martedì, 18 luglio 2006
Mi sveglio con la musica. In sordina, lento, il concerto numero 21 per piano e orchestra di Mozart il grande. Il languore mi sommerge mentre da sotto la coperta mi stiracchio beata e ancora inconsapevole di dove mi trovi. Quando attacca l’overture del matrimonio di Figaro, spinta irresistibilmente dall’energia di quelle note faccio per alzarmi, urto la testa contro il tettuccio e allora rientro in me immediatamente.
Sono 3 anni che batto la testa su questo tettuccio. Da quando questo TIR è diventato, in pratica, la mia casa, il mio posto di lavoro, il luogo delle mie battaglie. Scosto la tendina. Il sole illumina a festa l’area di servizio che mi ha ospitata stanotte. E’ una bella mattina di luglio inoltrato. Farà caldo, oggi, ma niente a che vedere con le scintille che mi sento di fare sulla strada. Mi vesto, con qualche contorsione. Fortuna che sono piccola, ma anche chi come me è alta solo 1 metro e 50 è costretta a fare acrobazie nella cabina di un camion. Indosso calzoncini corti mimetici e canotta militare. Raccolgo un asciugamano e lo spazzolino da denti e mi dirigo verso le toilette. Non sono molte le stazioni di servizio fornite di docce nella rete autostradale italiana, ma quelle poche io le conosco a memoria. Sono una donna, non un orso puzzolente, ci tengo al mio aspetto. Perché devo scendere in campo per la mia battaglia quotidiana e devo sentirmi in forma. Doccia, shampoo e rossetto. Ora sono a posto. Caffè al bar. Alcuni colleghi camionisti, forestieri, mi guardano con la bava alla bocca, già a quest’ora. Il testosterone impazza nelle ore del mattino. Al primo approccio ringhio. Mi lasciano stare. Quando si accorgeranno che salirò su un mostro lungo quasi 20 metri, rimorchio compreso, si gratteranno la testa perplessi. Ma mi porteranno rispetto.

Con me non si scherza. Il mio nome al CB è Ramba. Ci sarà un motivo. Sono una tosta, io. E nessuno, dico nessuno, conosce il mio vero nome. Tutti mi conoscono come Ramba.

Ho scelto di fare la camionista perché in guerra non ci posso andare. Troppo piccola pure per le forze armate. Ma io lo scontro ce l’ho nel sangue a dispetto della mia natura inequivocabile di femmina e… del mio nome che nessuno conosce. Giusto tre anni fa ho scelto il TIR come carro armato e le autostrade come campo di battaglia. Non c’è molta differenza con gli agguati in Iraq, se cammini su strada. Specialmente d’estate. Devi sempre stare all’erta, mille occhi non ti bastano. L’istinto di sopravvivenza ti toglie dai guai, ma devi anche saper combattere. Per questo mi piace il mio lavoro.
Visto che qui da noi non si può sparare, devi almeno conoscere un sacco di parolacce e infilarle nella cartucciera che porti a tracolla. Lo so che non fa molto signora usare un simile turpiloquio, però, credetemi, è la prima arma di difesa contro l’imbecillità altrui. Devi tenere sempre il dito sul grilletto, qualche volta sparare per prima, se non vuoi che il nemico, l’Automobilista come il Camionista o qualsiasi altro disgraziato che viaggia su ruote (da 2 a16), abbia la meglio.

Metto in moto. Tutta la scuderia, 440 cavalli, risponde al mio dolce comando con un nitrito di soddisfazione. Quale cavallerizzo potrà mai vantare un miglior dominio sulle sue bestie? Quale domatore di circo può fare galoppare altrettanti quadrupedi come faccio io? Il motore è musica. A proposito. Mozart continua ad andare nello stereo. Riesce a evocare sensazioni così belle da non poter essere nominate e al tempo stesso dà la carica meglio di dieci caffè.

