La ragazza, molto più giovane di lui (che avrà cinquantadue, cinquantacinque anni) gli stringe la mano portandosela di tanto in tanto alla bocca per baciarla con devozione. Lui è in piedi, lei seduta. Siamo nello stesso vagone della metropolitana, Line A. Ho tempo di osservarli. Siamo molto vicini.
L’uomo nella mano libera tiene una borsa di cuoio chiusa da fibbie consunte. Porta occhiali da miope, noto le stanghette appoggiate sulle nude orecchie.
La ragazza non è precisamente una ragazza, noto, quando si volta nella mia direzione. Ma è certo molto più giovane di lui. Ha i capelli castani corti, il volto regolare, olivastro. Ha uno zainetto sulle spalle e veste come una studentessa, o una informatica.
Scenderanno a Barberini, pronostico. Lui lavora in banca. Parlano fitto fitto. Malgrado la distanza lui riesce a farsi capire mantenendo un tono di voce estremamente basso. Lei lo capisce e risponde. Io, pur essendo molto vicino all’uomo, molto più di lei, non riesco a decifrare neppure una parola. La ragazza appare stanca, sono quasi le otto del mattino. Lei è sicura che lui sia l’uomo giusto per lei. Lui è sereno. Non credeva che dopo la separazione avrebbe trovato così presto una ragazza così dolce e innamorata, e anche lui ne è innamorato.
Barberini è passata e non sono scesi.
Scenderanno a Termini, come me. Prenderanno la coincidenza con l’altra linea della metropolitana, quella che porta all’EUR: lui lavora in un ministero, un livello alto, lei un’impiegata. Nello zainetto tiene la colazione e un giornale da sfogliare nella pausa pranzo e in attesa che lui finisca di lavorare e la passi a prendere, al termine della giornata, da Palombini.
Camminano davanti a me. Lascio che guadagnino cinque, sei metri di vantaggio. Non vanno affatto in direzione EUR, e neppure escono in superficie, continuano invece il viaggio nella mia stessa direzione.
E scenderanno al Policlinico. Lui è un chirurgo, o un informatore farmaceutico monomandatario. Lui la tiene per mano, proprio come fosse la sua ragazza: davvero un dono del cielo.
Invece, al termine della scala mobile tirano dritto. Non girano a destra, come me, come tutti, per andare a prendere il treno. Dove vanno? Non sapevo che da quella parte si arrivasse da qualche parte. Anni che prendo la metropolitana e mi era sfuggito un passaggio verso dove? Andando dritto al massimo si può tornare indietro e prendere la Linea A nella stessa direzione da cui sono appena arrivati.
Evidentemente mi sbaglio. I due proseguono con calma, tenendosi sempre per mano. Oltrepassano lo sbarramento dei volontari dell’ORVAS, poi li perdo di vista.
Arrivo sul marciapiede e mi metto in attesa della Linea B. Arriva dopo un paio di minuti. Salgo.
Le porte si chiudono, poi si riaprono, e si richiudono altre due o tre volte, fra sbuffi, fischi, piccoli movimenti di assestamento.
Dopo alcuni tentativi le porte non si aprono più, ma il treno non si mette ancora in cammino. Circondato da teste di uomini e donne non riesco a vedere al di fuori dei finestrini. Non mi riesce di capire per quale motivo il convoglio non lasci la stazione.
Passano altri secondi che sembrano minuti. Finalmente si mette in movimento. Ma nella direzione opposta a quella che avrebbe dovuto prendere. In pratica sta tornando da dove è venuta. A una velocità inizialmente non preoccupante, una specie di inerzia retrograda.
Poi acquista velocità, ora è decisamente in marcia.
Non tutti si rendono subito conto di quello che sta succedendo. All’inizio noto uno stupore divertito. Qualcuno alza la voce, comunicando che stiamo procedendo nella direzione sbagliata. C’è chi cerca di farsi largo per raggiungere le porte, non so con quale ambizione. Chi si fa delle domande senza risposta. Il volto di una ragazza si deforma in una maschera di terrore, la bocca semiaperta, il labbro inferiore aspirato fin sotto la dentatura. Una donna comincia a urlare ferma! fermatelo! I giovani cercando di non lasciarsi trascinare dal panico ammutoliscono. Un vecchio batte con i pugni su un finestrino, da fuori arriva lo stridio delle ruote sui binari. Qualcuno avverte che tornando indietro come stiamo facendo prima o poi ci scontreremo con il treno che, immaginiamo confermando la sua preoccupazione assentendo con severa inutile riprovazione, sta procedendo contro di noi presumibilmente all’oscuro di quello che sta per accadere. L’impatto sarà inevitabile. Non sappiamo fra quando e non sappiamo come sarà, ma sappiamo tutti che è inevitabile.
Ci stiamo avvicinando alla stazione di Cavour, da dove, cinque fantastici minuti prima, cinque meravigliosi ignari minuti prima la vita scorreva nel suo giusto verso, incastrata nei suoi ingranaggi immodificabili.
Il treno non accenna a diminuire la velocità. Cinque minuti fa non esistevano treni che andassero nella direzione opposta. Il paradiso terrestre. Veramente.
Ho ripensato a quella coppia subito dopo l’esplosione.





Un passo indietro: quando aveva squillato il telefono io avevo guardato la cordicella del mio badge e fatto due più due.