, tanto che sono arrivata così presto stamattina da disorientare pure il mio disco… ma dai, ci siamo capiti.

Signorina vigilessa, lei ha fatto più che il suo dovere, il cielo gliene renderà merito, ma guardi che io sono in un ritardo modesto e non per causa mia. Sa, l’agnello, la strada le ali, il rossetto in ascensore. Suvvia, lei mi comprende. Io sono una buona, non commetto reati di sorta, non di quelli grossi almeno, che poi i peccati veniali, siamo donne di mondo, ce li concediamo, ma non è che si multano. Sa, signorina vigilante….

La signorina vigilante parla un’altra lingua e ha un altro orologio. Alla fine comprendo i suoi vaneggiamenti. Mi sta dicendo che in quel tratto di strada il permesso di sosta è di 30 minuti, non di un’ora.

L’allocco mi somiglia molto in questo momento. Occhi sbarrati, un tantino increduli, becco rapace, artigli pronti a ferire… ma sono una persona irreprensibile, di fronte all’evidenza ritiro tutto, ripongo gli artigli e il tagliandino giallo, dove c’è scritto che l’imperturbabile vigilante ha emesso il suddetto alle ore 11,30, quando già ero in torto di oltre mezz’ora. Figuriamoci, ora ne è passata un’altra mezza. Ripongo anche la mia figuraccia del cavolo, insieme al bollettino postale che mi toglierà l’impiccio del pagamento in contanti al comando, ma quanto sono gentili loro.
Faccio dunque, come in precedenza, una retromarcia con tutti i crismi, anche se sono a piedi, più che altro perché le autorità ora sono due e uno è pure un maschio robusto. Con la signorina forse potevo vedermela a quattrocchi, oppure no, chissà se sono addestrate alle arti marziali quelle lì della polizia municipale. Io invece sono solo una povera contribuente distratta, però la legge non ammette ignoranza e quindi devo pagare.
Pagherò.
Come sempre.
Sono gli innocenti che pagano e i ladri sono a spasso. Non è mica un luogo comune, no, è la verità.

Salgo sulla utilitaria umiliata da una multa più grande di lei (quanto spazio vuoi che occupi, una scatoletta così, per un’ora in più o in meno, poi, che diamine…). Faccio inversione a U con una manovra azzardatissima, taglio la strada a camioncini sorpresi e biciclette sputate dalla ciclabile, e filo via offesa con la giustizia.

Su una curva poco più in là è appostata felina (felina?) la gazzella dei carabinieri. Un’altra pattuglia di persecutori che si guadagna il pane a scapito della gente perbene. Con un marameo virtuale ma furioso sul serio gli passo davanti a 95 km/h, anche se il limite è di quasi la metà, e la curva la percorro su due ruote, quelle di destra. Poi pigio l’acceleratore, c’è il rettilineo, l’utilitaria non mi tradirà.
Limite di 50 km orari, dossi artificiali, attraversamenti pedonali, non guardo più niente. Non vale la pena faticare per essere onesti per poi essere fregati alla prima sciocchezza che nemmeno un prete vorrebbe ascoltare in confessionale. Una vita improntata ad una rettitudine pressoché esagerata, ora rovinata per sempre. Tanto vale strafare!

Sul rettilineo lungo circa 800 metri sfioro i 120 all’ora, l’utilitaria sta per avere un infarto, ma vola, schiva lo schivabile, non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno all’ennesima pattuglia, ancora polizia municipale!, appostata alla fine del quasi chilometro di libertà illusoria, prima della curva successiva, che prendo come prendo, felice  e beata.

Penso che avrei dovuto farlo prima, penso alla faccia della vigilessa vigilante che credeva di avermi fregato, e rido, mentre il coro delle sirene di Ulisse mi raggiunge da dietro, sempre più vicino.

Sempre più vicino.

