Sono in strada da stamattina, per un motivo o per un altro, per commissioni, spese, visite, avvocati…e non ne posso più di avere a che fare con quella razza d’imbecilli che viene fuori con il maltempo, come le lumache con la pioggia. Non bastassero i miei casini.
Radio e tv ne parlavano già da giorni, in tutte le rubriche del meteo. Era prevista, questa perturbazione migrata dalla Russia, come pure che avrebbe portato il gelo del grande Nord anche in questo paese cosiddetto mediterraneo. Sì, era prevista, non è mica venuta fuori dal cilindro del cappellaio matto. Oltre tutto, si badi bene che le previsioni catastrofiche sono sempre azzeccate. Mica come quando ti dicono che domani torna il sereno e invece piove.
Orbene, uno degli insegnamenti che il mio ex mi ha lasciato dopo 20 anni di matrimonio (prima di fuggire da casa due mesi fa con la segretaria venticinquenne e oca, come nella soap più squallida), insieme a tutte le incombenze pratiche della gestione di una casa, è che quando arriva l’inverno, uno si aspetta che faccia freddo e quindi si attrezza: indossa vestiti più pesanti, cappotti, scarponi, guanti e sciarpa. Giusto? E cosa deve fare l’automobilista specie se del nord, in tal caso? Attrezzare anche la sua creatura e vestirla d’inverno: scarpe lamellari alle ruote e catene a bordo.
E’ quello che ho fatto io. Nonostante sia una donna del Sud trapiantata a Nord-est la vita a queste latitudini mi ha insegnato la sopravvivenza. O meglio, me lo ha insegnato il mio ex, con prediche infinite.
Poiché sono una femminuccia, con poche risorse fisiche, sono dovuta scendere a compromessi, nei limiti del concedibile, con quel maiale del benzinaio sotto casa, che da anni mi sbava dietro. Io gli ho concesso un sorriso, anche se volevo sputargli in entrambi gli occhi, e lui ha cambiato le gomme all’utilitaria, anche se voleva infilarmi la mano sotto la gonna. Era un compito spettante al mio ex, se non fosse stato un ex. Quello di attrezzare l’auto, intendo. Lo colga un po’ di aviaria, ovunque si trovi, visto che se la fa con un’oca: non poteva lasciarmi nella prossima primavera, evitandomi quindi la battaglia con le grane invernali?
Comunque pare che in questo momento tutti gli automobilisti disciplinati e previdenti siano migrati altrove e qui sono rimasti solo un pugno di disgraziati indigeni che credono di essere alle Maldive. Vale a dire che i loro pneumatici sono estivi, possibilmente anche lisci e consunti, e di catene neanche l’ombra (pensano che siano attrezzi sadomaso), così che ogni 50 metri, da questa mattina alle 8,00, non faccio che trovare uno di questi infelici messo di traverso. Poiché ora sono le 17, 00 ho reso l’idea, credo.
Tanto per dirne una. Poco fa, un po’ fuori del centro abitato, mi sono imbattuta in un auto mezza fuori e mezza dentro dalla carreggiata, e vicino ad essa dimorava una massa oscura che sembrava una creatura dei boschi, di quelle che incutono paura ai bimbi. Una figura che poi ho decifrato essere umana e che mi si è gettata sul cofano della macchina, approfittando della ridotta velocità. Prima e seconda, raramente la terza. Anche questo è un insegnamento dell’ex: qui non si scherza, le strade sono discese e salite tipo otto volante.
Il tizio insomma mi si aggrappa al finestrino e bussa. Abbasso un po’ il vetro, diffidente, e sbircio il volto paonazzo di grappa che mi si avvicina stralunato. Che il colore rubizzo non sia solo dovuto al freddo me lo conferma il sentore che invade l’abitacolo con il suo respiro.
“Ti, a tu le catene?” sbraita l’individuo nel dialetto del posto.
Certo che le ho. Che poi non so neanche lontanamente come usarle, è una faccenda che non lo riguarda e che non gli dico. Alla mia risposta affermativa comunque parte un lungo panegirico confuso, che dovrebbe spiegarmi come lui invece no, non ce le ha, e che cazzo, era appena andato a farsi un cicchetto al suo solito baretto, quello lassù in cima al colle e poi non si sa come, al ritorno la macchina gli si è impiantata lì così. Se gli davo le catene lui andava a casa e…
E ciao. Non sono di animo così caritatevole. Sono una signora ma non una deficiente. Gli ho detto gentilmente, ma mica tanto, di arrangiarsi e sono ripartita slittando, tra le proteste clacsonate di chi veniva dietro e ha rischiato, frenando, di raggiungere il beone nel suo fossato.
