Ho preso per un pelo l’ultima metro disponibile, partita dal capolinea alle 8 e 30.
Quando siamo scesi a Termini i volontari dell’ORVAS ci hanno fatto mettere in fila, incolonnati verso l’unica uscita disponibile: le altre erano già state chiuse. Si procedeva lentamente. I volontari ci guardavano annoiati. Ogni tanto ne chiamavano fuori uno. Gli chiedevano i documenti, poi lo facevano tornare in fila.
Io ero l’ultimo.
Quando sarebbe toccato a me varcare il cancello, un volontario me lo ha chiuso in faccia.
“Aspetti!”, ho detto, senza alzare la voce, "devo uscire".
Il clangore del cancello ha risuonato sinistro nell’aria. La radio interna continuava a mandare in onda jingle destinati a una platea di fantasmi. Stava cominciando il notiziario, che avvertiva non si sa chi dell’inizio dello sciopero.
“Mi faccia uscire, devo andare a lavorare!” ho quasi implorato. Il volontario mi ha mostrato l’orologio, senza aprire bocca.
“Ho capito, ma io come faccio?”
Che stupido. Ci sarà un’altra uscita. Sono tornato sui miei passi. Ho percorso corridoi e androni, scale mobili, avanti e indietro. Niente. Tutto chiuso. Sbarrato. Lunghi spazi e lunghi silenzi intervallati da echi metallici, e la radio che continuava le sue autistiche trasmissioni. I cartelloni pubblicitari sembravano volersi scollare e ripiegarsi ordinatamente in attesa della replica successiva. Le panchine per l’attesa dei treni parevano troppo rigide; orientate verso i binari vuoti parevano poveri dementi nei giardini freddi e ventosi di un ospedale psichiatrico.
Dopo qualche minuto i corridoi hanno cominciato a ripopolarsi. Addetti alle pulizie, operai, elettricisti, tutta gente che non c’entrava con lo sciopero e che approfittava per sistemare quello che c’era da sistemare.
Ho avvicinato uno di questi per chiedere da quale porta fossero passati e se c’era modo di “evadere”, ho usato proprio questa parola, evadere. Il primo mi ha indirizzato da un secondo, che mi ha mandato da un terzo che mi ha indicato un punto generico più avanti a destra, o a sinistra, non si capiva. Mi sono allontanato da loro con il passo incerto. Sembrava che non fossero disposti a collaborare, non so perché. Però mi salutavano tutti con un certo rispetto. Per chi mi stanno confondendo?
Avevo lo stomaco vuoto, non avevo fatto neanche colazione, contando di sfruttare il bar interno, in ospedale. Mi sono sentito piccolo e osservato. Anche gli elettricisti e gli addetti alle pulizie a un certo punto sono scomparsi. La radio mi tiene compagnia.
Dal fondo di una galleria vedo avvicinarsi una luce. Come un treno in manovra. Stridore di freni. Si ferma proprio all’ingresso della stazione. Sbuffa. Procede ora molto lentamente. Si ferma di nuovo. Mi ero seduto su una panchina, mi sono alzato per guardare meglio: alla guida del treno non c’è nessuno. Ancora qualche metro in avanti, verso di me. Ora riesco a vedere l’interno del primo vagone. Tutti i sedili sono occupati da volontari dell’ORVAS. Uno solo in piedi, sembra li stia istruendo, comunque sta parlando, gesticola.
Il treno si ferma definitivamente. Torno a sedermi. Dopo un paio di minuti riprende la marcia. Sfila lentamente davanti ai miei occhi. Tutti i vagoni sono pieni di volontari. Tutti seduti, non ce n’è nessuno in piedi. E occupano tutti i posti disponibili. Dopo qualche minuto passa un altro convoglio uguale: nessuno alla guida, e tutti i vagoni pieni di volontari seduti. E dopo un altro, e un altro. Dopo un’ora ho contato sette convogli di volontari. Poi non sono passati più vagoni.
Mi sono seduto. Ho tirato fuori il giornale. Dopo otto ore è passato il primo treno.