 

 

 

 

postato da: ramona1 alle ore 19:48 | Permalink | commenti
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domenica, 11 novembre 2007
postato da: cletus alle ore 18:30 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 25 luglio 2007

Era una mattina d’estate, bella e luminosa. Un sabato, per la precisione. Mattina presto, ma già si preannunciava il caldo. Non bastava quella nuvoletta bianca nell’azzurro splendente a garantire il fresco nelle ore a venire o un po’ di pioggia, da molti invocata per raffreddare le temperature medie stagionali, in netto rialzo.
Era la mattina ideale per andare in bicicletta.
Partenza prestissimo, con un amico, poi via dai viali inquinati del centro urbano.
“Prendiamo la statale che fa un po’ da cintura a questa Signora delle Dolomiti.” Così aveva proposto, probabilmente, il dottore all’amico, e lui di certo sarà stato subito d’accordo. O forse sarà stato il contrario, chissà. Poco importa. Erano partiti, in bici, di buonumore.
La statale forse era un po’ pericolosa per le biciclette, le macchine lì di solito vanno via ben oltre il limite concesso, ma era sabato, con un po’ di fortuna il traffico avrebbe potuto non essere intenso, e poi … la strada è larga, stando in parte, a destra e in fila indiana, cosa vuoi che ci capiti? Dopo tutto abbiamo il casco, no?

Risate.
Voglia di vivere.
Voglia di sentire il proprio corpo vivo e forte, impegnato nello sport.
A poco più di 50 anni, oggi, si è ancora giovanotti. Si hanno ancora tante energie dentro. Si è belli fuori.
Il dottore era anche bello anche dentro. Il sorriso non dimenticava mai di accompagnarlo. Sembrava nato per fare il medico dei bambini, con tutta quella dolcezza che faceva sognare anche le mamme…

Pedalava e rideva, il dottore, quella mattina di sabato. Di certo, quanto meno, sorrideva e scherzava, perché lo faceva sempre. Lui era così.
Accanto ai due amici già sfrecciavano i mezzi motorizzati, pesanti e non pesanti, tanti, pochi, non si sa… non era previsto un censimento, quel sabato.
Quattro ruote almeno per volta e un gran casino per ognuno di quei mezzi che passando accanto ai ciclisti li avvolgeva in un turbinio di polvere.
 
Da compatire.
Cosa ne sapevano quegli esseri amorfi chiamati autisti, poveracci, della bellezza di due ruote mosse solo dalla volontà e dalla tenacia, senza alcun tipo di inquinamento? Niente gas, niente rumore, solo silenzioso e biologico sudore della fronte. E tutto il tempo per guardare le vette, maestose e splendide, pulite come appena lavate, tirate a lucido come spose il giorno delle nozze. Uno, al volante, non può concedersi questi lussi, a meno che non sia imbottigliato in una colonna infernale, ma allora è così compresso di rabbia ulcerosa che nemmeno i miracoli della natura lo possono consolare…
Sulla bici sì che si può.
Si ha tutto il tempo per guardarsi intorno.
Anche per vedere d’un tratto un mostro a quattro ruote, proveniente dall’altra corsia, cambiare rotta deciso e puntarti addosso.
Sicuro che l’avevano visto il mostro, il dottore e il suo amico. Forse hanno avuto anche il tempo di dirsi : “Guarda questo qui, cosa sta facendo?!…”
E dopo tempo non c’è più stato.

SBAMM!!

Due birilli colpiti in pieno al bowling.
Che rumore fa la palla contro il birillo?

Un colpo durissimo. Schianto di lamiere e di ossa.
E con meraviglia, subito dopo,  il dottore scopriva di saper volare.

Lo stupore uccideva il suo sorriso, mentre dell’atterraggio, ancora più violento, non si accorgeva neppure, povero birillo scomposto.
Volava oltre il guard-rail, senza le ali, ma insieme alla bici. E mentre questa si fermava sull’albero come un bizzarro uccello di metallo, lui, impreparato, sorpreso di andare così in alto per poi precipitare immediatamente, atterrava di testa, e quella parte così delicata che regge il filo della vita si spezzava, ramo secco travolto dall’incuria umana.
Toccava il suolo, il dottore dei bambini, e il suo sé di luce riprendeva nello stesso istante il volo, verso qualsiasi destinazione  avesse voluto la sua fede.

Era sempre una bella mattina di un sabato di luglio, ma d’improvviso l’aria tersa si colorava di rosso. E di morte.

