giovedì, 26 gennaio 2006
Mi sveglio, guardo fuori della finestra. C'è la brina, un velo bianco che ricopre ogni cosa. Più su, il cielo, di un azzurro che non vedevo da settimane, e poco sopra l'orizzonte, dietro una collina, c'è il sole, con la sua luce radente che - imperiosa - discioglie dai prati il velo bianco, e sbuca il verde; così, senza fatica apparente, quella rigidità diffusa viene soppiantata da morbide curve e sgocciolii. Il sole è una specie di cattivo detersivo, mi vien da pensare, che dove arriva manda via il candore; l'ombra, invece, fa la guardia a quella trina faticosamente costruita durante la notte.
Ma basta, devo andare. Mi devo vestire. Forza. Per le dieci devo essere a Vaiano, a settanta chilometri da qui. Dò un'altra occhiata fuori. Fa freddo, ci sarà meno uno. Tutti a lavorare meno uno. Io. Ciò che vorrei. Vorrei. Oggi vorrei stare da solo, almeno per qualche ora. Mi vesto.
 
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Mi sveglio, guardo fuori della finestra. C'è la brina, un velo bianco che ricopre ogni cosa. Più su, il cielo, di un azzurro che non vedevo da settimane, e poco sopra l'orizzonte, dietro una collina, c'è il sole, con la sua luce radente che - imperiosa - discioglie dai prati il velo bianco, e sbuca il verde; così, senza fatica apparente, quella rigidità diffusa viene soppiantata da morbide curve e sgocciolii. Il sole è una specie di cattivo detersivo, mi vien da pensare, che dove arriva manda via il candore; l'ombra, invece, fa la guardia a quella trina faticosamente costruita durante la notte.
Ma basta, devo andare. Mi devo vestire. Forza. Per le dieci devo essere a Vaiano, a settanta chilometri da qui. Dò un'altra occhiata fuori. Fa freddo, ci sarà meno uno. Tutti a lavorare meno uno. Io. Ciò che vorrei. Vorrei. Oggi vorrei stare da solo, almeno per qualche ora. Faccio una passeggiata nel corridoio strascicando le ciabatte, poi mi avvio al telefono.
"Valentina?"
"Sì?"
"Scusa se ti telefono al cellulare..."
"Nessun disturbo."
"Senti, non sto bene. Per niente."
"Mi spiace, nulla di grave, spero."
"No, è che...credo di avere un po' di febbre...senti."
"Dica."
"Stamani non vengo, dovresti spostare tutti gli appuntamenti."
"Va bene. Martedì prossimo sarebbe venuto solo al pomeriggio, li aggiungo nella mattina?"
"Perfetto. Mi spiace per il trambusto creato."
"Non si preoccupi. Si rimetta al più presto."
"Grazie, ciao."
 
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Ho imboccato l'autostrada per Prato. Rimetto il solito cd, quella scombicchierata compilation che ho masterizzato un mese fa. Un po' di Coldplay, qualche vecchia canzone dei Depeche Mode, Tori Amos e - perchè no? - anche Battisti(Un'avventura, Emozioni) e I Pooh. Risentendo "Ci penserò domani", mi chiedo per l'ennesima volta se la tipa che torna a casa del suo ex per una notte - non sa dove andare, povera piccola -  ci va a letto o no, col suo ex; lui la ascolta e la comprende - è un puro,lui - perfino quando lei gli dice cose del tipo: "Con te io stavo bene e se io fossi una donna che torna è qui che tornerei" oppure: "Se puoi - mi disse - se puoi non cambiare mai da come sei." Forse se fosse stato diverso da com'era - meno condiscendente? più brillante? più lui e basta? - la tipa sarebbe stata ancora con lui. E poi che gliene frega di com'è, lui, ora che non stanno più insieme, e soprattutto, perchè si sente in diritto di dare consigli del genere? Vicino ad Altopascio c'è una coda. Rallento.
 
