mercoledì, 31 maggio 2006
L’uomo è molto alto, il cranio lucido, la calvizie frutto di una perfetta rasatura. Il fisico asciutto. Indossa un vestito blu, camicia bianca, cravatta regimental, e un giacchino senza maniche di pelle, marca Barbour.
La ragazza, molto più giovane di lui (che avrà cinquantadue, cinquantacinque anni) gli stringe la mano portandosela di tanto in tanto alla bocca per baciarla con devozione. Lui è in piedi, lei seduta. Siamo nello stesso vagone della metropolitana, Line A. Ho tempo di osservarli. Siamo molto vicini.
L’uomo nella mano libera tiene una borsa di cuoio chiusa da fibbie consunte. Porta occhiali da miope, noto le stanghette appoggiate sulle nude orecchie.

La ragazza non è precisamente una ragazza, noto, quando si volta nella mia direzione. Ma è certo molto più giovane di lui. Ha i capelli castani corti, il volto regolare, olivastro. Ha uno zainetto sulle spalle e veste come una studentessa, o una informatica.
Scenderanno a Barberini, pronostico. Lui lavora in banca. Parlano fitto fitto. Malgrado la distanza lui riesce a farsi capire mantenendo un tono di voce estremamente basso. Lei lo capisce e risponde. Io, pur essendo molto vicino all’uomo, molto più di lei, non riesco a decifrare neppure una parola. La ragazza appare stanca, sono quasi le otto del mattino. Lei è sicura che lui sia l’uomo giusto per lei. Lui è sereno. Non credeva che dopo la separazione avrebbe trovato così presto una ragazza così dolce e innamorata, e anche lui ne è innamorato.
Barberini è passata e non sono scesi.
Scenderanno a Termini, come me. Prenderanno la coincidenza con l’altra linea della metropolitana, quella che porta all’EUR: lui lavora in un ministero, un livello alto, lei un’impiegata. Nello zainetto tiene la colazione e un giornale da sfogliare nella pausa pranzo e in attesa che lui finisca di lavorare e la passi a prendere, al termine della giornata, da Palombini.
Camminano davanti a me. Lascio che guadagnino cinque, sei metri di vantaggio. Non vanno affatto in direzione EUR, e neppure escono in superficie, continuano invece il viaggio nella mia stessa direzione.
E scenderanno al Policlinico. Lui è un chirurgo, o un informatore farmaceutico monomandatario. Lui la tiene per mano, proprio come fosse la sua ragazza: davvero un dono del cielo.
Invece, al termine della scala mobile tirano dritto. Non girano a destra, come me, come tutti, per andare a prendere il treno. Dove vanno? Non sapevo che da quella parte si arrivasse da qualche parte. Anni che prendo la metropolitana e mi era sfuggito un passaggio verso dove? Andando dritto al massimo si può tornare indietro e prendere la Linea A nella stessa direzione da cui sono appena arrivati.
Evidentemente mi sbaglio. I due proseguono con calma, tenendosi sempre per mano. Oltrepassano lo sbarramento dei volontari dell’ORVAS, poi li perdo di vista.
Arrivo sul marciapiede e mi metto in attesa della Linea B. Arriva dopo un paio di minuti. Salgo.
Le porte si chiudono, poi si riaprono, e si richiudono altre due o tre volte, fra sbuffi, fischi, piccoli movimenti di assestamento.
Dopo alcuni tentativi le porte non si aprono più, ma il treno non si mette ancora in cammino. Circondato da teste di uomini e donne non riesco a vedere al di fuori dei finestrini. Non mi riesce di capire per quale motivo il convoglio non lasci la stazione.
Passano altri secondi che sembrano minuti. Finalmente si mette in movimento. Ma nella direzione opposta a quella che avrebbe dovuto prendere. In pratica sta tornando da dove è venuta. A una velocità inizialmente non preoccupante, una specie di inerzia retrograda.
Poi acquista velocità, ora è decisamente in marcia.
Non tutti si rendono subito conto di quello che sta succedendo. All’inizio noto uno stupore divertito. Qualcuno alza la voce, comunicando che stiamo procedendo nella direzione sbagliata. C’è chi cerca di farsi largo per raggiungere le porte, non so con quale ambizione. Chi si fa delle domande senza risposta. Il volto di una ragazza si deforma in una maschera di terrore, la bocca semiaperta, il labbro inferiore aspirato fin sotto la dentatura. Una donna comincia a urlare ferma! fermatelo! I giovani cercando di non lasciarsi trascinare dal panico ammutoliscono. Un vecchio batte con i pugni su un finestrino, da fuori arriva lo stridio delle ruote sui binari. Qualcuno avverte che tornando indietro come stiamo facendo prima o poi ci scontreremo con il treno che, immaginiamo confermando la sua preoccupazione assentendo con severa inutile riprovazione, sta procedendo contro di noi presumibilmente all’oscuro di quello che sta per accadere. L’impatto sarà inevitabile. Non sappiamo fra quando e non sappiamo come sarà, ma sappiamo tutti che è inevitabile.
Ci stiamo avvicinando alla stazione di Cavour, da dove, cinque fantastici minuti prima, cinque meravigliosi ignari minuti prima la vita scorreva nel suo giusto verso, incastrata nei suoi ingranaggi immodificabili.
Il treno non accenna a diminuire la velocità. Cinque minuti fa non esistevano treni che andassero nella direzione opposta. Il paradiso terrestre. Veramente.