Erano giorni che alla tv la cronaca registrava incidenti su strade che grondavano sangue. Per colpa di alcool, droga e incoscienza. Di certo anche il dottore aveva commentato quei fatti disgraziati con la famiglia, gli amici, i figli poco più che adolescenti. Come medico dei bambini di sicuro sarà rimasto sconvolto dalla tragedia dei tre piccoli falciati non per disgrazia, ma per colpa. E come loro tanti altri.
Quei giorni era tutto un fiorire, dal nord al sud del Paese, di notizie del genere. Un macabro rosario di nomi cancellati, privati di un futuro da chi con leggerezza cancellava il proprio con l’abuso, vuoi di ectasy, vuoi di cocaina, vuoi di superalcolici, vuoi di …merda da inghiottire!!
Perché perdere la dignità di sé è un affare personale, ma NON se ti metti al volante, straccio che a quel punto di umano non hai più niente, e NON se scambi la strada per una pista di bowling.
In strada non si deve fare strike.
In strada gli altri li devi evitare, non centrarli tutti come in un videogioco.
Chi ne ammazza di più vince.
Vince il rimorso eterno. Almeno spero.

Il dottore non avrebbe mai immaginato che sarebbe stato lui il prossimo protagonista della cronaca nera. Come avrebbe potuto credere di incontrare sulla sua strada, quella statale così larga e ora maledetta, ancora vivibile alle 7 di mattina, due ragazze ubriache dalla notte passata nei locali da sballo, così strafatte da non capire che la loro auto stava invadendo la corsia opposta? E cosa avrebbe detto sapendo in seguito che quella di loro che era alla guida era pure senza patente perché già ritirata dopo un’altra sbronza?

Lui, anima gentile, potendo farlo, avrebbe detto solo “poverina, quella ragazza”, avrebbe fatto solo un cenno tra la compassione e il rimprovero, ma non avrebbe mai giudicato. E avrebbe, ancora una volta, sorriso a quella vita che ora non ha più.

Dottore, spero solo che la tua bici sia venuta con te, a farti compagnia su strade senza confini e senza idioti al volante.


postato da: ramona1 alle ore 11:51 | Permalink | commenti (5)
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domenica, 17 giugno 2007

Dalla prima lettera di San P. agli avignonesi:

 

(tratto originale dall'home page dell'assesorato alla mobilita' Regione Lazio):

 

no comment.

postato da: cletus alle ore 08:55 | Permalink | commenti
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sabato, 09 giugno 2007

Audio pubblicato da orfeonostalgico
Audio pubblicato da orfeonostalgico

Un ottimo sottofondo sonoro per sublimare il tratto Aurelia-Salaria (corsia interna) del Grande Raccordo Anulare.

postato da: cletus alle ore 11:13 | Permalink | commenti
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martedì, 19 dicembre 2006

Ingrano la prima.

 

La prima marcia è quella che serve per partire, lo sanno tutti. E’ indispensabile, senza non si va avanti, e nemmeno di traverso. Solo indietro.

Sei stanco, demotivato, davanti ad un bivio o ad uno stop. Se rimanessi lì, fermo, smarrito, con il motore in panne, nella tua immobilità saresti fritto. Morto.

Movimento invece è sinonimo di vita e salute, chi si ferma è perduto, e non soltanto perché lo dice un proverbio. Sarà per questo che per ogni fermata c’è una ripartenza.

Se hai un incidente di percorso, sconfitto, affranto, vorresti seppellirti lì dove ti trovi. Spegnere i motori, lasciarti andare all’oblio. Ma non puoi e lo sai. Del tutto automaticamente, senza averne quasi coscienza, finisce che ingrani la prima.  Rilasci la frizione, premi appena l’acceleratore, o magari lasci fare alla potenza del mezzo. L’importante è mollare il freno. Ecco, questo è fondamentale. Togliere i freni, ma ricordarsi di quelli d’emergenza... Perché in certi casi una tirata di freno a mano fa solo bene. Quando stai per esagerare, quando stai per slittare, quando stai per perdere il controllo della tua vita. Cioè in extremis.

Tira il freno a mano. A volte conta.

Ma poi, mollalo.

Ingrana la prima.

E riparti.

Sempre avanti, guardando a destra e a sinistra, lontano e appena accanto a te.

La prima marcia è quella della partenza, la più lenta e la più decisa. Perché sì, ci vuole sempre una certa decisione ad usarla. Altrimenti che fai, resti lì, fermo ad un palo che ignora la tua esistenza?  Bisogna andare oltre. La prima marcia non ha bisogno di tanti incoraggiamenti, con un minimo imput sfrutta la forza del motore e va, sempre e comunque. Ogni volta a segnare la via, a incoraggiare, a spingere in avanti la carretta. Che, altrimenti, quanto pesante sarebbe!