Non siamo all’Equatore. Siamo ai piedi delle Dolomiti. E passi per l’ubriaco, che quello anche d’estate di certo combina guai (ma chi è che gli da la patente? Dove sono i sottrattori di punti in questi casi?), ma, dico… e tutti gli altri?
Ho visto una Panda 4x4 in bilico su un altro fosso con le sole ruote di sinistra che tenevano sulla strada. Ma scherziamo? La pubblicità ti fa vedere che quelle Pandine vanno dappertutto, e costui non sa cavarsela nemmeno con un fosso di un metro, dove non avrebbe dovuto nemmeno arrivare se avesse saputo di avere la trazione integrale.
Incrocio il carro attrezzi. E non è il primo oggi. Penso che se fossi un uomo farei quel mestiere, quello di campare sulle imbecillaggini altrui. Oggi c’è chi farà affari d’oro. Non con me. Sulla strada prudenza: me lo diceva sempre il mio ex.
Due TIR che trasportano mucche sono finiti di traverso, creando un grosso impegno a squadre di vigili e poliziotti, che fanno del loro meglio per bloccare del tutto la viabilità, mentre gli autisti dei camion cercano di mettere le catene. Povere bestie. Sì, le mucche. Devono soffrire il freddo là dentro.
E pensare che qui la neve dovrebbe essere di casa, come la polvere lo è a casa mia di questi tempi in solitaria. Invece i più sono stati presi alla sprovvista e i mezzi sgombraneve sono andati nel pallone. L’emergenza è scattata solo verso mezzogiorno, a quanto pare, ma nel frattempo il nastro nero dell’asfalto si è reso irreperibile, nascosto da uno strato bianco di 15 cm almeno. Si viaggia a spanne, a intuito o con il navigatore satellitare. Lentamente.
E continua a nevicare. Sembra una tormenta polare.
Sono due ore che sto tentando di attraversare la città. Ora la marcia prediletta è la prima.Vorrei solamente tornare a casa, vale a dire dalla periferia sud della città devo recarmi nella periferia nord. In linea d’aria, meno di dieci minuti. Via terra, se avessi una slitta con i cani forse in mezz’ora me la caverei.
Guarda questa qui: povera donna, anziana e genotipo alzheimer se ne va bella bella nella bufera con la bicicletta, un po’ spingendola a mano, un po’ montata, e con l’ombrello aperto. Nemmeno al circo si vedono di queste cose, fosse pure quello sul ghiaccio. Difatti (sono una maga), eccola là, un capitombolo a gambe e mutande all’aria, tipo comica da buccia di banana. Lei, la bicicletta e l’ombrello, finiscono in mezzo alla strada, e per fortuna che si va piano, se no veniva pure investita. Poveraccia, si è fatta male, qualcuno chiama l’ambulanza, si forma un capannello di gente che lascia l’auto là dove si trova, per soccorrerla, intasando ancora di più l’ingorgo. Da lontano sento la sirena che arriva, l’ospedale non è lontano, ma nemmeno per un caso di vita o di morte si potrebbe districare il groviglio di auto.
I tergicristalli vanno a tutta forza ma un po’ a vuoto. La neve non è come la pioggia. E né una né l’altra sono il sereno del mio cielo del sud. Che ci sto a fare qui, al freddo, ora che sono un ex?
Oh, si va avanti. Più o meno. Dal centro commerciale si rovescia una fila interminabile di auto. Ma che c’è, hanno tutti paura di rimanere segregati da metri e metri di neve? Stanno facendo le scorte per l’inverno come gli scoiattoli? Sembra che gli abitanti del capoluogo si siano riversati tutti qui in contemporanea, e che debbano uscire dal parcheggio tutti adesso. S’intrufolano, i maledetti, nonostante debbano dare la precedenza, slittano, la macchina gli scivola e s’impiantano anche loro nel casino. Li odio. Odio tutti gli uomini, specie quelli al volante d’inverno che credono di essere Schumacher. E anche le femmine che non sanno guidare ma mentre lo fanno rispondono al cellulare e si controllano il rossetto mentre fuori nevica.
