lunedì, 26 dicembre 2005
xmas in fila.jpg

Ricevo da Lina/Spettinata e volentieri pubblico, cogliendo l’occasione per augurarvi buone feste…



postato da: cabalandcabbages alle ore 18:09 | Permalink | commenti (4)
categoria:vignette in colonna
sabato, 24 dicembre 2005

Eccole lì, le vedo incolonnate, diligentemente in coda: forse banali, abusate, forse inutili, ma che stasera, a quest'ora, mentre i miei bimbi sono di là nei loro letti  che fremono d'impazienza per arrivare a domattina, vorrei proporvi:

Afrikaans: Geseënde Kersfees en 'n Gelukkige Nuwe Jaar
Albanese: Për Shumë Vjet Krishtlindjen dhe Gëzuar Vitin e Ri
Angolan: Onatale Uwa Ulima Uwa
Arabic: 'Id Miilaad Magiid wa-Sanah Sa'iidah
Armenian: Shenoraavor Nor Dari yev Pari Gaghand
Azeri-Azerbaijan: Tezze Iliniz Yahsi Olsun
Basque: Eguberri Zoriontsua Urte Berri Zoriontsua
Belarus: Viasolyh Sviat i schaslivaga Novaga Goda
Bengali: Shubha Baro Din o Naba Barsha
Bosnian: Sretan Bozic i blagoslovljena Nova Godina
Brasilian Portuguese: Feliz Natal e Feliz Ano Novo
Breton: Nedeleg Laouen na Bloavez Mad
Bulgarian: Tchestito Rojdestvo Hristovo Tchestita Nova Godina
Burmese: Nit tit ku ne x'mas ma ta hkin hpa ya kaung gyi pei ba zai
Catalan: Bon Nadal i un Bon Any Nou
Chinese-Cantonese: Sing-dan faai-lok San-nin faai-lok
Chinese-Mandarin: Sheng-dan kuai-le Xin-nian kuai-le
Cinyanja (Zambia): Cake Ca Bwino Ca Krisimasi!
Creole (Mauritius): Banané! boner! prosperite!
Croatian: Sretan Bozic i blagoslovljena Nova Godina
Czech: Prejeme Vam Vesele Vanoce a Stastny Novy Rok
Danish: Glaedelig Jul og Godt Nytaar
Dutch: Zalig Kerstfeest en Gelukkig Nieuwjaar
Egyptian: Colo sana wintom tiebeen
English: Merry Christmas and a Happy New Year
Eskimo: Jutdlime Pivdluarit Ukiortame Pivdluaritlo
Esperanto: Gojan Kristnaskon kaj felican Novjaron
Estonian: Rõõmsaid Jõulu Pühi ja head uut aastat
Finnish: Hauskaa Joulua ja Onnellista Uutta Voutta
French: Joyeux Noel et Bonne Année
Friulano (North-East Italy): Bon Nadâl e Bon an a duc'
Gaelic: Nollaig Chridheil agus Bliadhna Mhath Ur
Gallego (Galicia): Bo Nadal
Georgian: Daescarit mravals - Guilocavt achal cels
German: Frohe Weihnachten und ein glückliches neues Jahr!
Greek: Kala Khristougena kai Eftikhes to Neon Ethos
Hawaiian: Mele Kalikimaka me ka Hau'oli Makahiki Hou
Hebrew: Hag Molad Sameah
Hindi: Krist Janm Parb Mubarak Ho, Nutaan Varshki Mangalkamna Hne
Hungarian: Kegyelemteljes Karácsonyt és Boldog Új Évet
Icelandic: Gledhileg Jol og Farsaelt Komandi Ar
Indonesian: Selamat Hari Natal dan Tahun Baru
Irish: Nollaig shona agus Athbhliain faoi shéan is faoi mhaise
Italian: Buon Natale e Felice Nuovo Anno
Japanese: Shinnen omedeto Kurisumasu Omedeto
Javanese: Sugeng Natal lan warsa enggal
Kannada (India): Krista Jayanti Habbada Shubashayagalu Hagu Hosa Varshada
Hareikegalu
Kikongo: Nkinsi ya lubutuku ya mbote ye bonana ya kiese
Kinyarwanda: Noheli nziza na Umwaka Mushya Muhire
Kirundi: Noheeri Nziiza n-Umwaaka Mushasha Muhiire
Konkani (India): Bhagi Natalache Phest Ani Navya Varsache Ullas
Korean: Sung Tan Chuk Ha
Lakota (Sioux) Indian: Anpetu Jesus Wanikeye Tonpi Waste
Latvian: Priecigus Ziemas Svetkus un Laimigu Jauno Gadu
Letzeburg: Schéi Chreschdeeg a vill Gléck am neie Joer!
Lingala: Eyenga elamu ya Mbotama mpe Bonane
Lithuanian: Linksmu Sventu Kaledu ir Laimingu Nauju Metu
Makua (Mozambique): Nihakalale noyareriwa wa mwana a Muluku,
ni Apwiya enrelihe ni eyaka enhoyani enrwa
Malayalam (India): Christmasnteyum Nava Valasrattentuum Asamsakal
Malgascio: Arahaba tratry ny Noely sy ny Taombaovao
Maltese: Nixtieqlek il-Milied it-tajjeb u s-sena t-tajba
Marathi (India): Natalchja Subhechya Ani Naveen Vars Sukhachje Zanv
Mundari (India): Rasika Parabb
Norwegian: God Jul og Godt Nytt Aar
Occitana (Languedoc): Polit Nadal e Bona Annada
Polish: Wesolych Swiat Bozego Narodzenia i Szczesliwego Nowego Roku
Portuguese: Feliz Natal e um Ano Novo cheio de prosperidade
Romanian: Sarbatori Fericite La Multi Ani
Russian: Pozdravljaem vas s prazdnikom Rozhdestva Hristova i s Novym Godom
Saadri (India): Jai Yesu Kush Janam Parab
Samoan: Manuia le Kilisimasi ma le Tausaga Fou
Serbian: Christos se rodi Srecna Nova Godina
Sesotho: Mahlohonolo a matswalo a Morena le selemo se sethja se monate!
Sinhali (Srilanka): Shubha Nattalak Ha Shubha Alut Avradak Vevaa
Slovakian: Vesele Vianoce A stastlivy Novy Rok
Slovene: Vesele Bozicne praznike in Srecno Novo Leto
Spanish: Feliz Navidad y Prospero Ano Nuevo
Swahili: Heri ya Krismasi na Mwaka mpya
Swedish: God Jul och Gott Nytt Ar
Syriac: Eda d-mawlada d-Maran Isho Mshikha hawe brikha alokhoun
Tagalog (Filipino): Maligayang Pasko Masaganang Bagong Taon
Tamil: Christmas Puthandu vazhthukkal
Tigrygna: Beruk ledet Yesus Kristos igeberelkum
Tulu (India): Yesu Puttida Parbada Shubhashaya Bukko Posa Varshada Ullasa
Turkish: Noeliniz Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun
Ukranian: Vselich svjat Rizdva Xristovoho i Sjtsjaslivoho Novoho Roku
Vietnamese: Chuc mung nam moi va Giang Sing vui ve
Visayan: Malipayong Pasko ug Bulahang Bagong Tuig
Welsh: Nadolic Llawen a Blwyddn Newdd Dda
Zulu: Ukhizimusi omuhle non Yaka omusha