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Mi abbuffo di datteri e latte, e caffè e biscotti, poi mi vesto in fretta con una tuta termica ed altro, compresi il cappello di lana ed il caschetto. Sembro il comandante Nobile in procinto di esplorare la calotta polare.
In meno di un quarto d'ora dalla colazione sono con la bici per strada, e mi dirigo verso il monte Serra, a metà strada tra Pisa e Lucca. Pare che mi guardi, quel monte: le sue antenne sono più lunghe del solito, lievemente convergenti verso me, almeno credo. Fa freddo, l'ho già detto. Occhio alle lastre di ghiaccio. Se le conosci - e le vedi - le eviti.
 
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La fila si sfilaccia e si ricompatta, a singhiozzo, per diversi chilometri.
"Valentina?"
"Sì?"
"Sono in coda sull'autostrada; credo che arriverò in ritardo."
"Va bene, non si preoccupi. La aspettiamo."
Aspettatemi, sì.
E intanto mi immagino, proietto, prevedo. La fila ripartirà, prima lentamente, poi più convinta. Cercherai di vedere la causa della coda, di dare un nome al tuo ritardo - cristalli in frantumi, strisce nere sull'asfalto, carcasse d'auto, gente seduta sul ciglio della strada con la testa tra le mani, oppure niente - e col passare dei minuti te ne dimenticherai. Uscirai a Prato Ovest - dopo quella curva un po' troppo brusca c'è il casello, che cosa avrà voluto evitare, poi? la casa di un gran signore, forse - poi percorrerai per qualche chilometro la superstrada - quella dove piazzano sempre l'Autovelox -  salirai per la bolognese che si inerpica in mezzo alle valli dell'Appennino - sulla destra la Calvana, con la sua cima impolverata di bianco, smussa e piatta come la parte alta di un pandoro - infine arriverai a Vaiano; entrerai in studio, qualche saluto, ti cambierai d'abito, ti trasformerai di bianco vestito. E infine al lavoro. Ti piace il tuo lavoro - ti piacerà, vedrai - quasi sempre con i bambini, con la quasi certezza di fare qualcosa di utile. Il giorno si consumerà, però, e la tua proiezione si sarà svelata aderente alla realtà. Nelle sfilacciature tra la tua proiezione e gli accadimenti, in quelle piccole lacerazioni sta la vita.
Aspettatemi, sì.
La fila non è ancora ripartita, mi volto verso destra, vedo la cima del monte Serra, e penso che vorrei essere lì, oggi.
 
