martedì, 28 febbraio 2006
Si legge molto andando in Metro. In questa città è una nota positiva, la lettura durante il viaggio in metro allevia il senso di imbarazzato silenzio (il silenzio è anche del corpo, dell’espressione, degli occhi). Quando sono in Metro spesso mi diverto a leggere i titoli dei libri che leggono i passeggeri nel mio raggio d’osservazione. Di solito si tratta di grandi volumi rilegati, con copertine chiassose di scrittori americani, quelli come John Grisham o Wilbur Smith, di cui si legge sui giornali che hanno venduto un milione di copie o anche di più. A leggerli sono quasi sempre donne, frequentemente di mezza età. C’è poi una forte minoranza che legge classici, e qui si tratta di ragazzi e ragazze, per finire ai best-seller del momento, in mano a un popolo di età trasversale, occasionali o nati da mode. Tra tutti i libri che appartengono a questa ultima categoria e che detesto di più c’è Il Codice Da Vinci di Dan Brown. Non lo sopporto, o meglio, non sopporto il clamore che si fa intorno a quel libro, e l’interesse suscitato su quel libro solo a causa del clamore che c’è intorno. E poi, a pensarci bene, chi se lo filerebbe in Italia uno scrittore che si chiama Daniele Marrone?
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lunedì, 27 febbraio 2006
Ho smesso di usare il cellulare e se devo fare una telefonata (cosa che mi capita sempre più raramente) mi metto in fila ad una delle poche cabine rimaste.
Accanto ad ogni apparecchio pubblico è stato messo di guardia un volontario dell’ORVAS, per impedire, dicono, che i vandali possano finire di  distruggerle, ma soprattutto, dicono, a difesa dell’incolumità di chi telefona.
I volontari si sistemano così vicino all’apparecchio che è quasi impossibile non fare ascoltare quello che si dice. Io non ho segreti e non mi preoccupo, anche se da qualche giorno ho buttato le tessere magnetiche e telefono unicamente con le monete. Precauzioni.

Ho smesso anche di postare questo diario sia dal mio computer di casa che da quello dell’ufficio. Troppo pericoloso. Vengo quando posso ad un laundry-internet vicino la stazione Termini. Un buco gestito da pakistani con sei lavatrici e dieci postazioni, di cui 2 dedicate a chi viene a fare il bucato.

Quando sono arrivato c’era un computer libero, ma era di quelli riservati. Io vengo sempre con un paio di lenzuola, anche se sono pulite, perché mi sembra più sicuro. Dà meno nell’occhio: un italiano che viene a un internet point. L’aspetto noioso delal faccenda è che una volta a casa mi tocca stirare biancheria che quasi sempre non aveva alcun bisogno né di essere lavata né tantomeno stirata.
Ho scelto di mettermi in fila per fare il bucato. Avevo due persone davanti. Non sapevo se una di queste, o entrambe aveva (avevano) anche intenzione di sedersi al PC aspettando che finisse il lavaggio della propria biancheria. In questo caso forse mi sarebbe convenuto mettermi a fare la fila di quelli che non dovevano lavare niente (sebbene, a giudicare da alcuni dati di fatto, ne avessero bisogno), ma anche in questo caso la fila era già di tre persone.

Ho deciso di fare la fila dei lavatori, perché mi sembrava che un bucato stesse finendo il suo ciclo. Così infatti era: dopo due minuti c’era solo una persona davanti, e la prima si era messa a fumare fuori, sul marciapiede, lasciando ancora libero il PC.
L’altra fila scorreva più lentamente. Non era arrivato nessuno dopo di me. Erano circa le sei e mezzo di questa sera umida di carnevale, fuori è freddo e il vento, ancora gelido, entra a curiosare in questo minuscolo spazio dalla luce color latte di mandorla.
Ai computer ci sono ragazzi biondi ed extracomunitari giovani, magrebini con i loro maglioni di lana colorati e mocassini eleganti. I più si limitano a leggere giornali arabi; i turisti europei invece picchiettano dalle loro Web-mail colorate messaggi di saluti avviliti dalla stanchezza, dal freddo e dalla delusione.
Quello davanti a me, un bielorusso che in un italiano abbastanza chiaro ha cercato di convincermi che Putin è un mascalzone peggiore di Stalin, infilato i panni nel grande oblò mezzo scardinato si è seduto al suo PC e non si è più alzato. Io ho potuto infilare le mia lenzuola pulite dentro la lavatrice che erano le sette. A quel punto i PC erano ormai quasi tutti liberi; ma io non avevo potuto approfittarne perché nel frattempo dietro di me la fila di chi doveva fare il bucato invece si era allungata parecchio, e se io avessi saltato il turno andando a sedermi a un computer libero, per lavare le mie lenzuola pulite avrei dovuto aspettare chissà quanto, suscitando senza dubbio la curiosità attivata dall’abitudine al sospetto del tipo dell’ORVAS  che nel frattempo si era fermato proprio lì davanti, avvolto nel fumo denso del freddo e della sua MS. Sulle spalle portava una grossa busta trasparente con le divise da volontario da lavare: erano piegate in modo grossolano, tanto da sembrare pupazzi di volontari sgonfiati, ripiegati su se stessi.
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domenica, 26 febbraio 2006