Ora non tirare troppo, la prima è fatta per riflettere, per scaldare il motore, per convincere tutte le altre marce. Se le tiri il collo, tutto il trabiccolo si lamenta e borbotta e magari urla. Piano. Fai piano. Ok, ci sei.

 

Ingrano la seconda.

 

La seconda marcia è quella della ragione. Venendo appresso alla prima capisce subito cosa c’è da fare. E’ proprio riflessiva, calma. In fondo mica ti puoi sempre permettere di avere fretta. Certo, per andare si va, come no. La seconda è la marcia che ti permette di tirare il fiato, almeno per un istante, dopo la fatica della fatale decisione (partire o non partire?). E ti permette di pensare a quello che vuoi fare subito dopo. Se vuoi aumentare la velocità, parcheggiare, svoltare a destra o a sinistra. Fermarti. Hai tutto il tempo per pensare. E al contempo sai che una decisione la devi prendere. Come la prima marcia, anche la seconda non ha  molta pazienza, o capacità illimitate. E’ una marcia di transizione, che ti porta verso altre, inevitabili scelte. Sei costretto a scegliere.

 

Ingrano la terza.

 

Ah, sei in passeggiata! La terza ti consente di gustarti il paesaggio, urbano o no. Non ha grosse pretese, ma ti regala una relativa tranquillità. E’ una giornata senza scosse e senza nuvole, senza avvenimenti, senza attese. Ti offre solo un suggerimento: prima o poi le cose cambiano. Oh, sì. E allora o tornerai a lumachizzare fraternizzando con la seconda riflessiva, oppure acquisterai grinta e decisione incontrando la prossima marcia. Un po’ ti dispiace, è bello guardarsi intorno, giocare con le vie della città (della vita) da giuggerelloni. E’ uno scacciapensieri. Tuttavia, sai anche questo, e non te lo hanno insegnato solo alla scuola guida, non si può restare sempre in terza. Forse ora non ci credi, non ti sembra, ma prima o poi ti verrà voglia di partire in quarta.

 

Ingrano la quarta.

 

E la quarta ti regala libertà e velocità. Accidenti, via dai pensieri. A testa bassa, non esiste altro traffico che te e la tua grinta. La tua rabbia. L’adrenalina non ti fa vedere gli ostacoli. O forse nemmeno ce ne sono, di ostacoli, la via è sgombra se ti è concesso di usare la quarta. E vedi sfrecciare ombre indefinite, ma i contorni sono ancora piuttosto netti. Ti ricordano che c’è il mondo intorno a te. E ci sono dei limiti anche alla velocità. Ma chi se ne impippa! Tu riconosci il richiamo della velocità e vuoi farglielo vedere, al mondo, di cosa sei capace. Senti che hai ancora una possibilità di accelerare, il pedale a tavoletta incita il tuo orgoglio a fare di più. Di più. Sempre di più. Oltre i limiti delle tue possibilità. Vuoi volare. E cambi ancora una volta la marcia.

 

Ingrano la quinta.

 

E ora sì che voli. Con la massima tranquillità, perché il tuo mezzo è solo uno strumento docile fra le tue mani. Quello che conta sei tu, che osi, osi ancora. E la tua vita è fra le tue mani e questo ti fa sentire un semidio. Sei su un’autostrada dritta dritta, dove se c’è un limite alla velocità tu te ne freghi. Perché bisogna buttarsi sempre e comunque nelle imprese, nelle scelte, nei rischi. Se non rischi non avrai mai soddisfazione. E vai, tocchi i 200 km/h e li superi, il tuo bolide ha il cuore generoso come il tuo. Vento nei capelli, profili sempre più sfumati, quasi inesistenti, velocità pura… Sogna, sogna di volare, sogna che se vuoi davvero una cosa la puoi realizzare, gli ostacoli non ti fanno paura. Non lo troverai un muro a fermarti, né il pilastro di un cavalcavia, né ci sarà qualcuno a frapporsi fra te e il tuo sogno.

Pigi l’acceleratore, sai che puoi, devi farcela.

Tanto, se dovessi cambiare idea, se le cose della vita mutassero, se tu stesso ti trasformassi in qualcosa d’altro e nuovo, avresti ancora una possibilità.