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Sono arrivato in una mezz'ora alla base del monte. Mi aspettano dieci chilometri di salita. E' una strada poco frequentata, anche perchè in cima non ci sono centri abitati. Anzi, negli ultimi cinque chilometri non c'è alcun segno di antropizzazione, neanche una baracca, solo lecci e castagni.
Dopo qualche tornante di benvenuto la strada piega decisamente a destra, giro lo sguardo verso la piana solcata da strade - vedo l'autostrada, ah lì c'è una coda, tante minuscole formiche incolonnate grigie metallizzate(in alcuni depliant la denominazione è "polvere di luna"), blu elettrico, rosse fegato, nere-grigie canna di fucile - i centri urbani, i campi coltivati a vigna, gli uliveti, le case. Lo sciabordio del ruscello mi fa compagnia, il bianco della brina è dappertutto. Arrivo ad una fontana, stacco le scarpette dai pedali con un po' di fatica, mi fermo, bevo - è freddissima, ma mi dà sollievo  - e riparto, accompagnato dai clac-clac - due colpi secchi, come gli spari di una pistola - delle scarpette che si riagganciano ai pedali. Arrivo ad un bivio: a destra per S. Andrea di Compito, vado a sinistra per "Monte Serra". La strada si stringe, il termometro dell'orologio segna meno due. Un cancello, uno spiazzo, un ristorante aperto nei mesi estivi e il sabato e la domenica, ma oggi è martedì. Chissà dove sono i cani che mi abbaiano lungo la rete, d'estate; forse a casa del padrone, a Lucca, magari stanno sonnecchiando davanti alle braci spente di un camino.
La salita cambia direzione, ancora verso destra - verso ovest - e il ruscello mi abbandona, e con lui pian piano si attenua - fino ad azzerarsi - il gorgoglio dell'acqua. Sento solo il mio respiro, infine. Non sento altro che il mio respiro, come se il ghiaccio avesse cristallizzato perfino i suoni. Il mio respiro. In alcuni punti dell'erba, oltre il ciglio della strada, la brina è così spessa che sembra neve. Mentre pedalo mi soffermo ancora sul silenzio. Così naturale da apparire innaturale.
Nessun rumore di fondo, una betoniera in lontananza, la frenata di un camion, rintocchi di campane, il latrato di un cane: niente di tutto questo, e l'abitudine di sentirli scazzotta con questo silenzio; come quando entri in una stanza dove sono stati tolti dei quadri che hai visto per anni, e ne avverti la mancanza, e li vedi. Oppure come un mese fa, quando dormii in un villaggio per le vacanze estive vicino al mare: un centinaio di case vuote e silenti, senza bimbi, radio, cani, racchette, come se la zona fosse stata evacuata in fretta e furia.
Sto attraversando una zona completamente in ombra, e dietro una curva - a un centinaio di metri da dove sono - si svela il ghiaccio: ritagliato ad hoc sull'asfalto della strada, come se un camion pieno di calce vi avesse versato il suo contenuto. Non c'è alcun punto "ice-free" in tutta la carreggiata. Decido di staccare le scarpette dai pedali, in modo che se dovessi scivolare, potrei mettere i piedi in terra. Faccio una torsione sulle caviglie, ma le scarpette non mi si staccano, forse si sono congelati gli attacchi, forse non muovo bene i piedi per il freddo. Non ho alberi a cui appoggiarmi, da una parte c'è la roccia, dall'altra un ripido pendio del bosco, faccio altri vani tentativi di staccare le scarpette mentre pedalo.
Ho paura. Ci sono, ormai: la lastra bianca è sotto di me, la sento crepitare  al passaggio delle strette ruote da corsa, non mi rimane altro che pedalare e tenere il manubrio più dritto possibile. Sto pedalando sul ghiaccio, in salita. Oscillo tra la paura e lo stupore. La paura di cadere e lo stupore di essere lì a pedalare.
 Riesco a capire un paio di cose: la pedalata deve essere più uniforme possibile - senza strappi - altrimenti si slitta, devo tenere il sedere più indietro possibile, altrimenti si slitta. Ancora qualche minuto e finisco il tratto ghiacciato, felice di essere ancora in piedi.
Via via che salgo, la silhouette del monte oppone minore resistenza ai raggi solari finchè, dopo l'ennesima curva, si apre un altro mondo: asfalto brillante invaso dal sole, i paesaggi collinari della campagna lucchese visibili al di là dei rami dei castagni ormai spogli, erba sul ciglio con la brina parzialmente sciolta. Prima dello stacco con il cielo, due cinture candide: a sinistra le Alpi Apuane e a destra l'Abetone. Arrivo in cima - quasi mille metri - e mi fermo. Con lo sguardo a sud riesco a vedere la torre di Pisa e il porto di Livorno - degli stecchini con tanti mattoncini colorati tipo Lego - , gli indugi dell'Arno - un'ansa di qua, una di là - quasi a voler rimanere sulla terra, a non voler cedere il suo contenuto, e il blu del mare confuso con il blu del cielo; un'isoletta, la Gorgona, e più oltre la Corsica, che pare sospesa nel cielo, tanto è lontana. 
Mi sfugge il senso di tutto questo, ma di una cosa sono certo: non vorrei essere altro che qui, adesso.
La bellezza ci salverà.
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giovedì, 26 gennaio 2006
Ieri sera mi sono giudiziosamente messo in fila sulla scala mobile.
Davanti a me non c’era nessuno, e dietro di me non è salito nessun altro, ero solo. La scala mobile, alla stazione di Castro Pretorio, Linea B, è molto lunga. Ci vuole esattamente un minuto e mezzo per arrivare in cima.
Sulla scala mobile è vietato muoversi, è vietato sedersi, è vietato portare pacchi ingombranti, è vietato muoversi nella direzione opposta a quella di marcia, è vietato portare l’ombrello, è vietato portare animali, trolley, carrelli in genere, è vietato calzare scarpe con il tacco alto.