Ho scoperto la mia passione per le metropolitane a diciotto anni, quando andai per la prima volta a Parigi. Per me che arrivavo da Napoli, dove fino a pochi anni fa c’era solo una tratta che correva sulla linea ferroviaria, entrare nella ragnatela del Metrò parigino fu una rivelazione. Non vedevo l’ora di scendere in qualche stazione e muovermi da un capo all’altro della città, cambiando linee, passando incroci, percorrendo lunghi corridoi e tapis-roulant d’acciaio. Leggevo i nomi delle fermate come parti di un testo poetico che attendeva di essere composto: Cité Universitaire, Denfert-Rochereau, Port Royal, Luxembourg, Cluny-La Sorbonne, St. Michel, o Republique, Oberkampf, St. Ambroise, Voltaire, Charonne, Boulets Montreuil, o Dupleix, La Motte-Piquet-Grenelle, Cambronne, Sèvres Lecombe, Pasteur, Montparnasse Bienvenue. Ma sotto e sopra coincidono. Si può scrivere della città sotterranea come di quella esposta alla luce del sole. Ora, non so se finirò per fare come certe persone di cui parla Alex Roggero ne Il treno per Babylon. Quelle persone, a Londra, “vagano per la città dalle prime ore dell’alba, rincorrendo sequenze di numeri di griglia a casaccio nella mappa A-Z. Quelle persone vengono chiamate psicogeografi".

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mercoledì, 22 febbraio 2006

auto-video

L'ultimo grido in città.

 

Ho pensato di aver esagerato con il fumo. E il fumo, dicono, sia deleterio per la vista. Continuo a comprare libri che non leggerò, senza occhiali. Fra poco mi occorreranno anche per guardarmi allo specchio. Oggi con Trifus abbiamo ipotizzato un cellulare in braille (grazie alla grandezza dei font del display…).

 

Ebbene, ho strabiliato, dicevo, perché regolarmente incolonnato, adeguatamente avvilito, moderatamente incazzato, ho visto davanti a me un auto (tacerò il modello e numero di targa per una sorta di pudore), al cui conducente sarebbe da far mangiare, seduta stante, il permesso di condurre qualsivoglia autoveicolo, a motore e non. Ho potuto vedermi (gratis) attraverso il suo lunotto posteriore, una serie di clip da un monitor piazzato sul cruscotto. Non "nel" cruscotto, ma proprio "sul".

 

Ora, mi sono informato, mi dicono che a questi dispositivi, con un briciolo di buonsenso, le case produttrici hanno conferito una sorta di intelligenza artificiale, che fa si che non appena percepiscono che l'auto sia in movimento si spengono. Inutile dire che lo strattagemma ha fatto la fine di tante altre ridicole prevenzioni. E' andato a far buona compagnia ad altre regole, abitualmente infrante, come quella di evitare di guidare tenendo appoggiato all'orecchio il cellulare.

 

Concedo che fare dieci chilometri di strada di Colombo a tre all'ora, dopo una giornata di lavoro, oltre a concorrere ad aumentare la simpatia nei confronti dell'attuale (ma anche delle precedenti…il danno è pregresso, questo si) giunta capitolina, (l'ossessione da presenzialismo da inaugurazioni comporta queste piccole dimenticanze, e si sopporta, si sopporta…), ha il potere, magico, di stendere le ultime risorse fisiche disponibili, cosa c'è di male nel distrarsi un po con quella scatola per immagini ? Ma attentare alla propria, e soprattutto direi, all'altrui sicurezza è, come detto, cosa da comportare un corso pratico di ingestione di quel foglio di colore rosa che consente, una volta esibito davanti a strani individui vestiti uguali, di dimostrare di saper guidare un automezzo.

 

Bravo, bravi.

postato da: cletus alle ore 21:40 | Permalink | commenti (1)
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mercoledì, 22 febbraio 2006
Stazione di Valle Aurelia, ore 7 e 15.
Questa mattina i volontari dell’ORVAS (l’Organizzazione Romana Volontari per l’Assistenza e la Sicurezza) ci hanno fatto mettere in fila all’ingresso della stazione. Era ancora buio, ad ovest le nuvole nere gonfie di pioggia elettrica, disarticolate come puff abbandonati in soffitta venivano trafitte dai primi raggi di sole che sorgeva dall'altra parte del cielo.