 

Puoi ingranare la retromarcia.

postato da: ramona1 alle ore 18:33 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 29 novembre 2006

cielo di pechino

Ho "rubato" questa foto dal fotoblog di Giulio Mozzi, che si chiama "sotto i cieli d'Italia". La foto, recita la didascalia, è stata scattata a Pechino. Quindi sarebbe più corretto dire, "sotto i cieli della Cina". In ogni caso, questa foto, attualmente è diventata lo sfondo del mio desktop.

Ed è diventata anche il pretesto per questa cosa:

Sotto il cielo di Pechino.

Sono seduto sulla panchina del Parco delle Rimembranze. Non mi piace allagare nei ricordi, tuttavia. Voci di bimbi che corrono e di mamme cinesi che li chiamano con nomi che sembrano estratti da uno di quei cartoni animati che danno alla tele verso l'ora di pranzo.

Il cielo, se cosi si può chiamare, è grigio. Un grigio tendente al marrone. Dicono che questa sia una delle città più inquinate del pianeta, e a giudicare da ciò che rimane nel fazzoletto, quando mi soffio il naso, c'è da crederci.

Guardo in alto, rari gli uccelli che volteggiano. Volteggiano come a Pratica di mare, stessi svolazzi, stesse rapide picchiate, stesso fuggire secondo traettoie indistinguibili se non in un alchemico condensato di geometria. Un festival di linee, si aggruppano, si separano per brevi momenti, per poi, al culmine di virate mozzafiato, ricongiungersi e caratterizzarsi come uno stormo collaudato.

Non fa freddo, non fa caldo. Fa. Guardo questo palo. L'intreccio dei suoi fili, messi su in fasi successive. Penso al coagulo di parole che portano, come se dei milioni di parole, discorsi, dialoghi, ne restasse una piccola traccia a contaminare l'aere intorno. I destini di amori, transazioni, amicizie, giocati nel gomitolo indistricabile di cavi, avvolti da un gigante pazzo, intorno ad un palo, tendente al cielo.

E intuisco la vacuità del tutto, la commistione fra l'astratto e questo succedaneo del reale, spietato, che è il palo. Un qualcosa che svetta da terra, ma che a terra ricongiunge. L'elemento aereo dell'altezza dei cavi, con quello altrettanto alto dell'immaginare che tipo di discorsi siano transitati lassù.

Le cose non sono mai come ci sembrano, e il cervello, quando vuole, sa ingannare come il miglior baro. Ma il cuore no.
E io ti amo, Jimjang.

postato da: cletus alle ore 11:40 | Permalink | commenti
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mercoledì, 18 ottobre 2006