Guardo la cima. E’ così lontana che sembra non avvicinarsi mai. Guardo le scritte sui muri scrostati, umidi di infiltrazioni antiche. Non penso a niente. C'è solo  il cigolare dei gradini e il ronzio delle luci al neon. La coda di fantasmi che mi impedisce di salire mi lega al mio gradino come se ci fossero delle catene a tenermi legate le caviglie.
Dopo qualche secondo vedo finalmente i gradini in cima assottigliarsi, li vedo ficcarsi sotto il pavimento come sprofondassero dietro la buca dell’orizzonte. Lassù ci potrebbero essere i controllori in agguato. O gli anziani volontari dell’ORVAS. Mi do un certo contegno. Non voglio mostrarmi irritato o impaziente. Condivido le regole. Sono per il nostro bene. Io poi non ho alcuna fretta. Quando arrivo in cima mi guardo indietro. La scala mobile è ancora deserta. Sola con il suo movimento perpetuo. Sono l’unico passeggero sceso a Castro Pretorio, a quanto pare. I gradini continuano a schiacciarsi e a strisciare sotto il pavimento scandendo il tempo.
Vedo i fantasmi in fila sui gradini, eternamente pazienti.
postato da: bsq alle ore 08:56 | Permalink | commenti (1)
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venerdì, 20 gennaio 2006
Un trionfo. Da quanto non mi sentivo così? Sicuramente da prima che F. mi dicesse: “torni sempre più tardi, a casa stai sempre chiuso nello studio, fai una vita assurda, ma perché hai voluto un bambino? Cosa significava per te? Che direzione volevi dare alla tua vita?” Il piccolo, seduto sul tappeto circondato dai suoi giocattoli ci guardava con la faccia seria, vigile. Che dovevo risponderle? Quello che gli avrebbe risposto chiunque: niente, e quella fu l’ultima volta che ho visto lei e il bambino senza prendere prima appuntamento.

Da solo, all’inizio, era difficile. Appena intravedevo la barriera umana dei controllori piazzati a bloccare il passaggio verso o i treni o verso l’uscita, iniziavo con discrezione a lanciare l’allarme. Non riuscivo a salvarli tutti. Era proprio dura.
Già dopo poche settimane però non ero più solo. Mi sono accorto che l’allerta cominciava ad essere lanciata in più corridoi, in più banchine simultaneamente. E’ venuto naturale: la persona avvertita da me quasi sempre ne avvertiva un’altra, che avvertiva un altro gruppo, e così via. La volta dopo, chi l’ha già fatto ha trovato naturale rifarlo e così nel giro di quattro o cinque controlli erano centinaia le persone raggiunte dal passaparola. Non tutte arruolate alla causa, s’intende, per il semplice motivo che spesso si tratta di passeggeri occasionali, o di persone che non si imbatteranno in un controllo per mesi, se non anni, cosa che può tranquillamente accadere, non crediate.
Più siamo e logicamente più aumentano le possibilità che ad ogni controllo si trovi sotto le gallerie della metro qualcuna delle nostre sentinelle. Ne basta una (con due il risultato è garantito), perché poi la voce corre velocissima, come una folata di vento fresco, bastano semplici occhiate, e non servono proprio a niente i loro squallidi giochetti: arrivare a destinazione con il cappello in mano, o addirittura in borghese. Patetici. Le sentinelle conoscono i loro piccoli mezzucci, conoscono i posti, hanno la vista lunga.