C’è stato un ritardo della FM3 da Viterbo, e quando sono arrivati, i viaggiatori erano talmente tanti che non ci stavano neppure nell’atrio della biglietteria. Allora quelli dell’ORVAS  hanno cominciato a spingerci l’uno contro l’altro, per ridurre la superficie dello spazio occupato. Qualcuno ha provato a lamentarsi, ma non è servito. Chi ha protestato è stato fatto uscire dall’atrio e lasciato fuori, sotto la pioggia, al freddo. Io mi sono trovato fra loro. ero senza ombrello, e il capotto ha cominciato a riempirsi di minuscole goccioline brillanti come se ci avessi sparso la soda caustica.
Quelli dell’ORVAS, sebbene siano agenti in pensione, non sono troppo anziani e quindi fisicamente sono ancora in gamba; hanno quasi tutti  il pizzetto grigio e le divise nere secondo me un po’ troppo larghe. Quando ne vedo due salire su dalla scala mobile controllo il biglietto, (ho smesso da qualche giorno di utilizzare la tessera elettronica, troppo pericoloso: l'abbonamento è nominativo e ai tornelli d'ingresso ogni passaggio è tracciato. Peccato, perché l’avevo rinnovata da poco - 250 euro - tuttavia è un sacrificio che andava fatto). C’è poco da scherzare con l’ORVAS, da qualche giorno in qua.

L’intervista che ho rilasciato a Metronomos ha lasciato il segno. E' vero, i controlli sono aumentati ma anche le potenzialità dell’Organizzazione che si è sentita finalmente valorizzata e ha percepito la propria presenza come un fatto identitario. Non avevo altra strada, l’alternativa era che l’ultimo arrivato, per farsi bello con i colleghi o la fidanzata, per un quarto d’ora di celebrità rischiasse di buttare a mare mesi di lavoro, confidando segreti, metodologie, facendo nomi.
Io sapevo quello che si poteva o non poteva dire, toccava a me, l’ho fatto.
Tuttavia dai commenti che ho sentito sulla metro molti ritengono che non sia stata una buona mossa. Molte persone facevano riferimento alla determinazione che da oggi i controllori e i volontari dell’ORVAS avrebbero impiegato nei controlli. Stamattina ho cominciato a pensare che forse non abbiano tutti i torti.

Quando, dopo dieci minuti, siamo finalmente riusciti a raggiungere le scale mobili, il rumore degli ingranaggi era così alto e stridente che ho cercato di capire se provenisse dai binari o dalla scala mobile stessa. Mi sono girato e ho visto la signora dietro di me piangere sommessamente, non so perché.
La scala mobile ha cominciato a sobbalzare. I due dell’ORVAS hanno impedito a chi aveva provato a farlo di utilizzare le scale fisse, dove quindi c’erano solamente loro, che allungavano il collo con aria professionale per capire da cosa dipendesse quel cigolio insopportabile. Si scambiavano sguardi un po’ interrogativi un po’ inespressivi. Uno aveva folte sopracciglia disordinate, l’altro la barba sfatta; hanno cominciato a scendere allo stesso ritmo delle scale mobili dicendo ad alta voce “biglietti prego”, “tessere e biglietti”, grattandosi dietro la nuca.
Ho cercato di divincolarmi dalla pressione di quello che mi stava accanto, sullo stesso gradino, per infilare la mano nella tasca del giaccone, tirare fuori il portafogli, e da lì il biglietto vidimato. Ma il tempo di fare tutto ciò ero ormai arrivato in fondo. Ho cercato di dirigermi verso la banchina, dove nel frattempo era arrivato il treno. Ma la ressa me lo impediva. C’erano due controllori della Società della Metro appoggiati al muro, e una terza poco lontano. Stavano confabulando tra loro con le mani in tasca. Non si riusciva a fare un passo, eppure la banchina era quasi vuota.
Erano quelli dell’ORVAS a bloccare il deflusso. Si andava avanti millimetro per millimetro. La gente si divincolava a fatica, fra sciarpe che si arrotolavano fra le braccia, guanti che cadevano e potevano giudicarsi persi e calpestati con un senso di disgusto (sembravano i corpi flaccidi di roditori morti) nel tentativo di raggiungere le proprie tessere o i propri biglietti da esibire al passaggio davanti ai due dell’ORVAS in modo colpevolmente ansioso. Del resto quelli dell’ORVAS trovano sempre un motivo per metterti in difficoltà: la firma, la fotografia, la data, il timbro. Per quanto si possa essere certi di avere tutto in regola il timore di essere fermati, accompagnati dai controllori o al più vicino posto di polizia metropolitana è più forte di qualsiasi forza di autosuggestione. In tutta quella confusione qualcuno arrivava davanti a quelli dell’ORVAS a mani vuote, biascicando qualcosa come “ce l’ho, solo che non sono riuscito…”, e qualche volta riusciva a farla franca: a quelli dell’ORVAS piace essere magnanimi, di tanto in tanto.
Nella calca, con il dorso della mano che stringeva il biglietto, spingevo senza volere il braccio della ragazza che mi precedeva. Ne scorgevo appena il viso olivastro; i capelli, lunghi, lisci, neri, raccolti in una coda di cavallo mi dondolavano a pochi centimetri dagli occhi. Il tepore provocato dalla leggera pressione della mia mano sulla stoffa pesante del suo cappotto grigio mi stordiva come se il suo braccio non fosse passivo e indifferente, ma mi stesse parlando e volesse farmi capire qualcosa. A un tratto c’è stato un rimescolamento delle posizioni, eravamo tutti come molecole centrifugate all’interno delle beute nei laboratori, e distribuite a casaccio nel loro microscopico spazio vitale.  Accanto mi sono trovato la signora che poco prima, in cima alle scale, avevo visto piangere, dietro di me. Aveva ancora il volto rigato dal rimmel. Ho fatto un cenno con gli occhi, strizzando le palpebre per chiederle, aiutandomi con un lievissimo movimento del capo, se c’era qualcosa che avessi potuto fare per lei, ma quella ha sbarrato gli occhi in un convulso e muto terrore per pregarmi, per carità, di non fare niente, assolutamente niente.
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lunedì, 20 febbraio 2006
Davvero non lo so. Tutti si lamentano del caos sulle strade, del traffico urbano, di colonne perenni in auto o con i mezzi pubblici, del tempo e della salute che ci si rimette semplicemente recandosi al lavoro. Ne parlano i sociologi, se ne discute nei consigli di amministrazione, ministri ci lasciano la testa e la poltrona. Nascono perfino blog sull’argomento “Una vita in coda”, come se fosse un diabolico fatto di malcostume. La strada è demonizzata, perfino la metro è dipinta come la jungla da prendere d’assalto, colpi di machete tra gli indigeni controllori e gli invasori cittadini.

