Ma basta, devo andare. Mi devo vestire. Forza. Per le dieci devo essere a Vaiano, a settanta chilometri da qui. Dò un'altra occhiata fuori. Fa freddo, ci sarà meno uno. Tutti a lavorare meno uno. Io. Ciò che vorrei. Vorrei. Oggi vorrei stare da solo, almeno per qualche ora. Mi vesto.
Ma basta, devo andare. Mi devo vestire. Forza. Per le dieci devo essere a Vaiano, a settanta chilometri da qui. Dò un'altra occhiata fuori. Fa freddo, ci sarà meno uno. Tutti a lavorare meno uno. Io. Ciò che vorrei. Vorrei. Oggi vorrei stare da solo, almeno per qualche ora. Faccio una passeggiata nel corridoio strascicando le ciabatte, poi mi avvio al telefono.
"Valentina?"
"Sì?"
"Scusa se ti telefono al cellulare..."
"Nessun disturbo."
"Senti, non sto bene. Per niente."
"Mi spiace, nulla di grave, spero."
"No, è che...credo di avere un po' di febbre...senti."
"Dica."
"Stamani non vengo, dovresti spostare tutti gli appuntamenti."
"Va bene. Martedì prossimo sarebbe venuto solo al pomeriggio, li aggiungo nella mattina?"
"Perfetto. Mi spiace per il trambusto creato."
"Non si preoccupi. Si rimetta al più presto."
"Grazie, ciao."
Mi abbuffo di datteri e latte, e caffè e biscotti, poi mi vesto in fretta con una tuta termica ed altro, compresi il cappello di lana ed il caschetto. Sembro il comandante Nobile in procinto di esplorare la calotta polare.
In meno di un quarto d'ora dalla colazione sono con la bici per strada, e mi dirigo verso il monte Serra, a metà strada tra Pisa e Lucca. Pare che mi guardi, quel monte: le sue antenne sono più lunghe del solito, lievemente convergenti verso me, almeno credo. Fa freddo, l'ho già detto. Occhio alle lastre di ghiaccio. Se le conosci - e le vedi - le eviti.
"Valentina?"
"Sì?"
"Sono in coda sull'autostrada; credo che arriverò in ritardo."
"Va bene, non si preoccupi. La aspettiamo."
Aspettatemi, sì.
E intanto mi immagino, proietto, prevedo. La fila ripartirà, prima lentamente, poi più convinta. Cercherai di vedere la causa della coda, di dare un nome al tuo ritardo - cristalli in frantumi, strisce nere sull'asfalto, carcasse d'auto, gente seduta sul ciglio della strada con la testa tra le mani, oppure niente - e col passare dei minuti te ne dimenticherai. Uscirai a Prato Ovest - dopo quella curva un po' troppo brusca c'è il casello, che cosa avrà voluto evitare, poi? la casa di un gran signore, forse - poi percorrerai per qualche chilometro la superstrada - quella dove piazzano sempre l'Autovelox - salirai per la bolognese che si inerpica in mezzo alle valli dell'Appennino - sulla destra la Calvana, con la sua cima impolverata di bianco, smussa e piatta come la parte alta di un pandoro - infine arriverai a Vaiano; entrerai in studio, qualche saluto, ti cambierai d'abito, ti trasformerai di bianco vestito. E infine al lavoro. Ti piace il tuo lavoro - ti piacerà, vedrai - quasi sempre con i bambini, con la quasi certezza di fare qualcosa di utile. Il giorno si consumerà, però, e la tua proiezione si sarà svelata aderente alla realtà. Nelle sfilacciature tra la tua proiezione e gli accadimenti, in quelle piccole lacerazioni sta la vita.
Aspettatemi, sì.
La fila non è ancora ripartita, mi volto verso destra, vedo la cima del monte Serra, e penso che vorrei essere lì, oggi.
Dopo qualche tornante di benvenuto la strada piega decisamente a destra, giro lo sguardo verso la piana solcata da strade - vedo l'autostrada, ah lì c'è una coda, tante minuscole formiche incolonnate grigie metallizzate(in alcuni depliant la denominazione è "polvere di luna"), blu elettrico, rosse fegato, nere-grigie canna di fucile - i centri urbani, i campi coltivati a vigna, gli uliveti, le case. Lo sciabordio del ruscello mi fa compagnia, il bianco della brina è dappertutto. Arrivo ad una fontana, stacco le scarpette dai pedali con un po' di fatica, mi fermo, bevo - è freddissima, ma mi dà sollievo - e riparto, accompagnato dai clac-clac - due colpi secchi, come gli spari di una pistola - delle scarpette che si riagganciano ai pedali. Arrivo ad un bivio: a destra per S. Andrea di Compito, vado a sinistra per "Monte Serra". La strada si stringe, il termometro dell'orologio segna meno due. Un cancello, uno spiazzo, un ristorante aperto nei mesi estivi e il sabato e la domenica, ma oggi è martedì. Chissà dove sono i cani che mi abbaiano lungo la rete, d'estate; forse a casa del padrone, a Lucca, magari stanno sonnecchiando davanti alle braci spente di un camino.