 

postato da: tonilamalfa alle ore 23:00 | Permalink | commenti (5)
categoria:
venerdì, 23 dicembre 2005


Roma. Sera del 24 dicembre.
Il boxer abbaia in modo diverso dal solito là fuori. Da quando è rimasto solo, senza la cagnetta, è un po’ più diffidente e un po’ più timoroso. E da quando ci sono stati i ladri senza una minima reazione avversa da parte sua (salvo forse far loro le feste), si sente in colpa e abbaia anche alle mosche. Ma questo verso, stasera, è singolare.
Fa freddo, non ho molta voglia di uscire, ma devo. Se non lo faccio io, non lo fa nessuno, visto che vivo solo.
Apro la porta, col leggero timore di imbattermi in un delinquente. Poi mi rassicuro: se proprio non è armato di bazooka, in un corpo a corpo me la potrei cavare: tiro di boxe discretamente, ero un buon pugile, una volta. Sai, nell’età in cui ancora non hai deciso chi sei e che cosa vuoi, nell’epoca d’oro in cui dovresti avere il mondo ai tuoi piedi per antonomasia, in realtà sei solo incazzato di brutto con il mondo e spaccheresti il muso a chiunque. A noi due, dunque, corpo estraneo piombato da chissà dove nella mia proprietà, scavalcando il muro di cinta.
Apro la porta, dunque, il cane è lì e guarda alla mia destra, alla destra della casa, piegando il capo in modo buffo, lasciando penzoloni le pieghe bavose del muso.


“Oh, oh, buona sera signor Cletus!!”


Per poco non urlo. Un omaccione grande e grosso, con l’aria gioviale di uno che non disprezza il cicchetto di grappa, sbuca dall’ombra. Indossa un giubbotto rosso, col cappuccio, è anziano, ha la barba bianca e il naso rosso. Ma fra i lunghi peli bianchi intorno al mento splende un sorriso. Ha in mano quello che sembra un depliant. Non ha l'aspetto pericoloso, mi dico. Ma rimango in guardia.

 
“Chi è lei, da dove viene? Lo sa che questa è proprietà privata? Come diavolo ha fatto a entrare?”
“Uh, quante domande in una… lei è un tipo curioso. Comunque io sono venuto a proporle un affare.”
“Un affare? A quest’ora di notte? Perché non mi contatta di giorno, alla luce del sole? Le do il mio cellulare, il fax e…”
“No, oggi. Subito.”
Sospiro. La cosa va per le lunghe.
“Di che si tratta? Venga dentro che ne parliamo.”
“No, restiamo fuori. Perché devo proporle il mezzo di trasporto che risolverà tutti i suoi problemi con il traffico.”
Questa poi… aguzzo le orecchie e mi guardo intorno. Non sarà una candid camera di qualcuno che mi conosce, vero?
“E quale sarebbe questo mezzo miracoloso?”
“Faccia un passo in fuori e guardi in su”.
“In su?”
“In su.”


Eseguo, ma mi aspetto come minimo una randellata in testa. Invece guardo in su e vedo… una slitta sul mio tetto. Una slitta autentica, di quelle che i lapponi o gli esquimesi usano sui ghiacci del polo. E’ là, parcheggiata sul mio tetto.


“Scusi, non riesco a capire… che ci fa quel coso lassù?”


L’uomo sbandiera il suo depliant facendolo volteggiare magicamente.