Fino all'ultimo momento non ero sicuro di fare questa vacanza.
Prima doveva venire mio nipote insieme con me, ma ha dato forfait due giorni prima della partenza: è in crisi perchè la sua ragazza l'ha mollato, poi sono venuti dei dubbi anche a me, relativi all'opportunità di fare questa vacanza da solo. 
A Nizza il treno arriva con molta calma, perdo la coincidenza e telefono all'albergo di Avignone per avvertire del gran ritardo; loro mi rispondono - dei gran signori, non c'è che dire - che non mi possono tenere la camera che avevo prenotato.  Telefono all'ufficio del turismo di Avignone, e dopo alcuni tentativi - è il nove agosto - trovo un altro hotel vicino alla stazione. Arrivo ad Avignone alle dieci di sera invece che alle sette, con la sacca portabici appresso - un coso nero enorme che non entrava nello scompartimento e destava la curiosità degli altri passeggeri - e tre borse. Telefono a Laura, mia moglie, è estremamente agitata e non si sente bene, tanto che non so se domattina sarà meglio tornare a casa. Passo la notte insonne. Stamani è tranquilla, l'indisposizione era stata una nube passeggera, e così alle dieci e mezzo del mattino del mattino finisco di montare la bici e gli zaini sulla bici, e mi dirigo verso il Mont Ventoux, la vacanza in Provenza ha inizio. Anche se i dubbi non si sono ancora dissolti del tutto. 
L'uscita dalla città di Avignone non è dei migliori auspici: non ho alternative alla strada D942, non è altro che una superstrada a quattro corsie. Per fortuna c'è una striscia di asfalto - non la chiamerei corsia di emergenza, si monterebbe la testa - che mi permette di non sentire gli specchietti laterali destri delle auto in assetto da gran premio sul mio orecchio sinistro. Questa storia continua per venti chilometri fino a Monteux, dove esco e trovo una strada più umana. Mi fermo per un caffè, un succo di frutta, e un'occhiata alla cartina. La giornata è serena, ma tira vento(comincio a capire il significato oscuro di un paio di indicazioni che avevo notato: Hotel Mistral, avenue du mistral), un vento fresco.
Una volta attraversata Carpentras, la strada si fa leggermente più tortuosa e comincia a salire, ma poco. Il paesaggio è collinare - ricorda un po' la parte interna della Toscana - con vigneti ed olivi, costellati di cipressi, qualche casa colonica con l'edera sul muro. All'orizzonte vedo per la prima volta la cima del mont Ventoux: è bianca, e da questa distanza potrebbe essere scambiata per neve, ma il calore del sole mi riporta prontamente alla realtà dell'estate.
Altre due ore di bicicletta su strada costantemente fotogenica, poi la strada si fa un pochino più ripida prima di arrivare   alla base del monte. Ho percorso quarantanove chilometri, sono le due, e mi trovo a Malaucene, un paesino a 340 metri sul livello del mare. Faccio un giretto dentro il centro storico del paese, munito di porta medievale e viuzze in saliscendi, con case colorate come in un quadro naif. Mi fermo per mangiare un panino - si fa per dire, una baguette lunga mezzo metro con jambon e fromage - che non riesco a finire, l'avanzo lo metto nello zaino, così come un succo di frutta e due borracce d'acqua, e riparto. Sono le tre.
Il paesaggio ben presto si trasforma da collinare a montano, con pini, abeti, faggi e larici. Un cartello turistico mi ricorda che mancano ventun chilometri alla sommità, alta 1909 metri slm. Il primo tratto di salita non è arduo ma, tanto per vedere la bottiglia mezza vuota, una pendenza inferiore alla pendenza media dell'intero percorso (7,5%) è una specie di cambiale che si deve pagare prima della cima. Cerco di concentrarmi sul presente, sulla singola pedalata, sul panorama che la montagna mi offre istante per istante.
Mi solleva pensare che Francesco Petrarca nel 1336 è passato di qui, a piedi. Insomma, forse non è una questione meramente sportiva venire da queste parti. Forse pensava a Donna Laura. Qui il pensiero diventa selettivo, si sofferma sull'essenza, su ciò che ritieni importante nella vita, non c'è spazio per le cianfrusaglie. C'è un silenzio quasi imbarazzante, almeno all'inizio, e mi viene da pensare che è un silenzio antico, modificato di poco nel corso del tempo. Poi pian piano mi abituo, anzi, mi lascio cullare da questa totale assenza di suoni, a parte l'affanno del mio respiro. Il silenzio si arricchisce di solitudine, ormai Malaucene è un ricordo di viaggio, il prossimo centro abitato è distante più di trenta chilometri. Il viaggio procede con gran lentezza, sono le cinque, ho percorso solo dieci chilometri e mi trovo a mille metri di altezza.