Bene, verso mezzogiorno li ho trovati. A Barberini. Stazione non facile. Una scala mobile molto lunga e poche vie di fuga. Occorreva muoversi velocemente sulla banchina, anche dirottando i viaggiatori senza biglietto nella direzione opposta da quella da dove venivano; eravamo almeno in tre.
Dopo circa tre quarti d’ora ho capito che non ne avrebbero preso neppure uno.
Mi sono aggirato a lungo, controllando come procedesse. Donne mature, extracomunitari, studenti, uomini anziani, zingari, dirigenti di banca, donne moldove dalle pellicce di pelo lungo sintetico blu elettrico o rosso sangue, che sembrano macchie di colore schizzate via da un quadro astratto di un pittore nel suo periodo blu elettrico o rosso sangue: non si ha idea di quanti viaggiatori girino senza biglietto. Convinti di farcela.
Quando ho capito che il controllo stava finendo mi sono avvicinato io ai controllori per cercare di carpire i loro commenti e godermi la scena. Ho messo la mano nella tasca interna della giacca, ho tirato fuori la mia tessera annuale, l’ho mostrata al controllore tenendo lo sguardo fisso sul suo. E’ fatta. E’ il mio trionfo. Loro avevano lo sguardo smarrito. Dal fondo della galleria uno dei volontari dell’ORVAS si è avvicinato. Mi ha fatto un cenno, “dica”, ha detto, io non avevo proprio niente da dire. L’ho visto chinarsi in terra per raccogliere un biglietto usato, “è suo?” mi ha chiesto? “No”, ho risposto. “Alle volte”, ha detto.

[ continua ]
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lunedì, 16 gennaio 2006
Da quando mi sono dedicato alla causa cerco di passare molto più tempo in metropolitana. Oltre ai viaggi di andata e ritorno per andare a lavoro, e ritornare a casa, ci vengo anche il sabato e la domenica, specialmente il sabato, un giorno che i controllori adorano per andare a caccia.
Mi ci trattengo un po’ di più, girando, osservando, studiando percorsi alternativi.
Oggi ho chiesto un permesso all’ufficio perché l’ansia non mi permetteva di rimanere concentrato sul lavoro. Cosa starà succedendo in questo momento? Dove colpiranno questa volta? Allora sono uscito e ho cominciato a girare per stazioni. Termini? Castro Pretorio? In periferia? Difficile. Le stazioni dove si concentrano i controlli non sono più di cinque o sei.

Di solito comincia con un rigonfiamento. Come un embolo, un nodo nella fila che si gonfia. L’onda della fila si ingrossa, non trovando sbocchi. Allora occorre intervenire. Senza perdere un istante bisogna cominciare a dare l’allarme, a bassa voce ma con decisione, facendo attenzione alle telecamere a circuito chiuso. Tutto deve apparire naturale, fluido, consequenziale.
A quel punto la cosa migliore è tornare sui propri passi, che resta la soluzione più facile, risalire sul treno e addio; se sei troppo lontano dalla banchina conviene dirigersi verso un corridoio contromano, se è possibile, ma occorre essere sicuri di non aggirare la linea del fuoco: prenderli alle spalle non è sempre una buona idea. Anzi, è inutile, se si accorgono, il biglietto te lo chiedono lo stesso. O entrare in certe porte da dove, se si è un po’ pratici, si può arrivare ai bagni del personale. Sconsiglio: io l’ho provato, ma io sono un’eccezione, il fattore di rischio è eccessivo. Tornare indietro è comunque l’idea migliore, date retta. Risalire sul primo treno, se si teme di essere stati notati e scendere alla prima fermata, poi farsela a piedi: non esiste stazione tanto lontana dalla precedente da preferire pagare 200 euro di multa piuttosto che farsi dieci minuti a piedi.
Per  far questo occorre una organizzazione efficiente.
All’inizio ero da solo, poi siamo cresciuti, ora non so quanti potremmo essere, un centinaio, forse di più. Quelli fissi, sicuri, allenati. Io non li conosco, nessuno conosce nessuno.
Da quando l’Organizzazione ha raggiunto le sue massime dimensioni (e, ripeto, nessuno può dire con precisione quali siano) il numero delle multe è notevolmente diminuito.