Ecco che arrivano i trattori per lo sgombero neve. Sono bloccati dal traffico, dalle auto abbandonate in ogni dove. Vorrei suggerire di infilzare qualche macchina messa nel posto sbagliato con le loro benne e far finta che sia neve. Oop, via nel mucchio.
Penso proprio come farebbe il mio ex, che cavolo... Ma non posso proprio fare a meno di farmelo venire in mente?… E’ già una pessima giornata anche senza il suo sgradevole ricordo. Il mio sistema nervoso è una corda di violino che cerco inutilmente di non tendere troppo.
Riaccendo lo stereo. Lo avevo già acceso e spento mille volte, da stamattina. Quando c’è casino non sopporto nemmeno la musica. Mi arriva un sms sul cellulare: “Ci vediamo stasera?”. Paolo. Un altro bavoso. No che non ci vediamo stasera. Se mai arriverò a casa, mi butterò esausta sul letto, sotto le coperte, e supplicherò tutti gli dei di far rinsavire gli automobilisti di montagna, che si riapproprino del buon senso, delle catene e della prudenza. In alternativa, potrebbero, questi dei, far tornare l’estate. O far comparire un principe azzurro. Ecco, anche dallo stereo arrivano le note strazianti di Masini che urla:”Ci vorrebbe il mare, per andarci a fondo, ora che mi lasci come un pacco per il mondo…….”
Concordo, accidenti, eccome! Ci vorrebbe il mare in questo istante disperato in cui lotto da sola tra la neve e gli imbottigliamenti, e ci vorrebbe il caldo, le palme e i gabbiani e un orizzonte blu e…
Porca…che botto! Avevo chiuso gli occhi, stavo sognando, è vero, ma non mi sono neanche mossa. Almeno così credevo. A giudicare dai fanalini di coda rotti alla BMW davanti a me non è andata proprio così. Io sognavo il mare, mi rilassavo a un sole che non c’era, ma per terra c’era quel maledetto viscidume nevoso. Ho perso il controllo dei pedali per un attimo d’illusione. E non solo: inspiegabilmente perdo anche il controllo dei nervi e mi metto a piangere. Soprattutto perché ora sono anch’io nella lista nera degli imbecilli imprudenti.
Il tamponato scende, mi viene incontro, mi vede in condizioni disumane e mi chiede se va tutto bene. E’ pure gentile, povero. Io farnetico che non ne posso più, e che prima la neve, poi l’ex, poi gli idioti, poi il mare, poi gli innumerevoli incidenti, poi il mio letto, e poi sempre il mare, e poi sempre la neve, e quell’infame di un ex, e poi il botto e che cazzo… Tutto ciò mentre fiocca ancora, i clacson impazzano, l’ingorgo diventa inestricabile. L’uomo mi alza la testa, lo guardo negli occhi e… Dio mio, ci vedo il mare, da blu che sono. Mi propone di bere qualcosa, io dico di sì. Le macchine restano lì, nel casino. Chi se ne frega. Anche i carri attrezzi devono campare, oggi.
Grande idea, Clè, quella degli incolonnati. Per onorare il tuo invito parto con una cosa scritta qualche mese fa, e con la promessa di contribuire, in futuro, solo con post freschi e pensati ad hoc
Forse.
Devotamente Tua.
LamaDiCorte
LO ZEN E L'ARTE DI POTARE I CIPRESSI
Stamattina c’è mancato poco che mi schiantassi su un TIR.
Quel fetente aveva invaso la mia corsia. Fortuna che non ho mai fretta di arrivare in ufficio. Del resto se tutti i santi giorni sei costretto ad interagire con i tuoi simili su lingue d’asfalto metropolitane è auspicabile farlo con una certa filosofia. E con tutta calma del mondo.
Dunque pensavo che nel contrastare i disturbi correlati dell’interazione (dis)umana, potrebbe essermi d’aiuto qualche disciplina marziale. Dovrei imparare a trasformare la rabbia in energia positiva. Poi magari tentare anche con l’apatia.
La mia collega, che ha fatto quasi tutto nella vita, dice che per riappropriarsi di sé il ju-jitsu, funziona un casino.