Nessun rumore di fondo, una betoniera in lontananza, la frenata di un camion, rintocchi di campane, il latrato di un cane: niente di tutto questo, e l'abitudine di sentirli scazzotta con questo silenzio; come quando entri in una stanza dove sono stati tolti dei quadri che hai visto per anni, e ne avverti la mancanza, e li vedi. Oppure come un mese fa, quando dormii in un villaggio per le vacanze estive vicino al mare: un centinaio di case vuote e silenti, senza bimbi, radio, cani, racchette, come se la zona fosse stata evacuata in fretta e furia.
Sto attraversando una zona completamente in ombra, e dietro una curva - a un centinaio di metri da dove sono - si svela il ghiaccio: ritagliato ad hoc sull'asfalto della strada, come se un camion pieno di calce vi avesse versato il suo contenuto. Non c'è alcun punto "ice-free" in tutta la carreggiata. Decido di staccare le scarpette dai pedali, in modo che se dovessi scivolare, potrei mettere i piedi in terra. Faccio una torsione sulle caviglie, ma le scarpette non mi si staccano, forse si sono congelati gli attacchi, forse non muovo bene i piedi per il freddo. Non ho alberi a cui appoggiarmi, da una parte c'è la roccia, dall'altra un ripido pendio del bosco, faccio altri vani tentativi di staccare le scarpette mentre pedalo.
Ho paura. Ci sono, ormai: la lastra bianca è sotto di me, la sento crepitare al passaggio delle strette ruote da corsa, non mi rimane altro che pedalare e tenere il manubrio più dritto possibile. Sto pedalando sul ghiaccio, in salita. Oscillo tra la paura e lo stupore. La paura di cadere e lo stupore di essere lì a pedalare.
Riesco a capire un paio di cose: la pedalata deve essere più uniforme possibile - senza strappi - altrimenti si slitta, devo tenere il sedere più indietro possibile, altrimenti si slitta. Ancora qualche minuto e finisco il tratto ghiacciato, felice di essere ancora in piedi.
Via via che salgo, la silhouette del monte oppone minore resistenza ai raggi solari finchè, dopo l'ennesima curva, si apre un altro mondo: asfalto brillante invaso dal sole, i paesaggi collinari della campagna lucchese visibili al di là dei rami dei castagni ormai spogli, erba sul ciglio con la brina parzialmente sciolta. Prima dello stacco con il cielo, due cinture candide: a sinistra le Alpi Apuane e a destra l'Abetone. Arrivo in cima - quasi mille metri - e mi fermo. Con lo sguardo a sud riesco a vedere la torre di Pisa e il porto di Livorno - degli stecchini con tanti mattoncini colorati tipo Lego - , gli indugi dell'Arno - un'ansa di qua, una di là - quasi a voler rimanere sulla terra, a non voler cedere il suo contenuto, e il blu del mare confuso con il blu del cielo; un'isoletta, la Gorgona, e più oltre la Corsica, che pare sospesa nel cielo, tanto è lontana.
Mi sfugge il senso di tutto questo, ma di una cosa sono certo: non vorrei essere altro che qui, adesso.
La bellezza ci salverà.





Ieri sera mi sono giudiziosamente messo in fila sulla scala mobile.
Un trionfo. Da quanto non mi sentivo così? Sicuramente da prima che F. mi dicesse: “torni sempre più tardi, a casa stai sempre chiuso nello studio, fai una vita assurda, ma perché hai voluto un bambino? Cosa significava per te? Che direzione volevi dare alla tua vita?” Il piccolo, seduto sul tappeto circondato dai suoi giocattoli ci guardava con la faccia seria, vigile. Che dovevo risponderle? Quello che gli avrebbe risposto chiunque: niente, e quella fu l’ultima volta che ho visto lei e il bambino senza prendere prima appuntamento.
Da quando mi sono dedicato alla causa cerco di passare molto più tempo in metropolitana. Oltre ai viaggi di andata e ritorno per andare a lavoro, e ritornare a casa, ci vengo anche il sabato e la domenica, specialmente il sabato, un giorno che i controllori adorano per andare a caccia.
Stamattina, mentre facevo disciplinatamente la fila per entrare in un vagone della Linea B, ai lati della porta per favorire l’uscita dei viaggiatori, ho pensato che è arrivato il momento di rendere pubblico quello che sta succedendo. Vanità personale? Fate voi.
Dice: io sono un frammento di questo magma freddo, grigio, per lo più, o altrimenti pallido, eruttato dai vagoni della metropolitana della mattina, alla stazione Termini.