“Bè, quella è solo una dimostrazione delle tante qualità del veicolo. Si può parcheggiare ovunque, senza tema di fare mille giri a vuoto. Anche nel centro storico, anche nei fori imperiali, se ne avesse bisogno, in cima a un tempio o sul Cupolone. No problem di parcheggio.”
“Vedo… ma che fa, ‘sto coso, vola?”
“Se occorre, vola. In caso di code per incidenti, infortuni, cantieri sul Gra, sulla Colombo, su qualsiasi strada, statale, provinciale, autostrada, evita gli ingorghi con un semplice schiocco di dita.”
“Fosse vero... Ma, e se volessi adoperarla su strada, se per miracolo questa fosse libera, è possibile? Che propellente usa?”
“A terra ci vuole una spinta decisa. Può bastare un cavallo se lo ha, o le posso affittare una renna, un asino… oppure, visto che ha qui un bell’esemplare canino…”


Il boxer a queste parole si è steso sulla schiena a zampe all’aria. Fa il morto, il malato terminale, uggiola sofferente….


“D’accordo. Ma come la mettiamo con le vigenti leggi? Questo trabiccolo potrebbe andare sull’asfalto, secondo il codice stradale, oppure corro il rischio di vedermi precipitare i punti della patente ad un pietoso sottozero?”
“La slitta è omologata, revisionata, dotata di bollo e assicurazione. Ha il navigatore satellitare, di quelli che piacciono a lei: uno che discetta sulla filosofia dell’essere, è informatissimo sulle ultime novità editoriali, conosce tutto lo scibile musicale del blues e anche l’indirizzo di certe gnocche… ehm. …
Il veicolo ha appena fatto il tagliando ed è dotatO di bollino blu. Ha superato tutti i test. Non inquina, specie se lei smette di fumare e magari evita di gettare i mozziconi in testa alle persone. Ripeto potrebbe parcheggiarla perfino nell’appartamento del Papa.”


Sono ancora a naso in su e non sento più freddo. Sto guardando la slitta, che nella notte è illuminata a giorno. Un gran bell’effetto scenografico. A vederla sembra un po’ scomoda, mi domando se…


“Guardi, se vuole portare la sua bella è attrezzata anche per quello… e’ provvista di uno speciale canale nel navigatore, in grado di recapitare lei e la sua donzella in un batter d’occhio in una zona romantica, sicura e nascosta agli sguardi indiscreti. Inoltre è dotata, volendo, di un sedile a due piazze, ribaltabile, comodo come il suo letto di casa. Anche di più. E in uno sportello nascosto ribaltabile anch’esso ci sono candele, champagne e … tutto l’occorrente… la temperatura interna è tarata su quella degli atolli dei mari del Sud…Insomma, più di così…”

“Certo, certo. Full optional. Sa, quelle sono cose solo di contorno, è la mia persona nuda e cruda (modestamente) quello che le donne cercano… Quello che mi preme sapere davvero, comunque, e non immagina quanto, è se il coso è davvero in grado di portarmi da un cliente all’altro in così poco tempo.”
“In meno di un respiro. Si fidi. Salterà tutte le code, gli incolonnamenti, i semafori rossi, i cantieri stradali e quant’altro. Pensi al risparmio di tempo.”
E di bile.
“Già. E quanto costa?… sa, non è un periodo molto allegro con il contante, questo…”
“Non si preoccupi, caro Cletus, se il mezzo la sfagiola, è tutto suo. Senza finanziamenti, senza cambiali, senza mutui.”
“Oh, ma perché?”
“Perché è il suo regalo di Natale.”
“Per me? E da parte di chi?”
“Di tutti i frequentatori del suo blog viteincolonnate, che non ne possono più di doverla consolare per gli esaurimenti nervosi che si prende a causa del traffico. Hanno fatto colletta ed eccola qua. Nemmeno usata. Nuova fiammante.”
“Non ho parole, signor…”
“Mi chiami Natale.”
“Grazie signor Natale. Vorrei che ringraziasse da parte mia tutti i lettori del blog e…”


Ma sto parlando al vuoto, non ho più nessuno accanto a me, solo il mio boxer esterrefatto quanto me. Non mi resta che accettare questo regalo, tirarlo giù dal tetto e provarlo… oh, ma come si fa a tirarlo giù? Natale, ehi Natale, e il libretto delle istruzioni? … Nataleee…

postato da: ramona1 alle ore 12:38 | Permalink | commenti (4)
categoria:
lunedì, 19 dicembre 2005
Oh?

Sono in totale astenia per cui per ora schiaffo qua un vecchio post di argomento vagamente automobilistico. Protagonista: il poetico Povia.