Siccome però non riesco a star dietro a quello che dice (lei è un tantino logorroica, io dislessica anche nell’ascoltare) ho deciso di documentarmi su internet.
L’intuizione che ha originato il ju-jitsu non mi sembra nulla di che. Pare che un tipo giapponese, durante un'abbondante nevicata, osservò come i rami di un salice, flettendosi, scaricavano senza danno un peso che tendeva invece a spezzare i rami più robusti. D’accordo, è la scoperta dell’acqua calda, ma potrei tentare: in definitiva sono già abbastanza allenata. Vegetale per vegetale mi faccio salice e via.
Navigando alla cieca, però ho finito con l’imbattermi su un altro sito. La disciplina stavolta è l’Aikido. Nella home tuonava un solenne
“La tua anima - questo vuoto tra te e te, là dove è la tua vera coscienza -
è il tuo artista interiore, il tuo pittore, il tuo scultore,
il tuo clown, il tuo danzatore, il tuo musicista, il tuo attore.
È lo spazio dell'emozione”.
Me cojoni, mi dico.... questa si che è una gran scoperta! Chi l’avrebbe mai detto che quello scansafatiche del mio artista interiore era andato a ficcarsi proprio lì, nell’intercapedine dei miei vuoti? Certi tipo capitano solo a me. Ora vado a stanarlo e gliene dico quattro. D’accordo, poi mi farò cipresso, no, salice. Ma prima gliene dico quattro.
Proseguendo nella ricerca su Google (sto già pensando di rimandare quella interiore a domani) apprendo inoltre che la pratica dell'aikido si differenzia da quella di altre arti marziali perchè ha come obiettivi l'unificazione di MENTE, CORPO e KI (energia) e la realizzazione dell'armonia tra questo KI individuale ed il KI universale. Ora il dubbio è sostanzialmente uno: a KI diavolo devo dar retta per primo. Ke faccio? Unifico i miei Ki o vado a scovare quel assenteista del mio danzatore? Indecisa sul da farsi proseguo nella navigazione.
Qualcosa inizia a non quadrarmi quando stremata e confusa approdo sulle pagine di un sito di Tai Chi Chuan. Penso tra me ... vuoi vedere che questo Chi Chuan è cugino dell’altro.... il Ki l’Aikido? Leggo. “Il Tai Chi Chuan, utilizzando tecniche di lentezza estrema nella ripetizione di movimenti precisi elastici (oddio..... come quelli della scuola dei salici ?) e leggeri, consentono lo svilupparsi della forza interiore, chiamata Chi (appunto, come quella del mio artista assenteista). Attraverso il Tai Chi Chuan il praticante può scoprire la sua natura essenziale. Questa scoperta avviene armonizzando il corpo, la mente e il cuore.
Lo sapevo, questi musi gialli sono riusciti a farmi incazzare come i camionisti sull’ardeatina.
Ma ‘ndo stanno tutte queste differenze tra una disciplina e l’altra? Il bello poi è che prendono le distanze anche tra di loro. Intendo dire ...proprio all’interno della stessa coalizione. Ogni maestro s'inventa una corrente “che si differenzia dalle altre per.........”
In conclusione dopo una giornata di ricerche ho capito che per trovare il mio equilibrio interiore devo fare quello che faccio già: concatenare i movimenti, agire con estrema lentezza, armonizzare corpo mente e cuore, caricarmi di energia positiva, abbassare il finestrino e sprigionare un sano vaffanculo.
Ora, i Maestri sono convinti che l’energia interiore possa contrapporsi alla forza muscolare. Io dico che se al tempo dei Samurai i camionisti andavano in risciò forse erano meno arroganti. E comunque sono consapevole che il mio KI individuale non impedirà a qualcuno di cambiarmi connotati con una cinquina, prima o poi.
Tra bufalo e locomotivaQuesto post l'avevo scritto un anno fa, di questi tempi, e pubblicato sul mio blog. A distanza di un anno lo trovo di una attualità disarmante. Lo ripropongo qui, visto il tema.
Immancabile calvario di prima e seconda…chilometri di lamiere gommate emittenti letali gas di scarico, su un nastro d'asfalto che qualche bizzarro urbanista ha eufemisticamente definito grande raccordo anulare.
In breve, l'anticamera dell'inferno, soprattutto in giornate come queste.