E’ ora di finirla. E’ ora di scoprire l’altra faccia del diavolo, quella insospettabile. E’ ora che qualcuno racconti il bello e il buono della civiltà motorizzata.

Permettete che ci provi io?…

Io, quando entro in macchina, una modesta utilitaria di marca coreana, e vado incontro al mio destino nel traffico urbano in realtà apro una finestra sulla vita. Una vita vera.

Sono anni che, in pratica, durante il giorno vivo sulla strada. Sono state talmente tante le ore trascorse in una scatola di latta motorizzata come questa, che per non dover dire di aver buttato via più di metà della mia esistenza, ho imparato presto a organizzarmi.

Non è difficile, sapete? Vuol dire riuscire a dare un senso a lunghe ore altrimenti perdute per sempre.

Tutto cominciò quand’ero bambina. Papà mi volle iscrivere ad una scuola elementare privata, piuttosto lontana da casa, perché gli sembrava l’unica in grado di garantirmi l’istruzione migliore. I papà fanno di tutto per la loro figlia, specie se la bimba in questione è l’unica che hanno. Così il poverino si sobbarcava l’onere di accompagnarmi a scuola tutte le mattine. E per fortuna che era un libero professionista che non doveva timbrare cartellini sul lavoro. Era un’avventura vera il recarsi a scuola. Da Indiana Jones. Si sapeva quando si partiva ma non si poteva mai dire con certezza quando si sarebbe arrivati. Dovevamo attraversare tutta la città, da un capo all’altro, utilizzandone la circonvallazione, dai suoi figli chiamata affettuosamente circon. La quale era stata progettata e costruita dalle precedenti amministrazioni per distogliere, appunto, il traffico dal centro. Ovvio. Succedeva così che, per non deludere la maggioranza in sede al consiglio comunale, tutti i sostenitori di quella fazione si ammassavano sulla circonvallazione, in modo da dimostrarne l’utilità e quindi far vedere agli scornacchiati rivali che i soldi dei cittadini erano stati bene spesi. Quelli del partito opposto invece si riversavano sulla circon per far vedere quanto incasinata e inutile fosse.  Di conseguenza, la ressa era impressionante e matematicamente certa.… come certo era che il tempo utilizzato per i tragitti non era assolutamente calcolabile. Nello stabilire l’orario degli appuntamenti si diceva sempre, allora come ora, “ più o meno a…”.

Presto però quello che sembrava uno spreco di tempo si rivelò estremamente utile e cambiò la mia vita. Come vorrei cambiasse la vostra.

Un giorno qualunque di quando ero bambina mi scoprii totalmente impreparata in storia. Cose che capitano agli scolari. In un istante illuminato ricevetti quel giorno la RIVELAZIONE,  quella della vita. Perché, mi chiesi, non provare a studiare in macchina, durante il tragitto verso la scuola?…Fu così che  Napoleone fu sconfitto a Waterloo nel tempo che la bella e frustrata Ford Capri 1300 color del cielo, impiegò, sgomitando, a superare tre semafori rossi, il viale della stazione delle 8 del mattino e l’accesso all’ospedale, da cui ben cinque ambulanze uscirono a sirene spiegate e a intervalli regolari. Come nelle corse a cronometro dei rally.

L’interrogazione in storia di quel giorno è stata la mia prestazione scolastica più brillante, fino a quel momento. Di certo la prima e la più inaspettata.

