Ho scoperto la mia passione per le metropolitane a diciotto anni, quando andai per la prima volta a Parigi. Per me che arrivavo da Napoli, dove fino a pochi anni fa c’era solo una tratta che correva sulla linea ferroviaria, entrare nella ragnatela del Metrò parigino fu una rivelazione. Non vedevo l’ora di scendere in qualche stazione e muovermi da un capo all’altro della città, cambiando linee, passando incroci, percorrendo lunghi corridoi e tapis-roulant d’acciaio. Leggevo i nomi delle fermate come parti di un testo poetico che attendeva di essere composto: Cité Universitaire, Denfert-Rochereau, Port Royal, Luxembourg, Cluny-La Sorbonne, St. Michel, o Republique, Oberkampf, St. Ambroise, Voltaire, Charonne, Boulets Montreuil, o Dupleix, La Motte-Piquet-Grenelle, Cambronne, Sèvres Lecombe, Pasteur, Montparnasse Bienvenue. Ma sotto e sopra coincidono. Si può scrivere della città sotterranea come di quella esposta alla luce del sole. Ora, non so se finirò per fare come certe persone di cui parla Alex Roggero ne Il treno per Babylon. Quelle persone, a Londra, “vagano per la città dalle prime ore dell’alba, rincorrendo sequenze di numeri di griglia a casaccio nella mappa A-Z. Quelle persone vengono chiamate psicogeografi".

L'ultimo grido in città.
Ho pensato di aver esagerato con il fumo. E il fumo, dicono, sia deleterio per la vista. Continuo a comprare libri che non leggerò, senza occhiali. Fra poco mi occorreranno anche per guardarmi allo specchio. Oggi con Trifus abbiamo ipotizzato un cellulare in braille (grazie alla grandezza dei font del display…).
Ebbene, ho strabiliato, dicevo, perché regolarmente incolonnato, adeguatamente avvilito, moderatamente incazzato, ho visto davanti a me un auto (tacerò il modello e numero di targa per una sorta di pudore), al cui conducente sarebbe da far mangiare, seduta stante, il permesso di condurre qualsivoglia autoveicolo, a motore e non. Ho potuto vedermi (gratis) attraverso il suo lunotto posteriore, una serie di clip da un monitor piazzato sul cruscotto. Non "nel" cruscotto, ma proprio "sul".
Ora, mi sono informato, mi dicono che a questi dispositivi, con un briciolo di buonsenso, le case produttrici hanno conferito una sorta di intelligenza artificiale, che fa si che non appena percepiscono che l'auto sia in movimento si spengono. Inutile dire che lo strattagemma ha fatto la fine di tante altre ridicole prevenzioni. E' andato a far buona compagnia ad altre regole, abitualmente infrante, come quella di evitare di guidare tenendo appoggiato all'orecchio il cellulare.
Concedo che fare dieci chilometri di strada di Colombo a tre all'ora, dopo una giornata di lavoro, oltre a concorrere ad aumentare la simpatia nei confronti dell'attuale (ma anche delle precedenti…il danno è pregresso, questo si) giunta capitolina, (l'ossessione da presenzialismo da inaugurazioni comporta queste piccole dimenticanze, e si sopporta, si sopporta…), ha il potere, magico, di stendere le ultime risorse fisiche disponibili, cosa c'è di male nel distrarsi un po con quella scatola per immagini ? Ma attentare alla propria, e soprattutto direi, all'altrui sicurezza è, come detto, cosa da comportare un corso pratico di ingestione di quel foglio di colore rosa che consente, una volta esibito davanti a strani individui vestiti uguali, di dimostrare di saper guidare un automezzo.
Bravo, bravi.
Stazione di Valle Aurelia, ore 7 e 15.E’ ora di finirla. E’ ora di scoprire l’altra faccia del diavolo, quella insospettabile. E’ ora che qualcuno racconti il bello e il buono della civiltà motorizzata.
Permettete che ci provi io?…
Io, quando entro in macchina, una modesta utilitaria di marca coreana, e vado incontro al mio destino nel traffico urbano in realtà apro una finestra sulla vita. Una vita vera.
Sono anni che, in pratica, durante il giorno vivo sulla strada. Sono state talmente tante le ore trascorse in una scatola di latta motorizzata come questa, che per non dover dire di aver buttato via più di metà della mia esistenza, ho imparato presto a organizzarmi.
Non è difficile, sapete? Vuol dire riuscire a dare un senso a lunghe ore altrimenti perdute per sempre.
Tutto cominciò quand’ero bambina. Papà mi volle iscrivere ad una scuola elementare privata, piuttosto lontana da casa, perché gli sembrava l’unica in grado di garantirmi l’istruzione migliore. I papà fanno di tutto per la loro figlia, specie se la bimba in questione è l’unica che hanno. Così il poverino si sobbarcava l’onere di accompagnarmi a scuola tutte le mattine. E per fortuna che era un libero professionista che non doveva timbrare cartellini sul lavoro. Era un’avventura vera il recarsi a scuola. Da Indiana Jones. Si sapeva quando si partiva ma non si poteva mai dire con certezza quando si sarebbe arrivati. Dovevamo attraversare tutta la città, da un capo all’altro, utilizzandone la circonvallazione, dai suoi figli chiamata affettuosamente circon. La quale era stata progettata e costruita dalle precedenti amministrazioni per distogliere, appunto, il traffico dal centro. Ovvio. Succedeva così che, per non deludere la maggioranza in sede al consiglio comunale, tutti i sostenitori di quella fazione si ammassavano sulla circonvallazione, in modo da dimostrarne l’utilità e quindi far vedere agli scornacchiati rivali che i soldi dei cittadini erano stati bene spesi. Quelli del partito opposto invece si riversavano sulla circon per far vedere quanto incasinata e inutile fosse. Di conseguenza, la ressa era impressionante e matematicamente certa.… come certo era che il tempo utilizzato per i tragitti non era assolutamente calcolabile. Nello stabilire l’orario degli appuntamenti si diceva sempre, allora come ora, “ più o meno a…”.
Presto però quello che sembrava uno spreco di tempo si rivelò estremamente utile e cambiò la mia vita. Come vorrei cambiasse la vostra.
Un giorno qualunque di quando ero bambina mi scoprii totalmente impreparata in storia. Cose che capitano agli scolari. In un istante illuminato ricevetti quel giorno la RIVELAZIONE, quella della vita. Perché, mi chiesi, non provare a studiare in macchina, durante il tragitto verso la scuola?…Fu così che Napoleone fu sconfitto a Waterloo nel tempo che la bella e frustrata Ford Capri 1300 color del cielo, impiegò, sgomitando, a superare tre semafori rossi, il viale della stazione delle 8 del mattino e l’accesso all’ospedale, da cui ben cinque ambulanze uscirono a sirene spiegate e a intervalli regolari. Come nelle corse a cronometro dei rally.
L’interrogazione in storia di quel giorno è stata la mia prestazione scolastica più brillante, fino a quel momento. Di certo la prima e la più inaspettata.
Da quel giorno imparai il trucco. All’uscita di scuola, nel percorso fino a casa, mentre papà faceva in tempo a fumare quasi un pacchetto di sigarette, io facevo i compiti. Così nel pomeriggio giocavo e guardavo la tv dei ragazzi e lo zecchino d’oro. E la mattina dopo, nel passaggio inverso, studiavo l’orale. Tanto i semafori erano della razza semprerossi, i treni arrivavano sempre per le 8 riversando sul viale un fiume di ingombrante umanità che doveva sempre e comunque attraversare la strada, e le cinque ambulanze uscivano regolarmente davanti al nostro naso con partenze cronometrate. Papà capì presto l’antifona anche lui, e seguendo il mio esempio, cominciò a concedersi qualche minuto in più di sonno: la barba se la faceva fischiettando guardandosi nello specchietto retrovisore e il caffè lo prendeva dal ragazzo del bar che passava con la bici e il termos per chi lo volesse.
Con questa tecnica studiai per tutta la scuola dell’obbligo e superai brillantemente l’esame di maturità. Per recarmi al liceo mi servivo dei mezzi pubblici di superficie ché la metro, perdonatemi, mi sempre causato angoscia e panico ancora prima dell’era dei kamikaze, ma la bailamme era sempre la stessa. Anche i bus e i tram, infatti, erano creature di strada e le auto circolanti, negli anni, si munirono del dono della riproduzione esponenziale, per cui nulla cambiò. Solo gli ostacoli sul percorso. I semafori semprerossi da ringraziare erano ormai 8, di cui metà appartenevano anche alla categoria sempreguasti. E la mia riconoscenza andava pure ai vigili urbani, che facevano del loro meglio nel concedermi più tempo per studiare, intasando ancora di più l’inferno motorizzato dell’ora di punta. Naturalmente stesso discorso vale per gli anni dell’università. Che bello, ogni tanto c’era un corteo, di studenti, gay, metalmeccanici o casalinghe, che manco a farlo apposta un giorno sì e un giorno no si riversavano sulla circon. A volte prendevo l’auto di papà, ma, sebbene guidassi, i soliti rallentamenti, cantieri stradali, deviazioni e tutta l’urbanità possibile, mi concessero di preparare anche la tesi per la laurea in filosofia e sociologia comparata. Che aveva il seguente titolo: “Stress dell’ora di punta, fenomeno di massa: conoscerlo, evitarlo, utilizzarlo al meglio.”
Poi ho trovato lavoro in una ditta di spedizioni. Perché è risaputo che la laurea difficilmente ti dà da mangiare nel tuo campo. La ditta era a due passi dal monolocale che avevo affittato per rendermi indipendente, ma aveva una filiale agli antipodi cittadini. Ho chiesto di essere destinata lì. Perché se no cosa ne facevo del mio tempo?
Così ancora una volta felicemente incolonnata, ma non avendo più da studiare, ho scoperto il mondo. Un mondo suburbano felice e solidale. E voi, avete mai guardato chi c’è al vostro fianco?…
Io ho cominciato presto a notare che accanto a me c’erano sempre le stesse facce. Tutti con gli orari di lavoro uguali, evidentemente, ci riversavamo sulla strada sempre alla stessa ora.
Per passarmi il tempo, tra una prima e una seconda marcia, avevo deciso che potevo coltivare il mio hobby preferito, quello di leggere. Ho letto di tutto, dai Promessi Sposi, alla Divina Commedia, da Giulio Mozzi, al Codice da Vinci, alle biografie di Berlusconi. Fino a che non mi è venuto voglia di scriverlo io, un libro. Niente di più facile. I semafori, nel corso degli anni, pur definendosi intelligenti, non facevano che seguire le orme dei loro progenitori, semprerossi e sempreguasti. I cantieri erano sempreaperti, come si conviene alle Grandi opere governative. Per cui di tempo ne avevo. Grazie ad un palmare che posizionavo sullo sterzo, scrivevo capitoli su capitoli di un romanzo fiume, un romanzo verità, un’enciclopedia universale. Quello che mi pareva. Non avevo paura di lasciare l’opera incompiuta, non accadeva mai. Mi sentivo pressoché realizzata, capite? Quanto meno ORGANIZZATA!
Un po’ alla volta mi accorsi che altre persone avevano imparato a sfruttare il loro tempo. La signora con la Multipla appena avanti a me, per esempio, in poche settimane aveva iniziato e portato a termine un copriletto all’uncinetto. Mica poco. Specie se si pensa che ha da sempre l’auto stracolma di ragazzini urlanti, i quali, poveri, ancora non hanno colto le opportunità di viaggiare lumacamente. Mi sono ripromessa di offrirmi come istitutrice in proposito.
Il ragazzo nella Smart incolonnato dietro, lo vedevo con lo specchietto, leggeva, prendeva appunti e scriveva. Faceva tenerezza, rivedevo me studentessa modello autodipendente.
Quel distinto signore in Mercedes invece si è convertito da poco. Prima era sempre incazzato e suonava il clacson per protesta contro i ritardi. Che lui aveva da fare, diceva, mica era un perdigiorno, lo aspettavano in riunione. Ora si è rassegnato. L’ho visto parlare al cellulare, senza nemmeno bisogno di auricolare, disteso e sorridente, e alla stesso tempo leggere le poesie di Neruda. E ieri ha abbassato il finestrino, mentre mi stava accanto, e mi ha regalato una rosa, comprata dallo zingaretto al terzo incrocio della circon. Sono arrossita e ho ingranato la terza invece che la prima, tutta sconfusionata. Il padre dello zingaretto, per la cronaca, lavora anche lui sulla circon e non si risparmia. Lava i vetri a tutte le auto troppo pigre per farlo da sole. Avete mai notato che in città, grazie a gente volenterosa come questa, le nostre auto sono sempre lustre? In pochi anni i clandestini originali si sono così ben integrati e organizzati che, sfruttando i rallentamenti abituali, nel tempo che tu impieghi a girare attorno a una rotatoria (ultima diavoleria urbanizzata nata con gli stessi vuoti intenti della circon), ti lucidano l’auto a festa. Sono sorte delle vere multinazionali nel settore.
Con la signora della Punto, che di solito è avanti a me di due auto, sono riuscita a instaurare una bella amicizia, fatta di sguardi, sorrisi, commenti e confidenze. Quando riusciamo ad affiancarci ormai mi confida anche della crisi con il marito, di quella con l’amante e di come muoia per un terzo uomo terribilmente virile e sexy… Che poi è il vigile con i baffi, quello da anni piantonato sotto un sempreguasto, che quando lei gli arriva vicina spalanca sempre le braccia. Sembrerebbe volerla abbracciare, invitante, in realtà le dà uno spietato stop tiratardi. Però in effetti è un gran bell’uomo, da far girare la testa e non solo per lo smog… ma no, io non sono una che ruba il vigile all’amica.
Due giorni fa c’è stato un parto nell’ingorgo più ingorgato che abbia mai visto in tanti anni di onorata colonna. La povera donna si stava recando all’ospedale, colta dalle doglie, ma nella sfida coi sempreguasti, i semprerossi e i sempreaperti non è riuscita a trattenere il suo terzo figlio. Il papà, disperato ha chiesto aiuto. Con una unanimità partecipe che in ospedale certo non si trova (si sa come sono le liste d’attesa, anche per partorire bisogna prenotare), abbiamo spento i motori. Dalla corsia opposta della circon è arrivato, saltando sui cofani, un ginecologo. Perché qui da noi si trova davvero di tutto, nell’ora di punta, non solo i pendolari consueti. Una coppia poco distante ha aperto la valigia del viaggio di nozze e ha tirato fuori asciugamani puliti e ricamati, così che il pupo ha potuto finalmente essere accolto degnamente e respirare i gas di scarico che ancora non si erano depositati al suolo. Gli strepiti del baby sono stati salutati da una salva di clacsonate che neanche la regina d’Inghilterra. Anche la gazzella dei carabinieri, bloccata senza speranza dalle belve a quattro ruote, ha acceso la sirena e si è unita al coro.
I miei vicini di traffico sono tutti un po’ speciali. E i vostri??!!
Oggi, per esempio, che la giornata era tiepida e invitante, la signora della Multipla ha tirato fuori una bellissima tovaglia, ricamata da lei mentre aspettava che gli ingorghi si sciogliessero almeno quanto bastava per non bruciare la frizione. Eravamo fermi al quarto incrocio col semaforo sempreguasto. Ha messo la tovaglia sul cofano della macchina. Ha estratto una bella torta e ne ha distribuito le fette a tutti gli automobilisti. Era il suo compleanno, ci ha spiegato. Noi ci siamo sentiti bene, le abbiamo fatto gli auguri e la vita ci è sembrata più bella, sotto il velo delle polveri sottili di questo pazzo mondo urbano.