"Oh!" gli ha fatto Nico. Lui si è voltato e ha visto Nico in piedi là davanti al finestrino. Nico aveva un sorriso immobile e una mazza da softball a cui si appoggiava. Lo guardava. Nell'abitacolo faceva caldo, ma lui non ci faceva caso perché gli piaceva troppo stare là dentro a cantare. Verso l'ora di pranzo guardava i bambini uscire dalle scuole e cantava più forte. In quel momento stava piovendo e tutti correvano sotto gli ombrelli. Nico no. Nico continuava immobile a fissarlo poggiato alla mazza da softball. Nico aveva un occhio bendato. Una garza con i bordi macchiati di marrone o di rosso. "Cosa c'è?" gli ha chiesto lui. "Sei Povia?" ha detto Nico facendo roteare la mazza sulla punta. "Io? Sì..." ha risposto lui abbassando il finestrino col sorriso negli occhi. Un altro bambino l'aveva riconosciuto. Nico ha alzato la mazza e in un secondo ha vibrato un colpo sulla mano di Povia poggiata sul vetro. Il medio e l'anulare della mano destra di Povia sono affondati in una pozzanghera. Un fiotto di sangue ha colorato un arco di gocce. Povia si è messo a gridare. Nico ha detto "Oh!" e ha colpito con la mazza il parabrezza della macchina di Povia. Il vetro ha ceduto al secondo colpo, che Nico ha sferrato dicendo "Oh!". Povia si è messo a piangere gridando. Si teneva la mano schizzando tutto, compreso se stesso, nell'abitacolo. Poi è arrivato Jet Boy. Jet Boy aveva una tanichetta bianca con un liquido giallognolo dentro. Senza dire una parola ha rovesciato il liquido tutto intorno alla macchina di Povia e poi anche un po' nell'abitacolo dal buco nel parabrezza. Jet Boy aveva in testa un cappuccio felpato. Dimostrava massimo otto anni. Ha acceso un mazzetto di cerini coprendoli con una mano dalla pioggia e li ha adagiati sulla traccia di liquido. È scoppiato un incendio. Povia dentro alla macchina si è spaventato ancora di più. Nico prendeva a mazzate le serrature degli sportelli, cosicché Povia non potesse uscire. Jet Boy ha detto a Nico: "Oh!". Nico ha risposto: "Oh!". Poi è arrivata la piccola nataSa, che tutti nel quartiere chiamavano erroneamente Natascia. Lei a quelli che la chiamavano Natascia mordeva le caviglie. nataSa ha detto "Oh!" a Nico e Jet Boy ed è salita sul cofano in fiamme della macchina di Povia che piangeva e chiedeva pietà. Si è accovacciata e ha fatto pipì nel buco del parabrezza. La pipì è colata sul cruscotto della macchina di Povia e poi sui pantaloni di Povia. nataSa ha detto "Oh!" ed è scesa dalla macchina. Allontanandosi con Nico e Jet Boy ha detto alcune volte "Oh!", poi sono andati a casa a fare i compiti. La pioggia ha spento l'incendio e anche Povia.

postato da: ennio alle ore 14:22 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, 14 dicembre 2005

...per una sorta di pudore, non so, Kri, l'autrice di questo post, ha preferito non postarlo lei. Lo faccio io, per lei, perchè...perchè...boh, perchè bevo Jagermaister e...

Quando ho visto un blog con il titolo

Una Vita in Coda

non ho pensato alle file che si formano in auto, perché in una città come Ravenna, è molto difficile trovarle, bisogna proprio mettercisi d’impegno, uscire quei giorni che piove e beccare gli orari di punta. La mia coda è legata ai cavalcavia, quando ero più giovane, non si erano mai sentite cose del genere, e sembrava trasgressivo farle, si ha molto coraggio e molta incoscienza. Così ci si ritrovava di notte sul cavalcavia e si faceva. Poi era normale scappare a tutta velocità sul ciao senza casco abbracciati alla propria paura ed eccitazione di venire pescati. Perché poi a quell’età non pensavo certo alle conseguenze delle mie azioni. Periodo del voglio tutto e subito.
La prima volta successe di notte, una notte senza l’occhio curioso della luna, ma con l’eccitazione di qualche birra di troppo e di qualche canna. Si andò sul cavalcavia dell’adriatica, era sabato e c’era molta gente che dal bolognese andava verso la riviera. Viste dall’alto erano diverse le auto, fari che penetravano tra le mie gambe. Pure i parapetti erano diversi, ci si poteva appoggiare con i gomiti a guardar giù, la parte inferiore era formata solo da una rete a maglie larghe. La minigonna in quella posizione, mostrava due dita di natiche e il vento si appoggiava sulle mutandine già bagnate. Lui mi abbracciò da dietro e mi bloccò. Il suo respiro corto sul collo mi fece scordare in un attimo dove ci trovassimo. Il rombo delle auto che sfrecciavano sotto erano in sincronia perfetta con i suoi baci frettolosi. Feci per voltarmi ma lui mi prese per i capelli, mi tirò indietro la testa, e con l’altra mano strappò le mutandine.Voglio il tuo culo, le sue parole mi si schiantarono nelle orecchie e poi sulla schiena, con un dito entrò prepotentemente dentro al mio pertugio più caro. Non c’era più nulla, solo il suo frugare, il suo profanare, accompagnato dalla sua voce, sei strettissima, non dirmi che è la prima volta. Entrò del tutto con quel suo dito invadente e prese a dimenarsi dentro di me, il dolore diminuì molto. Andava e veniva. Accelerò e la mia eccitazione crebbe. Avrei voluto guardarlo, ma la mia testa era bloccata e il mio sguardo all’insù verso il cielo nero. Mi accorsi che i fari delle auto non m’illuminavano più ad intermittenza, ma erano fissi su di me, su di noi eravamo su di un palcoscenico e l’occhio di bue a ricordarci che eravamo gli indiscussi protagonisti. Il ritmo era sempre più martellante, e la sua eccitazione troppa. Mi liberò la testa per prendersi il cazzo in mano dare alcuni colpi veloci ed esplodere, il suo getto caldo zampillò dal cavalcavia. Forse un incidente più avanti aveva fatto in modo che si fosse formato una lunga coda metallica. Nel mio ricordo tutte le ragazze scesero dalle loro auto a bocca spalancata, come una nidiata di pulcini affamati in attesa di cibo. Ma mi rendo conto che i ricordi con il tempo si edulcorano, cambiano si trasformano a proprio piacimento e rimangono appiccicati come bava di lumaca stanno lì a dimostrare che è vero, è vero….