Da quel giorno imparai il trucco. All’uscita di scuola, nel percorso fino a casa, mentre papà faceva in tempo a fumare quasi un pacchetto di sigarette, io facevo i compiti. Così nel pomeriggio giocavo e guardavo la tv dei ragazzi e lo zecchino d’oro. E la mattina dopo, nel passaggio inverso, studiavo l’orale. Tanto i semafori erano della razza semprerossi, i treni arrivavano sempre per le 8 riversando sul viale un fiume di ingombrante umanità che doveva sempre e comunque attraversare la strada, e le cinque ambulanze uscivano regolarmente davanti al nostro naso con partenze cronometrate. Papà capì presto l’antifona anche lui, e seguendo il mio esempio, cominciò a concedersi qualche minuto in più di sonno: la barba se la faceva fischiettando guardandosi nello specchietto retrovisore e il caffè lo prendeva dal ragazzo del bar che passava con la bici e il termos per chi lo volesse.

Con questa tecnica studiai per tutta la scuola dell’obbligo e superai brillantemente l’esame di maturità. Per recarmi al liceo mi servivo dei mezzi pubblici di superficie ché la metro, perdonatemi, mi sempre causato angoscia e panico ancora prima dell’era dei kamikaze, ma la bailamme era sempre la stessa. Anche i bus e i tram, infatti, erano creature di strada e le auto circolanti, negli anni, si munirono del dono della riproduzione esponenziale, per cui nulla cambiò. Solo gli ostacoli sul percorso. I semafori semprerossi da ringraziare erano ormai 8, di cui metà appartenevano anche alla categoria sempreguasti. E la mia riconoscenza andava pure ai vigili urbani, che facevano del loro meglio nel concedermi più tempo per studiare, intasando ancora di più l’inferno motorizzato dell’ora di punta. Naturalmente stesso discorso vale per gli anni dell’università. Che bello, ogni tanto c’era un corteo, di studenti, gay, metalmeccanici o casalinghe, che manco a farlo apposta un giorno sì e un giorno no si riversavano sulla circon. A volte prendevo l’auto di papà, ma, sebbene guidassi, i soliti rallentamenti, cantieri stradali, deviazioni e tutta l’urbanità possibile, mi concessero di preparare anche la tesi per la laurea in filosofia e sociologia comparata. Che aveva il seguente titolo: “Stress dell’ora di punta, fenomeno di massa: conoscerlo, evitarlo, utilizzarlo al meglio.”

Poi ho trovato lavoro in una ditta di spedizioni. Perché è risaputo che la laurea difficilmente ti dà da mangiare nel tuo campo. La ditta era a due passi dal monolocale che avevo affittato per rendermi indipendente, ma aveva una filiale agli antipodi cittadini. Ho chiesto di essere destinata lì. Perché se no cosa ne facevo del mio tempo?

Così ancora una volta felicemente incolonnata, ma non avendo più da studiare, ho scoperto il mondo. Un mondo suburbano felice e solidale. E voi, avete mai guardato chi c’è al vostro fianco?…

Io ho cominciato presto a notare che accanto a me c’erano sempre le stesse facce. Tutti con gli orari di lavoro uguali, evidentemente, ci riversavamo sulla strada sempre alla stessa ora.

Per passarmi il tempo, tra una prima e una seconda marcia, avevo deciso che potevo coltivare il mio hobby preferito, quello di leggere. Ho letto di tutto, dai Promessi Sposi, alla Divina Commedia, da Giulio Mozzi, al Codice da Vinci, alle biografie di Berlusconi. Fino a che non mi è venuto voglia di scriverlo io, un libro. Niente di più facile. I semafori, nel corso degli anni, pur definendosi intelligenti, non facevano che seguire le orme dei loro progenitori, semprerossi e sempreguasti. I cantieri erano sempreaperti, come si conviene alle Grandi opere governative. Per cui di tempo ne avevo. Grazie ad un palmare che posizionavo sullo sterzo, scrivevo capitoli su capitoli di un romanzo fiume, un romanzo verità, un’enciclopedia universale. Quello che mi pareva. Non avevo paura di lasciare l’opera incompiuta, non accadeva mai. Mi sentivo pressoché realizzata, capite? Quanto meno ORGANIZZATA!

Un po’ alla volta mi accorsi che altre persone avevano imparato a sfruttare il loro tempo. La signora con la Multipla appena avanti a me, per esempio, in poche settimane aveva iniziato e portato a termine un copriletto all’uncinetto. Mica poco.  Specie se si pensa che ha da sempre l’auto stracolma di ragazzini urlanti, i quali, poveri, ancora non hanno colto le opportunità di viaggiare lumacamente. Mi sono ripromessa di offrirmi come istitutrice in proposito.

Il ragazzo nella Smart incolonnato dietro, lo vedevo con lo specchietto, leggeva, prendeva appunti e scriveva. Faceva tenerezza, rivedevo me studentessa modello autodipendente.