Negli ultimi tempi sembra proprio che i controllori abbiano mangiato la foglia. Stanno dappertutto, quando arrivavano cercano di fare i furbi. Come vedono un movimento anomalo si spostano in gruppi di tre, quattro, alzano la voce, fanno di tutto per intimorire i più deboli.
Da qualche giorno poi mi sembra che siano stati affiancati dagli anziani volontari dell’ORVAS (che sta per Organizzazione Romana Volontari per l’Assistenza e la Sicurezza), guardie giurate in pensione, cittadini con il prurito nelle mani, che senza nemmeno un rimborso spese stanno giù nelle gallerie, sulle scale mobili, sulle banchine “a fare pulizia”, è così che si esprimono. Gente in gamba, a quanto sembra.

[ Continua.... ]
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giovedì, 12 gennaio 2006
Stamattina, mentre facevo disciplinatamente la fila per entrare in un vagone della Linea B, ai lati della porta per favorire l’uscita dei viaggiatori, ho pensato che è arrivato il momento di rendere pubblico quello che sta succedendo. Vanità personale? Fate voi.
Devo premettere che personalmente non ho niente contro la metropolitana. Contro la società che gestisce il servizio, dico. Sono un abbonato. La metro funziona discretamente; qualcuno vi dirà: no, non funziona bene per niente, ma in realtà prima funzionava peggio. C’è la radio, diffusa in tutte le stazioni: un notiziario ogni mezz’ora e musica discreta. Certo, mi piacerebbe che si facesse meno attenzione alla radio e più ai treni. Non va bene che nell’ora di punta si aspetti sette minuti, anche se i successivi treni poi passeranno a distanza di due minuti l’uno dall’altro. Però sarete d’accordo che quando sul display l’avviso dice che il treno arriverà fra sette minuti non sono mai veramente sette minuti, cinque, cinque e mezzo al massimo. Provate a cronometrare, come faccio io.
Malgrado tutto ciò (e non vi sto a parlare delle scale mobili, altro bel capitolo, o del fatto che in quasi tutte le stazioni ci piova dentro), io non sono di quelli: ah, la metro, fa troppo caldo, c’è troppa gente, si sta stretti come sardine, non passa mai.
Fa caldo, quando fa caldo, non sempre, poi le cose sembrano migliorare; ci sono i nuovi vagoni, bianchi scintillanti, con dei simpatici video che in un silenzio innaturale illustrano l’efficacia del servizio. La gente c’è dappertutto; non passa mai è un’esagerazione. Stare uno appiccicato all’altro è una sensazione forse sgradevole ma ha i suoi lati positivi. Sempre meglio che starsene chiusi nella propria scatola di pelle e plastica, con i vetri appannati e illudersi di muoversi, di seguire la propria strada. Starsene chiusi nel vagone della metro, e sentire la corrente d’aria appiattirsi lungo i finestrini, nello spazio millimetrico che ci divide dalle pareti ricurve e stare immobili, seguendo il profumo della signora accanto, o l’odore di cipolla del pakistano di dietro, tutto questo per me non ha prezzo. E’ un modo caloroso di stare in fila, a parte il fatto che comunque ci si muove, si arriva a destinazione in un tempo relativamente appropriato, tranne quando il servizio si blocca senza un avviso, senza un motivo, ma quelle sono eccezioni, potrà capitare sì e no un paio di volte alla settimana. Allora il fiato sul collo del vicino, il profumo della signora accanto, la scollatura da evitare della ragazza di fronte sono passatempi che la coda automobilistica non potrà mai regalare.