 

 

 

postato da: cletus alle ore 20:42 | Permalink | commenti (3)
categoria:
lunedì, 12 dicembre 2005


Sbavature


05 - Traffic Jam.jpg

Anna si avvicina a Marina per correggerle con l’indice destro una sbavatura del rossetto. Marina le allontana la mano.
Anna : Hai una sbavatura.
Marina: Dove?
Anna : Lì.
Anna indica la sbavatura puntando l’indice. Ma senza toccarla.










postato da: cabalandcabbages alle ore 18:43 | Permalink | commenti (13)
categoria:
domenica, 11 dicembre 2005

 

Per gli esseri umani, almeno per chi abbia uno stato primordiale di coscienza, intendo, si fissano i ricordi de "la prima volta" come dei segnalibri, degli eventi utili ad inserire date, orari, eventi precedenti o successivi ad essi. Mettono ordine, evocano emozioni, sensazioni fisiche, termini di paragone.
La prima pappa, i primi passi, il primo dentino, il primo giorno di scuola e via dicendo; sono una specie di spartiacque tra un prima ed un poi, tra l'ingenuità e la consapevolezza, tra l'età dell'innocenza ed il disincanto. Ed in una "new economy" come la nostra, non è da meno un evento come la prima coda. La prima coda, che per un rettile corrisponde alla prima muta, ad un cambio di pelle. In effetti è un evento che, in code particolarmente drammatiche o rocambolesche, ti può far cambiare pelle, proprio come ad un serpente. Se cambiar pelle potesse risultare eccessivo, concedetemi almeno il fatto che una coda possa segnarti indelebilmente come un brutto tatuaggio: può mettere alla prova la tua pazienza, la tua capacità di sopportazione, di relazionarti con altri esseri umani.
In talune situazioni, la coda può essere assimilata ad una specie di gabbia ristretta con un'elevata densità abitativa, e sappiamo cosa possano fare alcuni animali in convivenza forzata: le tortore possono beccarsi reciprocamente fino alla morte, alcune specie di pesci si affrontano in epici combattimenti come dei gladiatori, finchè uno,  uno solo - l'eletto - possa osservare con soddisfazione le carcasse degli altri pesci, per poi divorarsele.
Ho un ricordo cosciente della mia prima coda che può risalire all'eta di quattro anni, quindi ad una quarantina di anni fa.
Ogni anno, alla fine di luglio,  la mia famiglia affrontava l'esodo - il termine biblico, anche se abusato mi pare aderente - verso la Calabria e la Sicilia. Si partiva verso le tre del mattino da Piombino(Li) per arrivare dopo circa sedici ore alla nostra prima meta, Seminara(Rc), per proseguire - qualche giorno dopo - verso Milazzo. Non ricordo un accidente della strada, so solo che superammo indenni il raccordo anulare di Roma; me lo ricordo perchè Roma veniva nominata più volte durante il viaggio. Col senno di poi, so che non era facile passare incolumi dal GRA: qualche anno dopo ci saremmo trovati, senza sapere come, all'inizio dell'autostrada per L'Aquila con mio padre in preda ad un attacco di bestemmie; mio padre pretendeva il massimo silenzio nei paraggi di Roma, gli occorreva la massima concentrazione per non lasciarsi sfuggire il cartello verde - e non blu - con scritto sopra "Napoli", e vent'anni dopo mi sarei trovato, provenendo da sud, nei paraggi di Orte invece che vicino a Civitavecchia, sotto il fuoco dello sguardo finto-compassionevole della mia ragazza. Ma stavo dicendo? Ah sì, superammo indenni Roma, ma non Napoli, da dove dovevamo passare per forza, non esistendo a quel tempo la scorciatoia, la A30 Caserta-Salerno.
Eravamo nei paraggi della barriera di Napoli e ci fermammo. Così, all'improvviso; senza un perchè, anzi, con tanti perchè, ma  veniva da domandarsi perchè prima no e in quel momento sì. Un incidente, la barriera del pagamento del pedaggio di Napoli, numerose macchine ferme con il radiatore fumante, il tutto nello stesso momento.
Comunque.
Stavamo in una FIAT 1500L, nella quale, in ordine di apparizione, si poteva annoverare:
mio padre, che sciorinò un fitto repertorio di bestemmie;