Mi fermo, e guardo il panorama che si apre alla mia sinistra, verso nord: intravedo tre dorsali di catene montuose abbastanza lontane, che si perdono quasi all'orizzonte, quasi nel mezzo della Francia e boschi, boschi, boschi. Telefono a Sault per avvertire l'albergo che arriverò molto tardi, menomale che questi non fanno storie. Rimonto in bici, la pedalata di avvio è piuttosto dura. Una pietra miliare mi informa che il prossimo chilometro avrà una pendenza media del 10,5%. Dopo un paio di tornanti la strada, in effetti, si irripidisce di colpo. Il mio affanno aumenta, le gambe non girano.
Mi fermo di nuovo. Bevo il succo di frutta, bevo l'acqua. Dopo qualche minuto riparto. Comincio a fare quelle stupide serpentine che ti attenuano la pendenza, ma che ti raddoppiano la lunghezza del percorso.
Mi fermo ancora. Decido che ripartirò quando le pulsazioni cardiache scenderanno sotto le cento al minuto. Mi metto supino a guardare il cielo, steso tra i sassi del ciglio della strada. Passa una macchina, si ferma, e una signora mi chiede se ho bisogno di aiuto. Faccio dei rassicuranti cenni di no - non so il francese, e non ho la lucidità necessaria per organizzare una risposta in inglese, ammesso che la signora lo capisca - e sfoggio un sorriso a trentadue denti, la macchina riparte.
Mi metto a fare qualche foto, altri cinque minuti e sono a 100 pulsazioni, riparto.
La fatica non mi abbandona, ma perlomeno mi muovo, ce la faccio a muovermi.
Perché non giro la bici e torno a Malaucene?
Non me la sento.
Che devo dimostrare?
Che ce la posso fare.
A fare cosa?
A farcela.
A fare cosa, prego?
A farcela.
No, questa non è una risposta. E' come quando fai notare ad una persona un difetto, o qualcosa che non va, e ti risponde: "Io sono fatto così".
La pietra miliare successiva intanto mi conforta con un 8%. 
Devo dimostrare che ce la posso fare a percorrere questa salita.
E poi?
Niente. La salita, la strada è un concetto etereo, specie quando non la condividi. "La strada insieme" suona meglio. "Ha fatto tanta strada", è un concetto troppo individualista, e inoltre non ha fatto niente, non è che abbia costruito una strada con massicciata e asfalto e vernice; e come metafora è francamente un po' logora. La sto facendo troppo pallosa, in fondo è una salita, nient'altro.
Se mi fermerò ancora, se non ce la farò, potrò tornare a Malaucene, girerò la bici e farò la discesa, un'allegra discesa. Bisogna però avere il coraggio di non farcela.
Oppure potrei raccontare che ce l'ho fatta, tanto chi mi vede? Non vedo nessuno, non parlo con nessuno, nessuno mi vede e mi sente. Non esisto. Solo alberi, e il vento che ogni tanto mi parla. Vorrei fare una cosa al di sopra delle mie possibilità. "...Penso a delusioni, a grandi imprese, a una tailandeeese ma l'impresa eccezionale, dammi retta è essere normale...". Normale, sì. Pensai a questa canzone anche molti anni fa, a Bologna, "... gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino..." e io ce la feci a perdermi, caro Lucio. Anche in quel caso volevo compiere un'impresa eccezionale. Vedevo già il titolo sul giornale: "Si perde a Bologna, e non è di Berlino."
Altro chilometro, intanto. Il pensiero delirante in qualche modo mi aiuta a sentire meno la fatica.
Mi aspettano altri due chilometri al 10%. Mi fermo e finisco di mangiare il panino, acqua.
Finita l'acqua.
Sono al quattordicesimo chilometro, sono le sei. Il mio contachilometri sulla bici, a tratti segna 0, perchè sotto i cinque chilometri all'ora non si sforza di dirti la velocità istantanea. Forse non vuole farti rimanere male, forse i contachilometri hanno una grande sensibilità. E' come se mi parlasse con un gran tatto e mi dicesse: "Senti, non te lo vorrei proprio dire, ma... stai andando a 4,2 chilometri l'ora, meglio che non lo scriva. Amici come prima?" La salita si addolcisce un po', e riesco a guardare anche il panorama. Solo abeti, poi si apre una radura. C'è uno spiazzo erboso, e dopo la curva c'è un bar ristorante con dei tavolini fuori.
Non mi sembra vero.
Entro e chiedo due succhi d'arancia, una bottigliona d'acqua. Mi siedo ad un tavolino fuori in un deserto di vento, tipo nel film "Bagdad Cafè", non so da dove cominciare, poi mi aggrappo al succo, che finisco in un fiat. Poi mi aggrappo al secondo succo, vedi sopra. Poi bevo un po' d'acqua e col resto riempio le borracce.