Quel distinto signore in Mercedes invece si è convertito da poco. Prima era sempre incazzato e suonava il clacson per protesta contro i ritardi. Che lui aveva da fare, diceva, mica era un perdigiorno, lo aspettavano in riunione. Ora si è rassegnato. L’ho visto parlare al cellulare, senza nemmeno bisogno di auricolare, disteso e sorridente, e alla stesso tempo leggere le poesie di Neruda. E ieri ha abbassato il finestrino, mentre mi stava accanto, e mi ha regalato una rosa, comprata dallo zingaretto al terzo incrocio della circon. Sono arrossita e ho ingranato la terza invece che la prima, tutta sconfusionata. Il padre dello zingaretto, per la cronaca, lavora anche lui sulla circon e non si risparmia. Lava i vetri a tutte le auto troppo pigre per farlo da sole. Avete mai notato che in città, grazie a gente volenterosa come questa, le nostre auto sono sempre lustre? In pochi anni i clandestini originali si sono così ben integrati e organizzati che, sfruttando i rallentamenti abituali, nel tempo che tu impieghi a girare attorno a una rotatoria (ultima diavoleria urbanizzata nata con gli stessi vuoti intenti della circon), ti lucidano l’auto a festa. Sono sorte delle vere multinazionali nel settore.

Con la signora della Punto, che di solito è avanti a me di due auto, sono riuscita a instaurare una bella amicizia, fatta di sguardi, sorrisi, commenti e confidenze. Quando riusciamo ad affiancarci ormai mi confida anche della crisi con il marito, di quella  con  l’amante e di come muoia per un terzo uomo terribilmente virile e sexy… Che poi è il vigile con i baffi, quello da anni piantonato sotto un sempreguasto, che quando lei gli arriva vicina spalanca sempre le braccia. Sembrerebbe volerla abbracciare, invitante, in realtà le dà uno spietato stop tiratardi. Però in effetti è un gran bell’uomo, da far girare la testa e non solo per lo smog… ma no, io non sono una che ruba il vigile all’amica.

Due giorni fa c’è stato un parto nell’ingorgo più ingorgato che abbia mai visto in tanti anni di onorata colonna. La povera donna si stava recando all’ospedale, colta dalle doglie, ma nella sfida coi sempreguasti, i semprerossi e i sempreaperti non è riuscita a trattenere il suo terzo figlio. Il papà, disperato ha chiesto aiuto. Con una unanimità partecipe che in ospedale certo non si trova (si sa come sono le liste d’attesa, anche per partorire bisogna prenotare), abbiamo spento i motori. Dalla corsia opposta della circon è arrivato, saltando sui cofani, un ginecologo. Perché qui da noi si trova davvero di tutto, nell’ora di punta, non solo i pendolari consueti. Una coppia poco distante ha aperto la valigia del viaggio di nozze e ha tirato fuori asciugamani puliti e ricamati, così che il pupo ha potuto finalmente essere accolto degnamente e respirare i gas di scarico che ancora non si erano depositati al suolo. Gli strepiti del baby sono stati salutati da una salva di clacsonate che neanche la regina d’Inghilterra. Anche la gazzella dei carabinieri, bloccata senza speranza dalle belve a quattro ruote, ha acceso la sirena e si è unita al coro.

I miei vicini di traffico sono tutti un po’ speciali. E i vostri??!!

Oggi, per esempio, che la giornata era tiepida e invitante, la signora della Multipla ha tirato fuori una bellissima tovaglia, ricamata da lei mentre aspettava che gli ingorghi si sciogliessero almeno quanto bastava per non bruciare la frizione. Eravamo fermi al quarto incrocio col semaforo sempreguasto. Ha messo la tovaglia sul cofano della macchina. Ha estratto una bella torta e ne ha distribuito le fette a tutti gli automobilisti. Era il suo compleanno, ci ha spiegato. Noi ci siamo sentiti bene, le abbiamo fatto gli auguri e la vita ci è sembrata più bella, sotto il velo delle polveri sottili di questo pazzo mondo urbano.

 

 