mia madre che assisteva inerte, in rassegnato silenzio;
mio fratello che si mise a sfogliare l'album dei calciatori Panini del campionato 1964-65 - di tanto in tanto recitava come un rosario la squadra titolare dell'Inter  sartiburgnichfacchettibedinguarneripicchi...- e quando arrivava in fondo all'album, ricominciava dall'inizio, soffermandosi di tanto in tanto sulle date di nascita, sui gol fatti, sulle presenze in campionato dei giocatori a lui più cari;
le mie due sorelle che si misero a cantare a squarciagola l'intero repertorio del Cantagiro;
io - il più piccolo, senza una connotazione specifica nel mondo, una specie di totipotenza aristotelica - che pendolavo tra uno sguardo alle foto stile ventennio dei prestanti mezzobusti nerazzurri e lo scimmiottamento di qualche verso di Gianni Morandi o Rita Pavone.
Il tutto condito da una temperatura esterna da grill - la temperatura interna pressochè identica - e un intertempo di viaggio già percorso di sette-otto ore. A passo d'uomo arrivammo in un'ora e mezzo nei paraggi della barriera di Napoli.
"Taralliii, taralliii"
"Acqua mineraleee"
"Cumpà, u vulite 'nu bbulova vero garantito quantèvvèro San Gennà?"
"Coca-colaaa, 'ranciata, chiiinotto..."
"Il mattiiino, giornali, giornaliii..."
I finestrini abbassati rendevano molto intimi i contatti con questi spot pubblicitari viventi. Mia madre spenzolava a qualsiasi venditore ambulante il capo, voltandolo a destra e sinistra, tanto per rendere esplicito il diniego, mio padre si limitava ad ignorarli.
Un signore vendeva anche dei cavallini con carretto variopinto.
Caddi in tentazione, sarà stata la stanchezza. Mi limitai ad alzare il dito indice e proferire:
"Mamma, mi comp..."
"No! E finiscila!"
In realtà non avevo neanche iniziato. Adesso, però, sono in grado di comprendere il fastidio che provocai.
Dopo un quarto d'ora riattaccai:
"Mamma..."
"Finiscila!"
"Ma mi scappa la pipì..."
"Non possiamo fermarci ora. Aspetta un po'"
"Ma mi scappa..."
"Tienila!"
"Ma lì, sul bordo..."
"Quella è la corsia di emergenza, se passa la polizia ci fa la multa..."
Vedevo di tanto in tanto delle macchine ferme dove avrei voluto fermarmi io. Mostrai qualche segno di insofferenza. Mio fratello se ne accorse.
"Psss...psshhh...ti scappa, eh?scccc...sccccc..sccccc...."
Gli tirai un calcione, ma ebbi la peggio di lì a poco, avendo lui cinque anni di più, in un momento in cui cinque anni sono più del doppio della tua età. Con una mano mi prese per il collo e con l'altra cominciò a strusciarmi freneticamente le nocche sui capelli e di lì a poco cominciai a sentir letteralmente bruciare la testa.
Visto che mia madre tardava ad intervenire, adottai una tattica alla "Muoia Sansone con tutti i Filistei" e me la feci addosso, bagnando il sedile, provocando le urla isteriche della mia sorella più vicina, e poi di quella più lontana, e infine di tutta la famiglia.
Il successivo "Ma non l'ho fatto apposta..." fece breccia sui sensi di colpa dei miei genitori per non essersi fermati, ma non potè evitare gli sguardi di odio da parte di tutti i componenti del sedile posteriore.
Ci fermammo poco dopo. Mio padre ne approfittò per mettere un po' d'acqua nel radiatore, mia madre si mise a cercare in mezzo alle valige un paio di pantaloncini e mutande asciutte per me, mia sorella pulì il sedile e l'altra si dette una pettinata sui lunghi capelli ossigenati, e mio fratello - ancora dolorante alla gamba - mi lanciava occhiate di odio e io cercavo di non guardare mio fratello, il tutto mentre migliaia di macchine ci stavano intossicando con benzene e ossido di carbonio. Chissà, magari senza tutto quel veleno sarei cresciuto qualche centimetro in più.
Dopo un'altra ora la mia prima coda era ormai superata, la mia seconda non avrebbe tardato molto a venire; qualche giorno dopo a Villa San Giovanni, in fila per l'imbarco per la Sicilia.
La coda è un affare da grandi, pensai, e io stavo crescendo in fretta.