Bene, il tratto ardeatina appia tuscolana (carreggiata esterna) del GRA, alle 11 di mattina è una scuola di vita ! L'altra mattina…poco meno di un'ora per percorrere pochi chilometri e uscire a riveder le stelle di la dalla grande galleria.
Nel frattempo 15 gestanti, nei reparti ostetricia di tutt'Italia possono aver dato alla luce altrettante creature…qualcuna con parto gemellare, alla Camera possono esser stati appesi tot striscioni da bizzarri deputati che vengono da molto lontano, in borsa, fortune incalcolabili possono essersi frantumate e disciolte come neve al sole, in non so quante aule si appresta il presepe, o quanto meno l'albero di natale, qualcuno viene interrogato, qualcuno no, qualcuno è preparato, qualcuno no.
Dodicimilatrecentoventidue amplessi con conseguente raggiungimento del reciproco orgasmo possono esser stati consumati su e giù per tutto lo stivale, una cinquantina di vecchiette scippate della loro misera pensione, quarantaquattromilacentoventuno fax ed email spediti, di vario tenore, altre transazioni bancarie, altre compravendite di beni e merci, innumerevoli liti, sebbene fra poco sarà Natale e l'imperativo ci vorrebbe tutti più buoni, infatti molti degli stessi protagonisti delle azioni di cui sopra magari hanno elargito qualcosa a Telethon. Ecco, mentre tutto questo accadeva, io imperterrito, transitando nella mia scatoletta gommata a basse emissioni nocive (cosi recita il libretto d'istruzioni), ho percorso con rassegnata pigrizia qualche chilometro importante del raccordo in parola. Alla fine della coda…si palesa una delle scene più surreali cui abbia mai assistito. Uno slargo innaturale fra le macchine, la coda come di colpo diradata, a lato sulla corsia d'emergenza, ambulanze, vigili del fuoco, pattuglie della stradale, auto civili, tutte rigorosamente con le quattro frecce inserite, patetiche a segnalare…guardate ci siamo fermati qui perche' c'è stato un tot di casino…
La folla dei curiosi rallenta, contribuendo a rendere bibblici i tempi d'attesa per il deflusso della mega coda…In mezzo, un'auto francese, di color vomito d'ubriaco (di vino rosso…un vinaccia) tutta ammaccata. Per strada, circondato a debita distanza da un gruppetto di curiosi composto da uomini in divisa, e in borghese, allucinati dalla scena, un omone nero, gigantesco, vestito con colori impossibili, che, braccia levate al cielo, in ginocchio sulll'asfalto, implora chi sa chi con un trasporto considerevole. Tutti guardano in silenzio, costui intervalla le flessioni con frasi pronunciate ad alta voce, sconnesse o più semplicemente in una lingua sconosciuta. Dubito invocasse il dio del CID (constatazione amichevole di incidente). Ma chiunque fosse stato il destinatario di tanta dedita e stucchevole supplica non credo avrà saputo restare indifferente, se non altro al congruo numero di vaffanculo cui ho aggiunto anche i miei, sommessi.

Beh, ne sentivamo la mancanza ? Certo che no. Si sopravvive comunque. Intendo anche senza quest'ennesimo strampalato blog. Cosa ne ha favorito la nascita ? Una scommessa. E insieme una consapevolezza. Quale ? Quella che passiamo una porzione importante della nostra esistenza in movimento (si fa per dire) a bordo di mezzi di trasporto (auto, bus, metro), e che probabilmente questa porzione è anche molto consistente (sopratutto per chi ha la ventura di vivere nei grossi agglomerati urbani). Non solo, partendo da questo "tema", anche la volontà di interpretarlo come una "miniera narrativa", ossia lo spunto, irresistibile, per storie che si aprono e chiudono nel volgere di un ingorgo, in quegli attimi (eterni o brevissimi) in cui restiamo soli con noi stessi, tutt'al più in compagnia della radio, (cd, mangianastri, stazioni fm navigatori satellitari), o con qualcuno al telefono, per ingannare l'attesa e sperare che la coda sparisca e si riprenda a camminare. Ecco, in preda a deliri ansiogeni più o meno dominati, qui, le storie di un pugno di blogger che gettano, ognuno con la propria "focale" uno sguardo ironico, sofferto o divertito, sulla condizione di moderni, e un po schizzati, pendolari nell'Italia del secondo millennio.
Si comincia. Avanti il prossimo.