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domenica, 19 febbraio 2006

C’è qualcosa di crudele nell’esercizio di controllo. E c’è qualcosa di crudele nell’esercizio di controllo dei controllori della metropolitana di Milano. Ho imparato a detestare il loro “sadismo”, probabile incorporazione di un potere (infimo, certo) da esercitarsi su altri. Ho sempre avuto l’impressione che in molti di loro scorra sottopelle il piacere di beccare un passeggero senza biglietto, e che l’arroganza con cui trattano i “portoghesi” superi qualsiasi zelo professionale. In più, mi sembra che l’attenzione nei confronti degli immigrati sia spesso esagerata, oltre che prevenuta. Per diversi anni ho abitato a due passi dalla Stazione Centrale di Milano, e ogni giorno sono sceso nel fetore della metropolitana per andare al lavoro. Ho potuto osservare comportamenti dei controllori al varco della linea verde, ho studiato le loro mosse, ho capito quali sono i segnali che li insospettiscono. O meglio, quali sono i comportamenti che sono addestrati a riconoscere come rivelatori di condotta “evasiva”. Mi ero convinto, e lo sono tutt’ora, che i controllori ricevano una specie di formazione, un addestramento per cui sono abili nel selezionano i passeggeri “buoni” da quelli “cattivi” davanti alle macchinette per timbrare i biglietti. Ho capito come farli caricare a testa bassa. E’ sufficiente timbrare frettolosamente, nascondere subito il biglietto, cercare di scivolare via eludendo il loro sguardo. E’ molto probabile allora che ti raggiungano e ti dicano Biglietto prego, con l’aria sicura di trovarlo timbrato almeno due volte. Con loro ho ingaggiato una lunga battaglia giornaliera. Non so più quante volte ci sono cascati, con me. Facevo puntualmente il giochetto del biglietto frettoloso, e loro mi raggiungevano pronti a spellarmi, poi mi godevo il loro disappunto. Giravano e rigiravano il biglietto alla ricerca (vana) del doppio timbro. E io spesso, indicando le scale che portano giù alla banchina, lanciavo questa frase: Francamente  non capisco la sua pignoleria, guardi che avrei fretta.

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mercoledì, 15 febbraio 2006
E’ chiaro che la Società della Metro preferisce elevare multe piuttosto che educare i passeggeri a viaggiare muniti di biglietto. Se così non fosse porterebbero l’entità della multa che so, a mille euro. A quel punto chi sarebbe tanto sconsiderato da rischiare di dover pagare mille euro? Duecento euro è invece un rischio che si può ragionevolmente correre. Fatevi un po’ i conti. Se ogni settimana duemila persone (dati ISTAT) vengono pizzicate senza biglietti fanno un incasso di quattrocentomila euro. Non male, che ne dite? Se questi duemila contravventori avessero fatto regolarmente i biglietti la Società della Metro, a voler esagerare, cioè calcolando per tutti quanti due biglietti a testa (di andata e di ritorno) avrebbe incassato la miseria di quattromila euro. Al posto loro voi che fareste?

Sono giornate un po’ così. Ai controlli gli addetti della società della Metro sono sempre affiancati dai volontari dell’ORVAS che, sguinzagliati nei dintorni, impediscono ai viaggiatori di fare marcia indietro o di imboccare vie di fuga. Qualcuno se ne riesce a mettere in salvo, ma non tutti. I controllori hanno rialzato la cresta, staccano multe con una ferocia mai vista, con un bagliore negli occhi che sbiadisce soltanto quando quelli dell’ORVAS si avvicinavano a loro per rimettere le cose a posto: è chiaro che sono loro i veri vincitori.

Tuttavia proprio oggi entrambi i giornali gratuiti distribuiti nella metropolitana, Metronomos e La Tana della metropoli, hanno parlato dell’Organizzazione. Se da un lato non posso impedirmi di preoccuparmi perché in qualche modo il nostro lavoro è venuto alla luce, dall’altra non posso contenere la soddisfazione e l’orgoglio di vedere riconosciuti gli sforzi di mesi e mesi di lavoro, duro e paziente; gioia associata anche al fatto che in ogni caso nessuno di noi è stato davvero scoperto, nessuno ha parlato e l’Organizzazione viene citata sempre con un sottile sentimento di sottomissione e di rispetto che deriva dalla sconcertante efficienza e dalla assoluta segretezza dei suoi membri.
Nonostante la soddisfazione sono preoccupato. Si sa come sono i giornalisti. Acchiapperanno uno di noi e lo faranno cantare, lo lusingheranno, lo blandiranno. E io non so come impedirlo. A meno che….
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venerdì, 10 febbraio 2006
Ieri mattina ho fatto colazione con tre caramelle Elah (due normali e una alla liquirizia), una barretta di cereali e un caffè corretto al Bailey’s.
Mi sentivo teso al punto giusto. Sentivo dentro che questo sarebbe stato il gran giorno.
La decisione risale a lunedì scorso. Non potevo più rinviare. Dovevo farlo. Volevo farlo. Percepivo chiaramente la cosa come un dovere morale.
L’ho già detto: io non sono d’accordo con quelli che non pagano il biglietto. Il mio motto è “ordine e progresso”, sì, proprio come quello della bandiera brasiliana. Ho dei parenti laggiù, anche se non li sento da anni. Anche in Argentina, a Rosario per la precisione, con loro invece ci sentiamo, qualche volta. Ho un cugino che fa il cantante sentimentale: porta i capelli e le basette come negli anni settanta, indossa camicie attillate stampate a rombi di tutti i colori con il colletto chilometrico. O almeno, questa è la sua immagine sui dischi che ogni tanto mi fa avere.