postato da: tonilamalfa alle ore 02:18 | Permalink | commenti (6)
categoria:
mercoledì, 07 dicembre 2005

PER I TUOI OCCHI

Finita la settimana del Gabriella Ferri Tribute, in quella entrante, ossia da stamattina, ho iniziato a duettare in macchina con la Bertè. 
Da quando ho scoperto che contro i miei  demoni incazzati non c’è nulla di più efficace e terapeutico del canto non faccio che saccheggiare gli autogrill della capitale alla ricerca di pezzi rigorosamente melodici e retrò.
Greatest hits in special price, il mio repertorio prediletto è quello delle voci superate & femminili della musica italiana.
Non intendo discutere questa cosa. Vi piace Pat Metheny? Bravi, ascoltatelo.
Io devo cantare, anzi no, strillare. 
Le mie preferite sono quelle da ululare, appunto, tipo Giorgia, che ha un’estensione irraggiungibile e mortificante.
Per questo motivo, ma anche per questioni generazionali, alla fine tendo a ripiegare su un repertorio più moderato, del tipo Goggi  Loretta, Bella Marcella, Mannoia Fiorella, Martini Mia. Queste ultime due, in effetti, mettono un po’ di magone.
Alle nove o giù di lì, sul Grande Raccordo Anulare di Roma si consuma la quotidiana fiera campionaria del muso ingrugnito. Rode il culo a tutti: camionisti, tassinari, impiegate, manager, carabinieri casalinghe.
Rode il culo anche ai vecchi, ma ai ragazzini di più.
Gli unici che ridono, inebetiti, sono quelli che parlano ad un microfono, nel vuoto, vai un po’ a capire con chi. 
A me non rode per niente. Sarà che mi piacciono tutti i cambiamenti e stamattina c’è di nuovo che fa un freddo cane, e poi canto con la Lory.
E ti rivoglio, ti rispoglio senza di te mi gira poco la fortuna.
Pezzi di canzoni  dimenticate, mai consapevolmente conosciute, lontane ed appartenenti.
Una sull’altra le parole si fondono ai pensieri già annoiati.
Associo il ti rivoglio alla pelle profumata dell’ambra egizia.
Riso raffinato. Datteri. Amuleti. E mi risveglio.
Penso, senza dolore, che Razi probabilmente avrà già deciso di andarsene dalla mia vita.
L’ho sentito ieri sera, distratto, poche parole.
Io pure.
Non voglio farti del male, mi pare di avergli sentito dire. Magari ci riuscissi, credo di aver pensato.
Chiudo il cerchio con la fortuna e sono già pronta con le scarpe mie più belle a salire al paradiso delle stelle.
Proprio mentre nomino il paradiso
mi si para di fianco, nella corsia centrale del GRA, un carro funebre. Pieno. Che tempismo eh, Lory?
Il traffico è praticamente bloccato, si procede a passo d'uomo zoppo.
Occhiali scuri ed impeccabile  rouge passion sulle labbra mi osservo nello specchietto retrovisore mentre fumo e canto, praticamente incastonata tra la salma di uno sconosciuto, i pensieri di un amorognolo andato a male e la barriera in cemento armato a profilo New Jersey. 
Poteva andar peggio, mi dico.
Però, mica tanto, a pensarci bene.
Resto per un attimo in bilico tra quel senso di sacralità liturgica che il rigor mortis impone e l’impeto canoro.
Mi scappa di augurare un eterno riposo al trapassato, più per esorcizzare qualcosa di irrisolto nella mia coscienza che con la convinzione di arrecare benefici a quel povero cristo lì di fianco.
Alla fine opto per un momento di sobrio e silenzioso commiato ambulante.
Abbasso la voce della Lory. Dal momento che mi sono autoproclamata corteo funebre ed ho elargito al defunto un paio di punti paradiso attraverso la preghiera, mi arrogo il diritto di ficcanasare  tra le corone dei fiori per capire se trattasi d’uomo o donna.
Mi piacerebbe anche sapere se la dipartita è prematura oppure  no.
Insomma una sana padellata di cazzi altrui. Cercando, ovviamente, di non dare nell’occhio.
Per i tuoi occhi ancora. Mi chiedo cosa si porteranno dietro quegli occhi, ammesso che ci sia un dietro e che ci sia permesso di accedervi col bagaglio a mano.
I miei occhi, ora, osservano la chierica del dirigente nella VOLVO di  fronte.
Poco più avanti un autotrasportatore di Cesena. Tamarrissimo. Ma decisamente bono.
Dietro una quarantenne con la faccia da papera muta si sta truccando. Quando finisco la sigaretta si è trasformata in una dark lady. Brutta uguale.
Per i tuoi occhi ancora, girare come imbambolata al Luna Park.
Mio dio, ho le vertigini. Come si scende da questa giostra? Vorrei scavalcare il New Jersey o il morto. Vorrei sottrarmi da questo freddo improvviso, strozzare la papera muta e condirci gli gnocchi per il camionista di Cesena.
Si sta facendo tardi.
E Loredana segue la scia.
Finalmente l’ingorgo si sgorga da sé. Ci rimettiamo in moto.
Lascio passare il carro e saluto il morto.
Stavolta con un semplice ciao.
Metto la freccia e rientro.
Mi posiziono sulla corsia dei veicoli lenti ed alzo di nuovo il volume.
E mentre corrono le ore la mia bocca si consuma a dire amore, amore, amore amore.

postato da: LamaDiCorte alle ore 01:07 | Permalink | commenti (5)
categoria:
lunedì, 05 dicembre 2005

Stiamo qui, in colonna. La fila è già da un po che dura.

Hai due occhi, bambina, che mi sciolgono al solo incrociarli.

Ti vedo mentre fai le facce, al telefonino. Inganni l'attesa dialogando con qualcuno. Dalla tua scatola di lamiera, a chissà dove. Sono qui, a pochi metri da te, ci rincorriamo. Vestiamo i nostri quotidani, entrambi abbiamo passato la nostra buona mezzora in bagno, a rimetterci in sesto. Siamo tutti e due consapevoli che meritavamo altro, che non questa angoscia in prima e seconda. La pazienza, dilatata all'inverosimile. Sopportiamo, con stoico senso civile, quest'umiliazione che ci infligge il tempo e l'ingnavia di chi ci dovrebbe pensare.

Sembri fottertene, sembri esperta, adusa a passarne tante, di mattine cosi. Ti guardi intorno, ma ovunque si posa il tuo sguardo c'è noia. E consapevolezza. Non c'è altro da fare, sembrano dire i tuoi gesti rassegnati con le mani, mentre continui a parlare al telefonino e ti guardi intorno.

Chissà se hai abbassato il volume della radio, e su quale stazione l'hai sintonizzata. E se davvero questa conversazione sembra prenderti come vuoi far credere. Sembra tu stia recitando, di la dai finestrini della tua monovolume, targa "fresca". Chissà se è tua o del maritino. Chi se ne frega.

Sei bella. Sai di esserlo.

Mi guardi, il tuo sguardo si posa verso di me, mentre il labiale che mi sforzo di interpretare sembra dire, a mo di cantilena, "lo capisci ?".

Cosa deve capire ? Cosa devo capire ?