Però c’è qualcosa che non mi va giù. Quello che mi sarei aspettato dalla società che gestisce la Metro è che dicesse una roba tipo: facciamo quello che possiamo, ci dispiace che il servizio non sia niente di che, dovete avere pazienza, in compenso… In compenso.
No: non c’è nessun compenso, niente, nemmeno una stretta di mano, un grazie. Niente di niente. Anzi. La società che gestisce la metropolitana negli ultimi tempi ha intensificato i controlli per stanare i viaggiatori senza biglietto.
Lasciamo correre, dico io. Il treno arriva con sette minuti di ritardo? Bene, io non ti rompo le scatole con questa storia del biglietto. La scala mobile è sempre sfasciata e tu ti devi fare duemila scalini a piedi, con la valigia o la carrozzina? O con le stampelle? OK, abbi pazienza, nel frattempo io non ti sto lì con il fiato sul collo.
Entrare nella metro senza pagare è la cosa più facile del mondo. Praticamente te lo lasciano fare. Perché l’ingresso è libero? Non lo trovo giusto. Anzi la ritengo una vera e propria truffa. Una cessione impropria di diritti che ti viene fatta pagare con gli interessi: io ti faccio entrare, rinuncio al mio diritto di controllare se hai fatto il biglietto, ti do – di fatto – il diritto di entrare anche senza pagare il biglietto, ma se ti becco dimenticati che il servizio fa schifo, dimenticati che hai fatto tremila scalini a piedi, con la gamba immobilizzata da un tutore perché ti sei operato al crociato del ginocchio sinistro che mica guarisci in tre mesi come i calciatori. Dimentica di avere diritti: tu sei solo uno sporco ladro e io sono la legge e te la faccio pagare.
Per questo ho deciso di prendere le mie contromisure. Sia chiaro: non l’ho fatto per me. Io ho l’abbonamento annuale. Per tutti gli altri. Anche per tutti quelli che non pagano le tasse. Per una questione di principio.
Sapete, all’inizio è sempre una questione di principio.

[ continua ]
postato da: bsq alle ore 11:56 | Permalink | commenti (2)
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mercoledì, 11 gennaio 2006

E vuoi sapere veramente come è andata ? Siediti e mettiti comodo, prendi da bere, se vuoi, il posto dove sono le bottiglie lo conosci. Ah, prendi un bicchiere anche per me.

 

Dimmi tutto dalll'inizio

Ci provo

Era da tempo che ne sentivo parlare

Ti avevano detto dove ?

No, ma una certa idea ero riuscito comunque a farmela, Sapevo di quale tratto parlavano.

Quello dove c'e' ancora un cantiere aperto ?

Si, pressappoco.

Ed è stato facile ? Tu l'hai mai visto ?

Una volta, non è stata una allucinazione, anzi dicono che appaia sempre la, nello stesso punto.

Dimmi tutto.

Sta bene, ma preparati non sarà facile

Lo so, e ti apprezzo per questo, so quello che provi.

La sera era fredda, parliamo di inverno, capisci ?

Si

Auto ferme da ore, gas di scarico alti come colline tutt'intorno,

gente che parla, aperti gli sportelli, con una gamba a terra. Tutti a capire cosa fosse.

Nessuno ha chiamato la polizia, che so, il 118, cos'è Viaggiare informati, si chiama cosi ?

Si, nessuno. O almeno, nessun lampeggiante nei dintorni,

insomma stiamo tutti li a non si sa bene aspettare cosa.

…Quando ?

Quando è apparso.

Che aspetto aveva ?

Normale, lo avresti detto uno come tanti, vestito normale

Solo ?

Si, solo come un cane, la quintessenza della solitudine.

Si muoveva in modo veloce, fra le auto ferme, bussando sui vetri.

E la gente ?

La gente lo guardava, incapace di capire chi fosse e cosa diavolo volesse, qualcuno gli diceva "Ehi".

E tu ?

Da me è arrivato tutto sudato, ha bussato sul finestrino mentre stavo pensando ad altro, mi sono girato e l'ho visto in faccia per pochi istanti.

Uno spettacolo orribile ?

Beh, aveva una luce strana negli occhi, come di uno che non ha toccato un cuscino da mesi.

E' difficile dormire se abita lì vicino.

Era una di quelle stanchezze che non spariscono con qualche ora in più di sonno, no, era inquietante.

Cosa vi siete detti ?

Nulla, almeno c'è stata questa lunga, intensa occhiata, ho avuto freddo per quei pochi secondi.

E gli altri ?

So che andava ripetendo a tutti la stessa domanda…l'avete vista ? l'avete vista ? e tutti a guardarsi fra mille sguardi, indecisi se ascrivere ad un pazzo o lasciarsi tutto alle spalle.

Da quanto tempo gira lì ?