Intanto arriva un tipo in bici dall'alto, un deus ex machina che si ferma e  mi saluta. Parliamo in inglese, mi dice che viene proprio da lassù, e sta tornando a Malaucene, mi assicura che gli ultimi cinque chilometri non sono terribili, la notizia mi rallegra di molto.
Lui viene dalla Scozia, io dall'Italia.
Bene.
Poi mi dice che non è bene fare questa salita con tutte questi zaini. Lo guardo incredulo mentre indica i miei zaini, non c'è possibilità di sbagliarsi. Non è come in mongolfiera, mi verrebbe da dire, non posso buttare via magliette e pantaloni per alleggerirmi. Poichè non so come si dica mongolfiera in inglese, gli rispondo che ci penserò per il prossimo viaggio, poi mi limito ad allargare le braccia e ringraziarlo, anche se non so di cosa. A non sapere bene una lingua, spesso si fa la figura da deficiente.
Rimonto in bici, sto un po' meglio, e riparto. Sono le sei e quaranta. Una pietra miliare mi saluta con un 10,9%. Mando mentalmente affanculo lo scozzese, ma forse non voleva scoraggiarmi, proprio come non lo voleva il contachilometri. Ma ormai mancano cinque chilometri, non posso mollare.
"Non puoi mollare" me lo diceva il mio allenatore, quando avevo quindici anni. Era un rompicoglioni che in parte mi ha oscurato la freschezza di quel bellissimo periodo. Quando non andavo agli allenamenti mi telefonava a casa. E poi con qualsiasi condizione climatica facevo i miei bravi sei allenamenti di corsa a settimana(nell'anno della quinta liceo ne facevo otto). E quando c'era la seduta di tecnica(miglioramento dello stile di corsa, per ottenere una corsa più efficace) era tutta una serie di urli:"Finisci le spinte delle gambe" " Non stare col culo basso" "Non atterrare di tallone" e altri ancora. E io coglione, li in silenzio. NOn serve a niente stare in silenzio. Ho imparato a controllarmi.
Ma questo significa tenere le proprie emozioni dentro. Ed è una cazzata.
In cambio avevo il riconoscimento altrui perchè correvo forte. Ed è una cazzata anche questa. Ero così insicuro che avevo bisogno di riconoscimenti ufficiali, di piazzamenti. Che palle.  
Qui però sono solo, è diverso.
Dopo un chilometro di rancore, la vegetazione si dirada, alzo la testa e riesco a vedere la cima del monte dove hanno piazzato una stazione metereologica con la forma e i colori di un faro, non è poi male.
La pendenza si attenua un po' e dopo qualche centinaio di metri non c'è più un filo d'erba, solo sassi bianchi di varie dimensioni.
Il vento è un po' più forte, adesso. Il vento è la causa di questa mancanza di vegetazione.
Non fosse per questo cielo turchese, di una tonalità così satura che sembra dipinto, direi che un paesaggio lunare me lo immagino proprio così.
Niente case, niente alberi, solo una serpentina d'asfalto che taglia una pietraia immensa.
Il faro si avvicina.
Mi fermo altre tre volte a prendere fiato.
Qualche tornante prima della vetta c'è anche una specie di gigantesco igloo color acciaio inox, forse un osservatorio astronomico, o forse gli alieni che hanno invaso la luna.
Arrivo finalmente in cima, prostrato e - forse stupidamente - soddisfatto. Sono le otto meno venti, per fortuna qui c'è una mezz'ora in più di luce rispetto alla Toscana, scendo con difficoltà dalla bici, in parte per gli zainetti, in parte per il vento. Appoggio la bici sulla roccia, ma viene sbatacchiata giù dal vento. Il tempo di infilare la giacca a vento, di bere un sorso e riparto per la lunga discesa di ventitrè chilometri.
Appena un chilometro più giù mi fermo per fare la foto alla lapide commemorativa di Tommie Simpson, un ciclista morto di infarto durante il tour de France del 1967. Qualche altro chilometro e comincia un fitto bosco, sto battendo i denti dal freddo.
Alle nove e un quarto arrivo a Sault, mi fiondo in albergo, alle dieci esco per scoprire che tutti i ristoranti del paese hanno già chiuso le cucine, i bar sono chiusi. Non mi resta che tornare in albergo e dare l'assalto ad un distributore automatico di merendine e bibite.
Fra i cinque snacks che mangio assegno la palma d'oro del miglior gusto al Kit-kat.
Sto per salire in camera, poi mi ricordo che è la notte di San Lorenzo. Esco, trovo una piazzetta isolata, mi stendo su un muretto, con cuffiette sottofondo di Coldplay, Fossati e Battiato.
Lo spettacolo comincia, il cielo stellato sopra di me.
Ci vuole una buona mezz'ora prima di vedere una virgola luminosa nel cielo, tanto non c'è fretta.
Non desidero altro che essere qui.
Ora.  

(Toni La Malfa)

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