E’ stato un lungo viaggio, stavolta. Vengo direttamente dalla Norvegia e ho un carico quasi esagerato di stoccafissi che, poverini, nella loro rigidità globale mi ricordano certi uomini…Devo essere ai limiti di portata, ma in fondo sono quasi arrivata. Con un po’ di fortuna, se mi attengo alle regole d’ingaggio, cioè del Codice stradale, i puffi non mi fermeranno e fra 5 ore al massimo sono a destinazione.
Solo che, porc… qui non ci si muove più. A luglio il traffico dei vacanzieri è già vergognoso. Ma non c’era la crisi dell’euro? Ma non c’erano le conseguenze della manovrina, il rincaro del petrolio, le nuove tasse, le società calcistiche fallite da salvare ecc. ecc.? Com’è che così in tanti se ne vanno in ferie?
Dall’alto della mia postazione intravedo utilitarie stracolme di valigie, station-wagon in cui abitano, oltre a due genitori sull’orlo di una crisi di nervi, tre bambini e i nonni e pure il cane, roulotte che sbandano senza controllo e furgoni che trascinano dei fuoribordo da paura. C’è aria di vacanze per tutti.
E io invece ho un travaso di bile, già a quest’ora, perché il bollettino di guerra, cioè Onda Verde, non fa che confermare intasamenti ovunque sulle arterie autostradali. Come in quelle di un vecchio aterosclerotico, un’occlusione ogni tanto aumenta il rischio di paralisi. O peggio, la provoca inevitabilmente. E io non sopporto le paralisi. Anche se proprio in tali occasioni posso sfogare il meglio del mio repertorio, nella fattispecie sui vacanzieri.

Non bastasse il casino puramente numerico dei turisti itineranti, che si associa all’assoluta mancanza, da parte degli stessi, finanche di briciole di ragionamenti umanoidi, (l’umano in ferie si lascia guidare dagli istinti, non dalla razionalità e allenta la sorveglianza sulle proprie azioni), ogni due chilometri trovo il cambio corsia per lavori in corso. Ma, gli venisse un colpo, nemmeno un operaio che lavori! I birilli sono belli allineati, e nessun omino arancione dietro di loro. E che, sono scemi? Col caldo che fa oggi…
Ma che almeno liberino la strada! Non lo vedono che qui, dietro il mio posteriore, tanto per gradire c’è il solito mammalucco che solo perché ha la macchinetta appena un po’ grintosa ti fa i fari e strombazza che vuole passare? Microbo infelice, ma dove vuoi andare se posto non ce n’è?!! Guarda che se mi girano le ruote, per te è finita.
Uno così lo trovi in media ogni dieci auto. Ogni cinque, di questo periodo. Ogni due, fra un mese. Il prototipo del padrone della strada. Il Nemico.

Ho incominciato presto a sparare le mie cartucce, oggi. E d’accordo che mi difendo bene, ma dopo un viaggio come questo, se permettete, avrei voglia di arrivare presto a destinazione e sbarazzarmi dei puzzoni steccati che mi porto appresso. Ma il limitatore di velocità m’impedisce di fiondarmi a tutta birra. E neanche il cambio automatico mi aiuta.
…azz…, ma perché montano motori di aeroplano su un camion, se poi li devono imbavagliare e impastoiare?

Guarda questo qui! Lo vedo dagli specchietti. Un collega del cavolo, su un TIR che mi sembra familiare, che tenta il sorpasso. Si vede proprio che è un maschio. Vuole dominare lui strada e viandanti. Imbecille. A occhio è perfino più carico di me, e siamo in salita, dove crede di andare?

“ A Ramba! Voi vede’ che te faccio magna’ er mi fumo?”

Una voce da cornacchia nel CB, che conosco bene.

“Sparviero de mi nonno, dovrai passare sul mio cadavere!”

“ Ce passo sì su de te, bella mia, ma non come te credi te…”

Sento una serie di risate provenire dal CB e m’infurio. C’è ancora chi pensa che sono una femminuccia e per questo dovrei accettare passivamente la presunta superiorità maschile e maschilista. Alzo il volume della musica. Il mio amico Wolfgang ce la mette tutta, con la sua sinfonia numero 40 in G minore, e io pure, eccitata dalla sua carica. Accelero quanto più posso, quanto il mostro con tutti i suoi limiti può riuscire e spero che gli stoccafissi tengano duro: è una questione di principio.
Il duello è infinito. I nostri mezzi procedono fianco a fianco per quasi 20 minuti. Guardo con soddisfazione la colonna che abbiamo creato dietro di noi: un esercito di piccoli gnomi e qualche altro incauto, un po’ più grosso, ma impedito come un elefante tra vasi di vetro. Tutti devono sottostare alla legge del più forte. Di qui non si passa, l’autostrada è a due corsie ed è impegnata in una sfida all’ok corral sul filo dei 90 km orari.
Brutto str… ti faccio vedere io chi è la Ramba. E difatti è costretto ad arrendersi, lo sparvierucolo. Chiede strada e rientra. Ho vinto io. Applausi dal CB. Qualcuno tifa per me.