Beh, adesso è un bel pezzo, ma nessuno l'ha mai ancora fermato

Un clochard ?

No, non ne ha i modi, un bravo cristo piuttosto.

E sta li sempre ?

Non lo so, ma credo di si, in qualche modo.

Non sai altro ?

Ce l'ha con le auto di piccola cilindrata.

Perché ?

Non chiedermelo, non lo so. So che privilegia quelle di piccola cilindrata, chiede e si avventa, e molla giù sti disegni incredibili.

Con un chiodo ?

Si, e mentre lo fa, veloce, lo sentono mormorare come fosse un mantra, dove sei ? dove sei ?

Sempre lo stesso volto ?

Si, uguale, è lei, perfetta.

Come fa ?

Non lo so, non ne ho idea. So solo che hanno cominciato a chiamarlo il fantasma innamorato del raccordo.

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giovedì, 05 gennaio 2006
Dice: la fila è statica, avanza per necessità sue proprie. Coloro che formano la fila sono passivi di fronte alle necessità della fila. La fila si gonfia e si diluisce secondo principi suoi, la fila trascina o spinge, annoda, snoda, tracima, dice, è un cappio, governa l’ammasso del caso, la combinatoria di molecole che stridono l’una sull’altra come la sabbia delle dune, non lascia spazio se non ai pensieri che spesso si riflettono sulla fila stessa e questo è il vero trionfo della fila: l’ammasso dei pensieri dei componenti la fila, dice, mette insieme una sola gigantesca catena di perline incolori, tenute insieme da un filo sul punto di spezzarsi, prive di autonomia, assoggettate anche loro alle implacabili regole della fila, e quando si spezza significa che la fila è terminata, come la fine di un sogno, se ne prova un fastidio incomprensibile, quasi sottilmente, dice, prossimo alla nostalgia, al dolore della lontananza.

PROLOGO
Dice: io sono un frammento di questo magma freddo, grigio, per lo più, o altrimenti pallido, eruttato dai vagoni della metropolitana della mattina, alla stazione Termini.
Quando i treni delle opposte direzioni arrivano simultaneamente i passeggeri scendono, simultaneamente, e si avviano simultaneamente verso le scale mobili. Gli uni stretti agli altri, inestricabili, dentro il vagone, immobili, come catatonici, mentre il vagone corre per conto suo, abbreviando i tempi ma non modificando, così dice, la natura coercitiva della fila.

Sulla scala mobile il magma risale il pendio, come quando mandi indietro il nastro. Ansima, ondeggia, il magma, sembra il plotone dei ciclisti ripreso con il tele mentre affronta la collina.
Sono tutti vestiti di grigio, o marrone scuro, o grigiochiaro, o bianco.
Niente rossi, verdi, gialli.
Per la maggior parte sono russi, ucraini, lettoni, bielorussi, moldavi. Peruviani, colombiani, cinesi, filippini. Tutta gente che non paga le tasse, pensa.

Il magma si divide, una scia continua a risalire verso il marciapiede della Linea B, direzione Rebibbia, o Laurentina. Un'altra colonna prosegue verso la superficie.

Io, dice, mi trovo mescolato a quelli che prendo la linea B verso Rebibbia. Scendo a Policlinico. Lì il magma si ricompone lungo un’altra scala mobile, e sale, sale ancora, lento, maestoso e quando finalmente è sul marciapiede i lapilli si disperdono ovunque, dentro il policlinico, all’università, negli uffici sulla Nomentana spargendosi in tutte le direzioni, stanchi, inermi, seguendo le loro traiettorie calibrate da una goniometria del caso.

A sera il nastro tornerà a girare nel verso giusto. I lapilli torneranno a farsi magma lento e frammentato, in lenta discesa, spinti dentro i cunicoli malamente illuminati delle stazioni, aspirati dentro vagoni maleodoranti, trascinando con le suole delle scarpe fogli di giornali gratuiti, che si perdono nel risucchio del vento, quando poi arriva la metro.

[ continua ]
postato da: bsq alle ore 09:22 | Permalink | commenti (7)
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