Ho ripensato a quella coppia subito dopo l’esplosione.
postato da: bsq alle ore 16:46 | Permalink | commenti (5)
categoria:code metropolitane
domenica, 28 maggio 2006

Pap Khouma è nato in Senegal 47 anni fa, da 22 anni è residente a Milano e da 10 ha la cittadinanza italiana. Pap Khouma è giornalista e scrittore, si occupa di integrazione e di diritti degli immigrati, e lavora alla Fnac di via Torino.

Pap Khouma, qualche giorno fa (si veda articolo del Corriere della Sera, giovedì 25 maggio, Cronaca di Milano, pag. 6) era a bordo del tram n. 29 quando due controllori gli hanno chiesto il biglietto. Pap Khouma ha risposto che ha l’abbonamento e lo ha mostrato ai due controllori. Ma i due controllori dell’Atm continuano a chiedergli il biglietto. Poi il tram si ferma in piazza della Repubblica, Pap Khouma scende. Intanto arriva un altro tram, ne scendono altri due controllori che si uniscono ai primi e gli chiedono un’altra volta il blìiglietto. Pap Khouma continua a dire di avere l’abbonamento e a mostrarlo, i quattro continuano a chiedergli il biglietto.

A un certo punto uno degli illuminati controllori che lo circondano dice, “Ehi tu, guarda che qua non sei a casa tua. Qua tu devi fare quello che ti diciamo noi, intesi?”, e lui risponde, “Non sono a casa vostra: sono sul marciapiede”. Un controllore gli risponde “Tu devi andare a casa tua. Vai via. Tornatene da dove sei venuto. Vai a casa. Vai via tu e tua sorella”. Pap Khouma reagisce: “Vai a casa tu. E se io ci vado con mia sorella tu ci vai con tua mamma”, dice.

Dal gruppo di controllori dell’Atm parte un pugno, Pap Khouma per difendersi ne tira uno, non sa bene se sia arrivato a segno (io spero di sì), e i quattro controllori gli sono addosso, lui steso per terra, a tirargli calci sulle spalle e sulla testa. Finiscono tutti a terra tra le botte. Poi Pap Khouma vede due agenti della Polizia, qualcuno li ha chiamati, chiedono le generalità ai controllori e a Pap Khouma, che viene portato al Pronto Soccorso.

Quando dico Dai la possibilità a un uomo di essere peggiore, lui lo sarà, credo di non sbagliare. Fare il controllore è un’ottima occasione.

postato da: melpunk66 alle ore 10:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:controllori
lunedì, 15 maggio 2006
Un passo indietro: quando aveva squillato il telefono io avevo guardato la cordicella del mio badge e fatto due più due.
“Ho qualcosa che credo le possa interessare.”
“Immagino”.
“Bene, abbiamo immaginazione…”
“Mi dica dove possiamo vederci”. Non era il caso di proseguire quella conversazione al telefono interno.
“Dove mangia?”
“Al Bar della Scienza”, ho risposto, mentendo: non ci ho mai messo piede.
“Perfetto. All’una?”
“All’una.”
postato da: bsq alle ore 10:25 | Permalink | commenti
categoria:code metropolitane
martedì, 09 maggio 2006

Gentilissimo Presidente,

Si approssima la data della sua dipartita dal Colle, e con essa anche dalla sua tenuta Presidenziale di Castel Porziano. So bene quanto dev'esser triste abbandonare un gioiello della natura preservato con indefessa alacrità da centinaia di persone, ivi preposte alla sua manutenzione.

So quanto Ella deve averla amata, un po perché quella di San Rossore non è che sia proprio dietro l'angolo, un po perché, qui, a due passi dal Colle, trova sicuramente più comodo venirsi a riposare dalle sue diuturne fatiche.

Quante volte l'ho vista passare, con quel corteo strombazzante di autoblù, sulla risicata (e un po comica nonchè pericolosa) corsia d'emergenza, larga tanto e quanto mia cognata…che infatti ha una Daewoo Matiz proprio per ques'evenienza…). "Papà ma quello li è il nostro Presidente ?"

Si, figliuola.