E' solo un'altra mattina, un altro giorno che si alza. Avanti, fammi ricordare di quando mi sono innamorato l'ultima volta di un paio di pieghe della bocca, di un sorriso luminoso. Ti guardo come un qualcosa di prossimo a quel ricordo. Ne sei incosapevole, ovvio. Facciamo a rincorrerci, semaforo dopo semaforo, piccola bambina cresciuta. Mi piaci, mi piace quel tuo modo di parlare, insieme altero e dolce. Passa il tempo.

Fra due semafori saremo innamorati, fra tre ti chiedo in isposa.

Tu ne sai niente, come è giusto che sia. Ti lasci scivolare indosso fiumi di bramosia, non cerchi altro, forse. Ci sei abituata sembrano dire le tue occhiate, fredde, professionali, tipiche. Più che una conferma, cercano solo un test al proprio livello di appeal. Passa il tempo. Alla radio danno le condizioni meteo. Questo fine settimana è previsto brutto tempo. Cosa farai ? Starai in casa ? Girerai mezza ignuda, i riscaldamenti a palla e fuoco nel camino ? La vita, eh ? C'è un momento in cui tutto sembra davvero possibile, a portata di mano, e quest'ebbrezza da il giramento di testa. Un senso di vertigine, come il guardarti fissa negli occhi, ora che il semaforo ci ha voluto vicini, sia pure, su due code affiancate.

Ci aspettano impegni diversi. La nostra compostezza. Sappiamo entrambi che non ce ne andremo presto da qui. Ti dici fiera già solo di aver scelto me (quali le tue "soglie minime di accettazione" ?) come compagno del gioco di sguardi stamattina. Andiamo a far ricca l'Italia, col nostro rispettivo impegno, anche quest'oggi. Solo una giornata speciale, ci sei tu, a solleticare il gioco del possibile, delle svolte da trama da film holliwoodiano. Non mi ferma nemmeno l'autoadesivo "bimbo a bordo" che campeggia dal tuo lunotto posteriore. Staranno a scuola. A quest'ora avranno già fatto l'appello e il ricordo di noi, starà, anche, ad un fagottino con la merenda amorevolmente inserito negli zaini. No, stamattina sarebbe da andare al mare, hai visto che sole, che giornata ?

A respirare l'aria sola dell'inverno che si annuncia. Soli sulla spiaggia, io e te, ti levi le scarpe e affondi le tue splendide dita nella sabbia dura come dopo la pioggia. Le onde del mare a bagnarci le gambe e la brezza, leggera a smuoverti i capelli. Ti giri e ridi, ai miei occhi, e a tutto quello che avrebbe potuto essere e non è. Portami con te. Portamici da oggi.

Non ci vedremo più, è la legge di questo tango, che ci ha portato via, tenuto compagnia. Per fare solo una manciata di chilometri. Nell'autostrada del desiderio. Nell'autostrada dell'allusione. In questo inferno tollerato. Nel giro di una manciata di minuti. Che durano un'eternità. Almeno, nei miei pensieri.

Ciao

postato da: cletus alle ore 22:23 | Permalink | commenti (2)
categoria:
lunedì, 05 dicembre 2005
Io mi ricordo la finale dei mondiali di calcio del 1982, quando l’Italia sconfisse la Germania 3 a 0. Ricordo che corremmo tutti alla macchina e ci buttammo in strada e in breve tutta l’Italia era in macchina in strada a sventolare bandiere tricolori che il 25 aprile se le sogna, tutte queste bandiere tricolori. Sventolavamo bandiere e strombazzavamo i clacson e le strade erano intasate che era una meraviglia, noi le macchine il traffico l’Italia eravamo una cosa sola. Adesso nel terzo millennio certe volte la mattina all’alba mi sveglio in preda a un’indescrivibile angoscia e allora prendo l’auto e comincio a girare per le strade deserte alla ricerca disperata di altri automobilisti in giro a quell’ora, non necessariamente in preda all’angoscia come il sottoscritto ma comunque. Perché le strade a che servono se non sono percorse dalle macchine? Si deprimono esse stesse, suicidandosi lentamente in mille crepe. Allora vago disperato e quando trovo un altro automobilista mi metto a seguirlo, se procede sul senso inverso faccio inversione e lo seguo e praticamente mi appiccico al culo della sua macchina, perché la distanza di sicurezza mi sembra una cosa burocratica che allontana le persone tra loro mentre io ho bisogno di stare appiccicato al mio fratello automobilista, per dimostrargli il mio affetto, se necessario tamponandolo un po’. Se da due macchine diventiamo almeno tre in fila, allora comincio a fare i mondiali dell’82, suono il clacson e tiro fuori il fazzoletto tricolore di mio nonno partigiano e comincio a sventolarlo fuori dal finestrino, finché l’automobilista che mi precede non mi manda affanculo, accostando. Non tutti capiscono le mie intenzioni, non tutti c’erano a far festa quella notte del 1982. Così in definitiva il massimo della gioia per il sottoscritto è quando si trova bloccato nel traffico del centro, magari nelle ore di punta, nell’abbraccio di lamiere e gas di scarico, tra gli urli isterici dei clacson, rivivo quella magica notte del 1982 quando l’Italia contava qualcosa a livello internazionale e tutti eravamo un unico popolo, una comunità con dei valori condivisi. Alle volte all’alba non trovo veramente nessuno per strada in macchina e allora imbocco una rotatoria e giro in tondo per decine e decine di minuti, aspettando il traffico e quindi l’euforia di quegli indimenticabili giorni in cui eravamo campioni del mondo campioni del mondo campioni del mondo.
postato da: AutoBandini alle ore 10:45 | Permalink | commenti (5)
categoria: