sabato, 29 aprile 2006
Ho deciso di tornare a lavorare, proprio ieri che c’era lo sciopero dei mezzi pubblici.
Ho preso per un pelo l’ultima metro disponibile, partita dal capolinea alle 8 e 30.
Quando siamo scesi a Termini i volontari dell’ORVAS ci hanno fatto mettere in fila, incolonnati verso l’unica uscita disponibile: le altre erano già state chiuse. Si procedeva lentamente. I volontari ci guardavano annoiati. Ogni tanto ne chiamavano fuori uno. Gli chiedevano i documenti, poi lo facevano tornare in fila.
Io ero l’ultimo.
Quando sarebbe toccato a me varcare il cancello, un volontario me lo ha chiuso in faccia.
“Aspetti!”, ho detto, senza alzare la voce, "devo uscire".
Il clangore del cancello ha risuonato sinistro nell’aria. La radio interna continuava a mandare in onda jingle destinati a una platea di fantasmi. Stava cominciando il notiziario, che avvertiva non si sa chi dell’inizio dello sciopero.
“Mi faccia uscire, devo andare a lavorare!” ho quasi implorato. Il volontario mi ha mostrato l’orologio, senza aprire bocca.
“Ho capito, ma io come faccio?”
Che stupido. Ci sarà un’altra uscita. Sono tornato sui miei passi. Ho percorso corridoi e androni, scale mobili, avanti e indietro. Niente. Tutto chiuso. Sbarrato. Lunghi spazi e lunghi silenzi intervallati da echi metallici, e la radio che continuava le sue autistiche trasmissioni. I cartelloni pubblicitari sembravano volersi scollare e ripiegarsi ordinatamente in attesa della replica successiva. Le panchine per l’attesa dei treni parevano troppo rigide; orientate verso i binari vuoti parevano poveri dementi nei giardini freddi e ventosi di un ospedale psichiatrico.

Dopo qualche minuto i corridoi hanno cominciato a ripopolarsi. Addetti alle pulizie, operai, elettricisti, tutta gente che non c’entrava con lo sciopero e che approfittava per sistemare quello che c’era da sistemare.
Ho avvicinato uno di questi per chiedere da quale porta fossero passati e se c’era modo di “evadere”, ho usato proprio questa parola, evadere. Il primo mi ha indirizzato da un secondo, che mi ha mandato da un terzo che mi ha indicato un punto generico più avanti a destra, o a sinistra, non si capiva. Mi sono allontanato da loro con il passo incerto. Sembrava che non fossero disposti a collaborare, non so perché. Però mi salutavano tutti con un certo rispetto. Per chi mi stanno confondendo?
Avevo lo stomaco vuoto, non avevo fatto neanche colazione, contando di sfruttare il bar interno, in ospedale. Mi sono sentito piccolo e osservato. Anche gli elettricisti e gli addetti alle pulizie a un certo punto sono scomparsi. La radio mi tiene compagnia.
Dal fondo di una galleria vedo avvicinarsi una luce. Come un treno in manovra. Stridore di freni. Si ferma proprio all’ingresso della stazione. Sbuffa. Procede ora molto lentamente. Si ferma di nuovo. Mi ero seduto su una panchina, mi sono alzato per guardare meglio: alla guida del treno non c’è nessuno. Ancora qualche metro in avanti, verso di me. Ora riesco a vedere l’interno del primo vagone. Tutti i sedili sono occupati da volontari dell’ORVAS. Uno solo in piedi, sembra li stia istruendo, comunque sta parlando, gesticola.
Il treno si ferma definitivamente. Torno a sedermi. Dopo un paio di minuti riprende la marcia. Sfila lentamente davanti ai miei occhi. Tutti i vagoni sono pieni di volontari. Tutti seduti, non ce n’è nessuno in piedi. E occupano tutti i posti disponibili. Dopo qualche minuto passa un altro convoglio uguale: nessuno alla guida, e tutti i vagoni pieni di volontari seduti. E dopo un altro, e un altro. Dopo un’ora ho contato sette convogli di volontari. Poi non sono passati più vagoni.
Mi sono seduto. Ho tirato fuori il giornale. Dopo otto ore è passato il primo treno.
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sabato, 29 aprile 2006

Ho visto Marathon. Enigma a Manhattan di Amir Naderi, ultimo film della trilogia su New York che comprende New York by numbers e Abc Manhattan.

Gretchen deve risolvere 77 cruciverba in 24 ore, viaggiando in continuazione nella metropolitana di Manhattan, ed eguagliare il record mondiale stabilito dalla madre. Perché in metropolitana? Perché Gretchen ha bisogno di confusione intorno a sé per concentrarsi. E così va su e giù per la città, sale e scende, cambia linea, passa per grandi stazioni, oppure si affaccia da viadotti su strade trafficate, in un ingorgo di rumori e frastuoni che la sospingono verso la risoluzione dei cruciverba: ognuno, a cose fatte, contrassegnato da un bollino adesivo numerato e da una lettera G impressa con una timbratrice. Da una parte molte parole scritte, sui cruciverba, dall’altra poche dette: un unico, casuale dialogo sul metrò, e poi le telefonate della madre depositate in segreteria telefonica. Da una parte il (bel) corpo di Gretchen (Sara Paul) anestetizzato dal rumore e dalla concentrazione, dall’altra il rombante corpo minerale della metropoli.

Poi mi arriva la segnalazione de Il vento e la città. Il cinema di Amir Naderi, di Massimo Causo e Grazia Paganelli, edito da Il Castoro (in libreria dal 26 gennaio) in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Si parla della sua carriera cinematografica in Iran, e della decisione di abbandonare tutto e ricominciare una nuova vita negli Stati Uniti, e c’è un’intervista al regista, foto, scritti, sceneggiature, note di lavorazione e, tra gli altri, un contributo di Enrico Ghezzi (chissà se scrive fuori sincrono).

 Incuriosito dal libro, attendo la sua uscita. Intanto penso ai cruciverba e all’universo mondo: a volte anch’io, che pure ho frequentato a lungo la Scuola Ecolalistica di Setrak Sarkissian, faccio fatica a definire il mondo, a trovare gli incroci giusti, a ripempire ogni casella.

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mercoledì, 26 aprile 2006
La notte successiva ho dormito un lungo sonno immobile.
Mi sono svegliato presto. La stanza era ancora immersa nel buio. Sono rimasto tutto il giorno chiuso in casa, senza aprire le persiane, andando su e giù come un pesce avvolto dalla penombra trafitta da instabili luci morbide e riflessi diagonali.
Verso le sette della sera, dopo essermi risvegliato da uno stato di dormiveglia inquieto, ho sentito il bisogno di uscire. Mi mancava l’aria, ma nello stesso tempo non volevo allontanarmi da casa perché ero sicuro che se avessi incontrato un volontario avrei ucciso anche questo. Mi sentivo osservato e allo stesso tempo indignato. Non mi spaventava l’esperienza violenta della morte. Una volta sperimentato che la morte non ha riguardato te, puoi star certo che la vita è l’unica cosa a cui ti attacchi. Sentire, per di più, di aver agito all’ombra della rivendicazione giusta, alimentava lo spietato ardore vendicativo che aveva istruito, quasi a mia insaputa, il gesto liberatorio della sera prima.
Comunque sono uscito, così come mi trovavo, con lo stesso vestito che avevo indosso da più di 24 ore, sono salito al piano di sopra, e ho bussato alla porta di Lucia.

Ha aperto quasi subito. La prima cosa che ho notato sono stati gli stivali neri, con una piccola ed elegante fibbia d’argento, sopra i quali aveva arrotolato un paio di jeans attillati. Avendola quasi sempre vista con indosso scarponcini tecnici e pantaloni paramilitari, da attivista noglobal, la cosa mi ha un po’ meravigliato, ma non sono stato lì a chiedermene la ragione.
Sopra aveva una camicia bianca di taglio maschile, e aveva le gote arrossate. In una mano teneva un sigarillo acceso, e nell’altra un cucchiaio di legno. Era sorpresa di vedermi, ma mi ha fatto un cenno di venire avanti.
Ho buttato uno sguardo nel soggiorno, dove mi sono trovato appena entrato nell’appartamento. In casa mia, che è proprio di sotto, invece c’è un piccolo ingresso. Averlo eliminato è una buona idea, ho pensato.
Vicino alla finestra, aperta, c’era un tipo che parlava al telefono cellulare, con un tono spiccio e netto da sindacalista. Avrà avuto cinquant’anni, capelli grigi ricci, corti, la barba sfatta, diceva cose come: “c’è stata una grande partecipazione”, “abbiamo raggiunto certi obiettivi”. Mi ha fatto un cenno di saluto, come per soddisfare un dovere nei confronti di un codice educativo al quale era sostanzialmente indifferente.
Dal corridoio che avevo davanti, quello che porta alle camere da letto, è emerso un tipo grassissimo, più giovane, ben vestito, con un completo blu, la camicia azzurra e cravatta in tinta, aveva i capelli neri e la carnagione scura; nelle guance molli si districava una boccuccia sorridente e viscosa. Pareva un libanese molto benestante e soddisfatto di tutta una serie di cose. Aveva in mano un sigarillo come quello di Lucia e ha detto che l’acqua bolliva.
Seduta sul divano c’era infine una minuscola ragazza cinese dai capelli tinti di rossiccio con striature biondo ocra.
Erano tutti e quattro così eterogenei che se da dietro una porta fosse spuntato un nano con un scimmia ammaestrata mi sarebbe sembrata la cosa più normale.

“Mi sono chiesto se…”
Non mi ero preparato una scusa e ora dovevo inventarmi qualcosa di sensato. “… se per caso non avesse…”   mi sono messo una mano in tasca, “se per caso non avesse della carta bollicina. Ho una montagna di pacchi da spedire”.
Per niente stupita, Lucia mi ha fatto cenno di aspettare. “Aspetti qui.”
Il tipo grasso mi si è avvicinato. Aveva un profumo forte e la fronte, vista da vicino, era colma di gocce di sudore.
“Abito qui sotto.” Ho detto.
“Le diamo noia?”
“No, per niente. Infatti non mi ero nemmeno accorto che la signora avesse ospiti.”
“Sa, noi siamo abituati a fare un po’ di caciara. Ma siamo bravi ragazzi!”
Quello al telefono aveva terminato la sua conversazione. “Ce ne andiamo presto”.
“Ma non mi date nessun fastidio.”
Lucia è tornata dopo neppure un minuto. Aveva in mano un rotolo ancora sigillato di carta bollicina. Chissà a che cosa le serviva.
“Lo tenga tutto, poi me lo ridà quando ha finito. Non lo ho presentato i miei amici: Nicola (il grasso), Silvio (il sindacalista), e “Yin Ni”. L’unica a dire qualcosa fu quest’ultima, che disse “ciao” in un italiano senza inflessioni.
“Piacere”, ho detto.
“Sono colleghi, ha spiegato Lucia”, “lavoriamo tutti a Cinecittà. Io sono assistente al montaggio, Silvio è fonico e Nicola, beh, si capisce da come si veste.”
“Regista?” Ho chiesto.
“Produttore!” Mi ha corretto Lucia.
“Organizzatore di produzione”, ha puntualizzato quello aspirando dal sigarillo guardando la parete.
 E la cinese? Nessuno me lo ha detto e io non l’ho chiesto.

L’assoluta distanza di quella ristretta e calorosa cerchia di amici dal mondo di fuori, dalla morte, dai volontari, mi ha commosso e respinto. Soprattutto la mia assoluta mancanza di confidenza con Lucia mi lasciava ai margini di qualsiasi riscatto. I suoi capelli rossi cadevano mossi e apparentemente senza piega sul collo. Il seno spingeva nelle loro asole i bottoni della camicia e il sigarillo fra le labbra la trascinava cento pagine avanti in un libro che non sapevo ancora se avevo la voglia di cominciare a leggere.
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giovedì, 20 aprile 2006

Tornando a casa in metro ho dato un'occhiata alle scritte sui muri e, soprattutto, sui cartelloni pubblicitari. Per l'ennesima volta il solito ignoto aveva scritto: "Satana culo ebreo sfigato merda". E' da lungo tempo che questo qualcuno continua a scrivere questo tipo di messaggio in giro per la metropolitana milanese. Un ragazzo ci ha pure scritto un raccontino, uno di quelli pubblicati da Subway, quell'iniziativa (ora anche a Roma e Napoli) che diffonde librettini di giovani autori alle fermate del metro. Su un cartello pubblicitario c'era fotografato un ginnasta a gambe aperte, e qualcun'altro ci aveva disegnato un fallo con inchiostro rosso, con una didascalia: "Un bel cazzone". Ora mi chiedo, ma perché questa gente continua a scrivere queste cose? Perché, proprio lì dove sarebbe chiamata a lasciare tracce più interessanti, si rivolta invece nella più limacciosa omologazione? Ma come, avete un magnifico spazio dove è vietato scrivere e disegnare, che se vi beccano vi fanno pure la multa e anche la predica, e voi buttate via l'occasione così, con quattro fesserie. Sempre le stesse. Ma la fantasia?

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mercoledì, 12 aprile 2006
In fila, al seggio dove sono andato a votare, lunedì mattina, mi ha avvicinato un volontario dell’ORVAS. Sembrava che stesse cercando proprio me. Il corridoio della scuola era in penombra. Avevo due persone davanti e tre dietro. Per passare il tempo leggevo gli elenchi dei candidati delle varie liste.
“Paura?” mi ha chiesto avvicinando la sua orribile bocca al mio orecchio.

L’ho guardato rintanandomi nelle mie incertezze senza capire cosa volesse da me. Non ho aperto bocca.
“Paura?” mi ha chiesto di nuovo. Non ho aperto bocca.
“La tessera”, mi ha intimato. Ho pensato che si riferisse a quella della metropolitana, e me ne sono domandata la ragione. Non ho aperto bocca.
“Elettorale. La tessera elettorale”, ha insistito. Gliel’ho mostrata.
Non ho aperto bocca.
L’ha guardata, me l’ha riconsegnata con l’aria ottusa di chi fa troppa fatica a dissimulare i propri limiti quando sono messi a dura prova dalla propria arroganza.

A sera, uscendo dalla metropolitana, davanti alla stazione non c’erano né quelli dell’ORVAS né i controllori. Nemmeno i ragazzi di Metroamica.
Finalmente sono all’aria aperta. Ho seguito i primi exit-poll e le proiezioni chiuso nel sotterraneo del mio ufficio. Ho gli occhi che mi bruciano. Poi il viaggio in metro. Mi è mancata l’aria. Un po’ di tachicardia, niente di grave. Capita.
Mi muovo lentamente. Il vento di scirocco sembra essere girato a maestrale. La terra piovuta nel pomeriggio rende scivoloso il marciapiede: una fanghiglia impalpabile che ha coperto tutto. La luce gialla dei lampioni si mescola con il colore sbiadito della sabbia e il granito nero del marciapiede.

Non passano macchine. In giro non c’è nessuno.
Dall’angolo che via D. fa con via P.. dove abito, sbuca un vecchio dell’ORVAS, infreddolito, chino sui propri passi. Incrociamo gli sguardi. E’ oltre i sessanta, ha un mozzicone di sigaro toscano fra le labbra, incastrato fra i baffi lucidi.
E’ lui, mi dico, quello del seggio. Non sembra mi abbia riconosciuto.

“Tu,” mi fa. Mi fermo, strizzo gli occhi per farmi spazio fra i fiocchi di neve. “Prestami un po’ il telefonino,” dice. Faccio per mettere la mano in tasca, ma la tiro subito fuori.
Invece mi abbasso, lo guardo dal basso in alto, raccolgo un palo di ferro rimasto lì da alcune settimane, dopo che gli operai hanno montato le strutture per l’affissione dei manifesti elettorali.
Senza pensarci su lo colpisco in testa con tutta la forza che ho, schiacciando come una mosca il cappello da patrolman americano.
Il volontario cade in terra come se l’avessi sgonfiato, fra il marciapiede e il parafango di un’inguardabile vecchia Subaru “Forrester” .
Dopo pochi secondi un rivolo di sangue scuro si fa largo ai margini della bocca e gli occhi si irrigidiscono in un niente eterno. Il sangue scivola lungo i collo e finisce sulla giacca a vento nera di ordinanza dove forma un laghetto scuro.
 “Paura?” Gli ho chiesto.
Non ha aperto bocca.

Ho lasciato cadere il tubo di ferro, ho pensato alle conseguenze, forse le cose cambieranno.
Non sono pentito, anche se sono quasi sicuro che non riuscirò a prendere sonno, stanotte. Metto le mani in tasca e schiaccio un po’ di bollicine della carta da imballaggio che porto sempre con me.
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sabato, 08 aprile 2006

Le cuffiette mi mandano nelle orecchie Cheapskates dei Clash, che sta in Give ‘em enough rope. Cheapskates significa miserabili, nelle intenzioni di Joe Strummer & C. si tratta dei diseredati, di chi non ha nulla su cui fondare la propria vita. Esco dal vagone della metropolitana, Linea 1, fermata Loreto, salgo le scale che portano in superficie. Arrivo all’altezza della guardiola e vedo un controllore che parla in modo concitato a un piccolo uomo con la faccia scura e una fisarmonica a tracolla. Accanto a lui c’è una donna. Spengo il lettore perché voglio capire cosa sta succedendo, il controllore sembra agitato. Stop Cheapskates. Il controllore sta dicendo all’uomo, Tu qui non ci devi stare, hai capito, gli si rivolge ad alta voce, è aggressivo. Hai capito, continua mentre l’uomo con la faccia scura si allontana lentamente guadagnando l’uscita. Hai capito che qui non ci devi venire, altrimenti chiamo la Polizia e ti faccio passare un brutto quarto d’ora!!!! L’uomo con la fisarmonica a tracolla arretra, la donna è già oltre il varco, il controllore aggiunge: E non sorridere, hai capito, ho visto che sorridi, credi di prendermi per il culo, guarda che ti faccio passare un brutto quarto d’ora!!!! Mi fermo davanti al varco, mentre l’uomo con la fisarmonica sta superando il varco, guardo il controllore e indicandolo gli grido: Ma lascialo in pace, ma smettila stronzo!

Poi raggiungo la coppia, e dico all’uomo con la fisarmonica, Non stare a sentirlo, è uno stronzo. E lui, Eh sì, amico, proprio uno stronzo. Esco in piazza Argentina. Speravo che il controllore reagisse, ma niente, non ha aperto bocca mentre gli ricordavo chi è. Proprio un cheapskate.

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giovedì, 06 aprile 2006
Camminava scalza, i piedi nudi accarezzavano l’asfalto senza danno né dolore. Veleggiava tra le auto in corsa, tra quelle incolonnate, tra quelle parcheggiate male in doppia, tripla fila, tra quelle che procedevano in senso vietato. Era vestita di un sorriso abbagliante e conciliante. Una tunica immacolata l’avvolgeva fasciandone il corpo accogliente. Una volta la si incontrava più spesso, sovente chiamata, invocata bonariamente. E sempre lei accorreva, amica di tutti. I lunghi capelli (biondi, rossi, scuri?… era come ognuno la voleva) svolazzavano nello smog nascente spazzando via le impurità. Di fronte a lei la parola inquinamento svaniva, si dissolveva, non perché questo sparisse d’incanto, ma perché l’incanto era lei, che rendeva tutto sopportabile. Lei cambiava la faccia del mondo.

Camminava scalza senza ferirsi, talvolta appariva spontaneamente quando le circostanze lo richiedevano. Un TIR di traverso che bloccava la circolazione? Lei sorrideva e il tempo volava in un soffio senza stress. Un incidente tra automobili imprudenti? Lei appariva e si finiva per pregare per i feriti, dimenticando la rabbia per le ore buttate ad aspettare che i mezzi soccorritori sgombrassero la strada. Davvero il suo sorriso era sufficiente a calmare gli animi, a consolare, a rendere vivibile la vita stessa.

La burocrazia era lenta, le strade impercorribili, le buche insanabili. Eppure si era ai tempi in cui le quattro ruote avevano da poco soppiantato le quattro zampe di asini e cavalli. Vigevano le prime confusioni, gli addensamenti quotidiani erano delle novità non certo piacevoli, la fretta cominciava a premere. Ma bastava pensare a lei, invocarne il nome, e di colpo lei appariva, leggiadra, leggera, e al tempo stesso decisa. Coi suoi piedi scalzi, il vestito di sole, il sorriso di luce e i capelli vivi.

Poi cominciò a essere sempre più necessaria e sempre più dimenticata. Ce la mise tutta, poverina, a farsi notare. Provò a recarsi, splendida missionaria, lì dove il bisogno era più acuto.

Sull’autostrada dei fiori Genova-Ventimiglia durante una nevicata paralizzante. Distribuiva coperte, caffè, tè caldo e i suoi famosi sorrisi, ma nessuno la vedeva. Nessuno si accorgeva dei piedi scalzi che affondavano nella neve senza gelare.

Sull’autostrada del Brennero negli infuocati esodi estivi e in quelli invernali. Percorreva 20 km di coda sfiorando auto e autotreni e anche qualche moto di grossa cilindrata e i pullmann. I capelli le danzavano intorno al viso, serpentelli allegri che la cappa dei fumi di scarico non appesantiva. Ma era come se fosse invisibile. I guidatori di ogni mezzo, i loro compagni di viaggio, boccheggiavano nel caldo, tremavano nel freddo, qualche motore fondeva, le bestemmie volavano. Ciechi tutti, e sordi, non la vedevano, ne ignoravano perfino l’esistenza.

Sugli snodi più paralitici del percorso autostradale. Intorno a Firenze, sulla tangenziale di Mestre, a Bologna e a Milano, sulla Salerno-Reggio Calabria, per esempio. La sua semplice presenza scalza avrebbe potuto rendere l’attesa di ore più veloce e gradevole, avrebbe potuto far recuperare il senso del tempo impiegandolo, sia pure incolonnati, a discorrere del più e del meno con le persone amiche, ad ascoltare musica e a cantare a squarciagola, a guardare appagati la bellezza del creato lì intorno. Invece restava non vista e non ascoltata.

Sul Grande Raccordo Anulare, e in tutte le città grandi e piccole, nei centri storici inutilmente chiusi ad un traffico che, poiché ormai futilmente Euro 4, se ne faceva un baffo della polvere nera sui monumenti storici e nei polmoni dei cittadini, e infine ovunque, nelle ore di punta. Quando i semafori restavano optional, le precedenze non rispettate, gli acceleratori costantemente premuti in una tensione continua, nervosi e frustrati, e gli orologi scandivano un tempo sempre più sprecato.

I clacson l’assordavano, poverina, e il sorriso le si spegneva. Si sentiva inutile.

Ci aveva provato, in fondo era uno dei scopi di vita, forse non il più importante e di certo non l’unico, eppure lo avvertiva come una necessità estrema dei tempi moderni. Ma poi la fretta di vivere, di andare, di correre in chissà quale posto e per chissà quale stupidi motivi, la compiacenza di politiche stradali sbagliate, di gestioni del traffico assurde, e l’egoismo di ognuno di noi che vuole tutto e subito, ci hanno fatto perdere il ricordo di lei.

E pensare che era bella. Leggera, sorridente, accogliente. Il mondo cambiava in meglio grazie a lei, solo a lei. Talvolta mi sembra di intravederla nel coraggio di pochi, ma costoro sono in minoranza e spesso si fanno contagiare dalla “normalità”. Anche i più miti infatti prima o poi urlano inviperiti contro l’idiota che taglia la strada, il motociclista che sorpassa da destra, il pedone che dimentica che la strada è una jungla in cui vince il più prepotente.

Sì, talvolta la vedo, ma si dilegua subito, affranta. Dove sarà finita, povera amica disinteressata? E se provassimo a chiamarla, a cercarla, a invocarla? I suoi eleganti piedi scalzi e la veste di sole, il sorriso e la benevolenza sono anche terapeutici. Tutto questo splendido insieme ridurrebbe infatti l’incidenza della malattia da stress da spostamento su ruote, patologia multiorgano del nuovo millennio, che coinvolge l’apparato cardiovascolare (infarti e ictus da incazzature), il fegato, con travasi di bile deleteri, e lo stomaco, facilitando la comparsa di ulcere gastriche. E non dimentichiamo la Schizofrenia Cletusiana, così chiamata dal suo scopritore, che porta lo sventurato che ne soffre a dare semplicemente i numeri dopo qualche ora di percorso urbano ed extraurbano.

Su, proviamoci quindi, ne abbiamo solo da guadagnare. Chiamiamola tutti in coro, al mio via: Santa Pazieeenzaaa… dove sei?? Santa Pazienza, nostra benefattrice, vieni a trovarci nel nostro inferno quotidiano e rendilo vivibile. Alleggerisci questo fardello e abbi pietà di noi, che baciamo i tuoi santi piedini scalzi e ti aspettiamo. Amen.

 

 

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lunedì, 03 aprile 2006

Abbiamo bisogno di un contatto fisico, pur di ottenerlo siamo disposti a scontrarci con l'altro.
  Una delle prime frasi del film "Crash -
contatto fisico"( "Qui a Los Angeles la gente è rinchiusa tra vetro e lamiere, non si tocca, non si urta, non si sfiora. Non c'è contatto fisico.") mi ha ricordato ciò che mi ha detto un'amica al ritorno da un viaggio in America, dove ha vissuto per un mese in una cittadina del Michigan, sede temporanea di lavoro del marito. La mia amica e i suoi figli per andare in centro non aveva a disposizione i marciapiedi, doveva camminare in strada, e i servizi pubblici erano alquanto scadenti; in sostanza, il 99% delle persone non camminava mai - nemmeno per brevi tratti - si spostava solo in macchina.
  Ma queste sono considerazioni marginali: così come Francesco Cescon(spero che si chiami così) ha detto in una passata Officina di Bombacarta che "American Beauty" non parla della società americana depravata e arrivista - praticamente alla frutta - di provincia degli anni settanta-ottanta, ma di ben altro(di ri-nascita e di bellezza soprattutto), qui non ce la caviamo stando comodi in panciolle osservando come se la passano male quelli là.
  No, non è questo, o perlomeno, questo è - ripeto - marginale.
  Qui lo sceneggiatore ed il regista ci hanno voluto mettere alla prova: vediamo se riconoscete i buoni ed i cattivi.
  In qualche caso hanno giocato un po' sporco( sto per rovinarvi il film, ma potete ancora fermarvi):
  - un poliziotto(cattivo?) è uno stronzo razzista, e lo è diventato dopo che il babbo ha perso praticamente tutto(lavoro, moglie, soldi) per aver in qualche modo aiutato dei neri; fra l'altro assiste amorevolmente il babbo, cagionevole di salute, che non può ottenere le giuste cure per l'opposizione di una zelante impiegata nera, a sua volta offesa dall'atteggiamento del figlio razzista. Bene, questo poliziotto si troverà, in servizio, a palpeggiare - solo per esercitare abuso di potere - una donna nera davanti al proprio marito. Si troverà in seguito, con quelle stesse mani, a salvare la stessa donna coinvolta in un incidente stradale; lui sarà il suo salvatore, forse la più bella scena del film.
  - Il poliziotto compagno di macchina(buono?), che aveva chiesto di non andare più in pattuglia con il poliziotto razzista, ucciderà per sbaglio uno sbandato nero(fra l'altro il fratello di un detective), e non avrà nemmeno il coraggio di denunciare il suo sbaglio.
  - Il detective(buono?), a sua volta, sarà il responsabile dell'incriminazione di uno stronzo detective, che aveva fatto già fuori tre persone in servizio - forse per grilletto facile -, ma che probabilmente in quell'ultimo delitto aveva agito per legittima difesa.
  - Lo sbandato nero(cattivo?) - mi seguite? no, eh? dài, quello che era stato ucciso per sbaglio - pensava di aver ammazzato un cinese(buono?) che aveva messo sotto, mentre invece lo aveva solo ferito; ma così facendo aveva inconsapevolmente  permesso la liberazione di una decina di thailandesi(che stavano segregati nel furgone del cinese, che intanto era finito all'ospedale), arrivati in America come schiavi.
  Non so se mi siete stati dietro fin qui, ma il film è zeppo di buoni che sono in realtà cattivi e viceversa, non si salva nessuno, e tutti si salvano.
  Ma attenzione: non credo che lo sceneggiatore od il regista ci invitino a relativizzare tutto(siccome non sappiamo cos'è buono e cattivo, allora facciamo il cazzo che ci pare), no: a me pare che voglia dire che sia estremamente difficile giudicare, ma che in ogni istante della propria vita quelle persone dovessero compiere delle scelte, e che loro fossero responsabili delle loro scelte, anche se a volte non conosceranno nemmeno il risultato di quelle scelte.
  Per esempio: c'è una tipa che sceglie di caricare a salve la pistola che tiene nel suo negozio, e in questo modo eviterà al suo babbo di diventare un assassino, per giunta di una bimba di cinque anni, che a sua volta era scesa in strada per salvare il babbo(suo, della bambina), convinta(sempre dal babbo suo, della bambina) di non essere perforabile dai proiettili; il babbo della tipa penserà al miracolo, penserà alla bimba come un angelo venuto dal cielo a salvarlo.
  Per esempio: chi fisicamente libererà quei thailandesi sarà proprio un nero, amico dello sbandato nero ucciso, consapevole, con quel gesto umanitario, di averci rimesso una bella somma di denaro(investito - crash! - dalla grazia?).
  Ne avete abbastanza? Mi fermo qui, allora.
  Ultime considerazioni su altri ingredienti del film:
  c'è del grottesco alla Tarantino, qua dentro, e c'è anche lo schiaffo che la O' Connor dà al lettore per cambiare punto di vista,
  c'è la disperata necessità di non rimanere per sempre in quei parallelepipedi di vetro e latta, o di cartongesso, mattoni, e parquet, ma di toccare la neve che ti cade addosso dal cielo,
  c'è il contatto - giusto o sbagliato, bello o brutto, ma c'è - e c'è la maledetta voglia di sentirlo, questo contatto, a costo di fare crash.
  Abbiamo bisogno di un contatto fisico, pur di ottenerlo siamo disposti a scontrarci con l'altro.
  Abbiamo bisogno di non sentirci soli.

(Toni La Malfa)

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