C’è qualcosa di crudele nell’esercizio di controllo. E c’è qualcosa di crudele nell’esercizio di controllo dei controllori della metropolitana di Milano. Ho imparato a detestare il loro “sadismo”, probabile incorporazione di un potere (infimo, certo) da esercitarsi su altri. Ho sempre avuto l’impressione che in molti di loro scorra sottopelle il piacere di beccare un passeggero senza biglietto, e che l’arroganza con cui trattano i “portoghesi” superi qualsiasi zelo professionale. In più, mi sembra che l’attenzione nei confronti degli immigrati sia spesso esagerata, oltre che prevenuta. Per diversi anni ho abitato a due passi dalla Stazione Centrale di Milano, e ogni giorno sono sceso nel fetore della metropolitana per andare al lavoro. Ho potuto osservare comportamenti dei controllori al varco della linea verde, ho studiato le loro mosse, ho capito quali sono i segnali che li insospettiscono. O meglio, quali sono i comportamenti che sono addestrati a riconoscere come rivelatori di condotta “evasiva”. Mi ero convinto, e lo sono tutt’ora, che i controllori ricevano una specie di formazione, un addestramento per cui sono abili nel selezionano i passeggeri “buoni” da quelli “cattivi” davanti alle macchinette per timbrare i biglietti. Ho capito come farli caricare a testa bassa. E’ sufficiente timbrare frettolosamente, nascondere subito il biglietto, cercare di scivolare via eludendo il loro sguardo. E’ molto probabile allora che ti raggiungano e ti dicano Biglietto prego, con l’aria sicura di trovarlo timbrato almeno due volte. Con loro ho ingaggiato una lunga battaglia giornaliera. Non so più quante volte ci sono cascati, con me. Facevo puntualmente il giochetto del biglietto frettoloso, e loro mi raggiungevano pronti a spellarmi, poi mi godevo il loro disappunto. Giravano e rigiravano il biglietto alla ricerca (vana) del doppio timbro. E io spesso, indicando le scale che portano giù alla banchina, lanciavo questa frase: Francamente non capisco la sua pignoleria, guardi che avrei fretta.
E’ chiaro che la Società della Metro preferisce elevare multe piuttosto che educare i passeggeri a viaggiare muniti di biglietto. Se così non fosse porterebbero l’entità della multa che so, a mille euro. A quel punto chi sarebbe tanto sconsiderato da rischiare di dover pagare mille euro? Duecento euro è invece un rischio che si può ragionevolmente correre. Fatevi un po’ i conti. Se ogni settimana duemila persone (dati ISTAT) vengono pizzicate senza biglietti fanno un incasso di quattrocentomila euro. Non male, che ne dite? Se questi duemila contravventori avessero fatto regolarmente i biglietti la Società della Metro, a voler esagerare, cioè calcolando per tutti quanti due biglietti a testa (di andata e di ritorno) avrebbe incassato la miseria di quattromila euro. Al posto loro voi che fareste?
Sono passati alcuni giorni da quando i controllori sono saliti sul vagone. Non mi è più capitato e a tutt’oggi non so se quel giorno abbiano effettuato i loro controlli o meno. Se dovessero salire un’altra volta accompagnati da quelli dell’ORVAS, o da agenti della Security, le possibilità di farla franca diminuirebbero drasticamente. A patto ovviamente che i vagoni non siano stracolmi come l’altra mattina. Abbiamo solo un’arma: loro non possono impedirti di scendere se tu lo chiedi, non possono sbarrare le uscite. E’ chiaro quindi che la loro è una mossa dettata dalla disperazione.
Mentre facevo queste considerazioni, sono saliti due zingari di sette e otto anni, una cosa così. Uno teneva fra le braccia una tastiera con le pile scariche che belava lamenti appena distinguibili con un sottofondo di ritmica salsa, l’altro con un bicchierino di carta di MacDonald’s dai bordi consumati in mano andava chiedendo degli spicci. Il bambino con la tastiera, indifferente ai suoni emessi dallo strumento, cantava Sono un italiano un italiano vero, azzeccando una parola su venti, stonando dall’inizio alla fine. Il vagone era abbastanza pieno, perciò i due ragazzini si muovevano a fatica e non ascoltarli era impossibile. Poi ha attaccato Santa Lucia, e infine una cosa che neppure il suo autore avrebbe potuto riconoscere. Qualche signora, stupidamente, dava loro qualche centesimo e un sorriso di incoraggiamento.
Mentre facevo la fila per uscire, a Termini, ho sentito qualcuno che mi bussava sulla spalla.