E perché passa sulla corsia d'emergenza ?

Perché lui è il Presidente, figliuola.

Ma a casa quanti bambini lo aspettano ?

E li restavo zitto, incapace di fornire una valida risposta (è singolare, comunque, come i bambini nella loro semplicità identifichino il guadagno di tempo dei propri genitori come disponibilità a giocare con gli stessi).

Dovrà perdonare la mia lacuna circa il suo albero genealogico, ma voglio chiederle, almeno fino alla fine di questa mia, se avrà la pazienza di leggerla fino in fondo, di sorvolare.

Presumo che anche Lei, come noi tutti, abbia degli affetti. Ecco, in nome di questi, come ultimo e lungimirante atto di generosità verso la popolazione tutta, si, quella che lei cosi infaticabilmente ha sempre sostenuto di voler rappresentare, interpretandone i bisogni e coccolandola, sotto la sua, larga, ala protettiva, dando riprova della sua sconfinata benevolenza, della sua spiccata vocazione al soddisfacimento delle sue aspettative, all'alleviamento delle proprie pene, al garantirsi la nostra eterna gratitudine, ebbene, si, le vorrei chiedere di lasciare un'impronta importante nella nostra memoria. Di renderci finalmente felici e lieti e di sapere a chi dovere tali sentimenti, finalmente liberi dalla schiavitù e dall'ignavia di coloro che avrebbero dovuto amministrare il territorio ma che, alla riprova dei fatti, hanno solo saputo amministrare i propri emolumenti (sia tranquillo, mi riferisco a quella specie protetta dei nostri urbanisti capitolini, non a Lei), dove eravamo rimasti ? Ah, si, dicevo, la pregavo, la supplicavo di lasciarci con un abile colpo di scena, venendo incontro alla nostra supplichevole richiesta: orsu, deh, ci conceda una manciata di metri, consenta di abbattere, senza che cio' arrechi alcun danno all'ecosistema della tenuta, quei cumuli di erbacce, qualche leccio malandato, e una serie interminabile di rovi, che attualmente occupano una fascia di una decina di metri a fianco della Cristoforo Colombo. In tal modo, con una semplice donazione, che in nulla altererà l'estensione della sua tenuta, ne il cinguettar delle cinciallegre, ne lo stormir dei gheppi, ne il tubar dei piccioni, ci conceda, tramite questo grande gesto di bontà inusitata, di colmare la profonda lacuna dei nostri urbanisti, e di adeguare al flusso di traffico davvero imponente di gran parte della popolazione che vive sulla costa e nelle sue immediate adiacenze, soprattutto in assenza di qualsiasi altro mezzo pubblico, di poter defluire su una corsia laterale, che attualmente si ferma, inspiegabilmente, proprio nel tratto in cui confina con il recinto della Sua, presidenziale, tenuta.

A lei, ripeto, nulla costerà, avendo a disposione ettari ed ettari lo stesso. Sarà un piccolo sacrificio per lei, un ultimo gesto regale, ma un grande beneficio per noi poveri disgraziati di automobilisti, costretti al mattino in un imbuto (il semaforo di Acilia, lungo la Cristoforo Colombo) e al successivo ri-allargamento, solo pochi chilometri più avanti verso Roma, all'altezza del bivio per Mezzo Cammino (idem sull'altro lato, ma quello, stia sereno, non la riguarda, essendo, come presumo, di pertinenza di qualcun altro).

I buoni quaranta, quarantacinque minuti per transitare, in ambo i sensi, su tale tratto, con questo suo gesto, potrebbero ridursi fisiologicamente ad una manciata di minuti, senza continuare a rappresentare, come è a tutt'oggi, un vero e proprio incubo per chi la jattura di doversi andare a guadagnare il pane verso Roma.

Confido nella sua sconfinata bontà, e anelo in questo Suo grande senso di responsabilità, affinche mia figlia, vedendo ripassare le auto blu che inevitalbilmente scorteranno il prossimo inquilino, di saper ascrivere, con certezza, il guadagno di tempo, a Lei, illustrissimo Carlo Azeglio.

Saluti alla Signora Franca, e ognibene.

Cletus

 

 

postato da: cletus alle ore 21:30 | Permalink | commenti (2)
categoria:
giovedì, 04 maggio 2006
Nella stazione Loreto della metropolitana, davanti allo sportello degli abbonamenti una grossa signora zoppicante finisce di parlare con l’addetto, si gira e fa per allontanarsi. Allora vede la persona subito dietro di lei in fila, un africano alto e robusto come un armadio. La signora fa prima Ahhh!, e poi aggiunge, Per favore, non mi faccia del male!! Guardo il tipo africano, che sgrana gli occhi.
postato da: melpunk66 alle ore 20:33 | Permalink | commenti (2)
categoria:code metropolitane