Come che sia. Dovevo prendermi i miei rischi.  Anche io dovevo, almeno per una volta, sfidare i controlli giocando sulla mia pelle.
Così è da lunedì che salgo sulla Metro sprovvisto del titolo di viaggio. Contro i miei principi (così ho potuto constatare quanto sia eccitante sfidare i propri principi).
Il primo giorno niente, tutto liscio. Il secondo lo stesso, il terzo uguale. Sembravano spariti. E dire che su Metronomos ho letto che i controlli sarebbero stati persino intensificati.
Ieri mattina ho preso un permesso, in ufficio, e sono salito sulla metro come un cane da caccia. A San Giovanni, verso le 12 e 30, minuto più, minuto meno, finalmente li ho incontrati. Li ho sentiti, li ho annusati.
Ho visto quelli dell’ORVAS muoversi nervosi avanti e indietro, agitarsi come scarafaggi drogati.
Ora sarebbe venuto il bello.
Già. Perché a me non bastava semplicemente schivarli, farla franca. Troppo facile.
No, non era questo.
Io volevo che qualcuno mi avvertisse. Che qualcuno dell’Organizzazione mi aiutasse. Stavolta volevo io essere salvato.
Così ho cominciato a salire la prima delle due scale mobili, con il battito del cuore in gola. Arrivato a metà ho visto due volontari lasciare precipitosamente il mezzanino sopra di me e mettersi all’inseguimento di una ragazza che stava scendendo le scale contromano. Ora il mezzanino era libero, ma dal numero di viaggiatori accalcati in cima alla seconda scala mobile avevo la sicurezza che i miei sospetti erano esatti. Procedevo lentamente, guardandomi attorno. Dietro di me, con la coda dell’occhio, ho visto che i due volontari stavano lentamente risalendo nella mia direzione.
Salire sulla seconda scala mobile significava andare in pasto i controllori senza alcuna via di scampo. Tuttavia barare non mi era consentito. Ho preso per la scala normale. Il primo gradino mi è sembrato altissimo e le gambe pesantissime.
Due, tre gradini, quattro. Procedevo come se dovessi farmi largo fra la folla o avessi un muro di vento contrario.
Cinque, sei, sette. Gocce di sudore cominciavano a scendere veloci lungo la schiena e strozzarsi all’altezza della cintura. Possibile che ero stato lasciato solo?
Otto, nove, dieci, undici.
All’undicesimo gradino un uomo mi ha affiancato sulla mia sinistra. Avrà avuto una sessantina d’anni, basso, indossava una giacca di lana sul marrone, principe di Galles, e pantaloni grigi, una cravatta fantasia su una camicia ben stirata color panna; aveva un grosso paio di occhiali da miope dalla montatura nera e spessa, i capelli grigi tirati all’indietro, lucidi di brillantina. Il classico frequentatore delle sale corse, le tasche piene di foglietti e un’ansia tenuta sotto controllo dall’abitudine alla sconfitta.
“Giovane, occhio si nun ci hai il bijetto” Ha detto con voce roca e inespressiva.
Ho cercato di guardarlo negli occhi, ma non ho fatto in tempo, era già sparito alle mie spalle.
Ho fatto marcia indietro. Il cuore in festa, commosso, e un sorriso stampato sulle labbra. Avevo fame, ho accelerato il passo.
Ho incrociato i due volontari dell’ORVAS che risalivano verso il mezzanino abbassando lo sguardo. Fatti pochi passi, ho sentito la voce di uno dei due esplodere alle mie spalle: “Dica.”
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lunedì, 06 febbraio 2006

Sono passati alcuni giorni da quando i controllori sono saliti sul vagone. Non mi è più capitato e a tutt’oggi non so se quel giorno abbiano effettuato i loro controlli o meno. Se dovessero salire un’altra volta accompagnati da quelli dell’ORVAS, o da agenti della Security, le possibilità di farla franca diminuirebbero drasticamente. A patto ovviamente che i vagoni non siano stracolmi come l’altra mattina. Abbiamo solo un’arma: loro non possono impedirti di scendere se tu lo chiedi, non possono sbarrare le uscite. E’ chiaro quindi che la loro è una mossa dettata dalla disperazione.

Mentre facevo queste considerazioni, sono saliti due zingari di sette e otto anni, una cosa così. Uno teneva fra le braccia una tastiera con le pile scariche che belava lamenti appena distinguibili con un sottofondo di ritmica salsa, l’altro con un bicchierino di carta di MacDonald’s dai bordi consumati in mano andava chiedendo degli spicci. Il bambino con la tastiera, indifferente ai suoni emessi dallo strumento, cantava Sono un italiano un italiano vero, azzeccando una parola su venti, stonando dall’inizio alla fine. Il vagone era abbastanza pieno, perciò i due ragazzini si muovevano a fatica e non ascoltarli era impossibile. Poi ha attaccato Santa Lucia, e infine una cosa che neppure il suo autore avrebbe potuto riconoscere. Qualche signora, stupidamente, dava loro qualche centesimo e un sorriso di incoraggiamento.

Mentre facevo la fila per uscire, a Termini, ho sentito qualcuno che mi bussava sulla spalla.

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