Le altre auto ora mi sorpassano, ma riverenti. Hanno timore ad accostarsi a me, perché sono un gigante che le sovrasta. E se per caso sbandassi in curva, chessò, magari per un colpo di vento? Le schiaccerei contro il guard-rail e sai che marmellata, tra stoccafissi e poveri idioti?

Ennesimo rallentamento. Siamo fermi. Incolonnati su tre corsie, qui dove l’autostrada è più larga. Ma se anche fossero sette, le corsie sarebbero tutte piene. Perché il co…ne che invade la corsia d’emergenza c’è sempre. Anzi, ce ne sta tutta una serie. Guardali, sorpassano a destra dove non devono. Ma dove dormono i puffi quando invece c’è bisogno di loro?
Afferro il microfono.

“Ehi, qui è Ramba. Chi sta lì davanti potrebbe dirmi che sta succedendo?”

Un’anima pia si affretta a informarmi che un incidente ha bloccato il traffico: un camion ha rovesciato il suo carico, il quale ora sta scappando a gambe levate, seminando il panico su entrambe le carreggiate. Trattasi di un carico di maiali, vivi, destinati al macello. Hanno invaso le corsie terrorizzati e quasi assaltano le auto. Poveracci. Almeno i miei stoccafissi non fanno storie. Al massimo, se li rovescio per strada, finiranno in qualche pentola. Mi rassegno, l’attesa sarà lunga. Ma sono anche arrabbiata. La mia anima combattente si nutre di queste cose. Chi posso insultare per l’inconveniente? I maiali? Certo che no. Ma il loro autista sì. Imbranato.

Si procede un metro alla volta. Un po’ si muovono quelli della corsia di sinistra, un po’ quelli a destra. Io, nel mezzo, mi ritrovo affiancata di volta in volta ad un camion olandese, ad un “nano” siciliano (non un pupo coi fili, s’intende, ma uno di quegli orrendi camion grandi con le ruote piccole, nella fattispecie proveniente da Palermo), poi a una famiglia di tedeschi con le bici sul tetto dell’auto, poi a un camper austriaco. Poi, di nuovo, ritrovo a fasi alterne sempre le stesse facce. Penso che posso concedermi una tregua.
Mi tolgo lo scarponcino, cerco nella mia trousse da viaggio e pesco lo smalto. Metto il piede sul volante, che sto più comoda e se ci si muove posso comunque governare il mostro (certo che so guidare anche con i piedi, sono o non sono Ramba!), tanto ci pensa il cambio automatico a fare tutto, spennello di rosso e poi allungo l’estremità così dipinta fuori dal finestrino ad asciugare al solleone, sotto il naso dell’olandese. Che comincia a sbavare, il porco. Guarda che ti spedisco di filato insieme ai tuoi compari rosa in quel camion giunto apposta a recuperare il carico grugnente. Come carico, non come autista.
Quando mi si è asciugato lo smalto anche i futuri salami sono stati riacciuffati tutti e si può ripartire un po’ più velocemente.

Sento gracchiare al CB.
“Occhio, puffi a babordo”
Chissenefrega.
Paletta.
Ne approfittano perché andiamo piano. Altrimenti gli toccherebbe fare gli inseguimenti da film e forse oggi non ne hanno voglia.
Documenti.
Consegno la patente, la bolla di accompagnamento, il disco. Un sopracciglio dell’agente si alza nello studiare il disco. La garetta di qualche ora fa deve esservi scritta a chiare lettere. Mannaggia. Ma non dice niente. Controlla il carico. Apre dietro e richiude immediatamente: il puzzo è insopportabile e inequivocabile. E’ chiaro che non trasporto clandestini: sarebbero morti asfissiati. E nemmeno droga, anche se mimetizzarla da baccalà potrebbe depistare qualsiasi cane-sbirro. Ma anche i tossici avrebbero difficoltà, poi, a farsi di stoccafisso.

L’altro agente trasmette i miei dati alla centrale, mi squadra da capo a piedi e sorride. Lo so che sta studiando la mia tenuta da guerra, lo so che sta collegando il mio atteggiamento da combattente solitaria con migliaia di chilometri sulla schiena, a quanto ha appena letto sulla patente. Ogni volta è così. E’umiliante che al mio spirito battagliero corrispondano un cognome (Fiorita!!!) e una serie di nomi (Margherita, Rosa, Viola, …) assolutamente ridicoli. I miei genitori no, non avevano il senso del ridicolo quando hanno scelto questo obbrobrio per la loro unica figlia. Erano solo appassionati di botanica, pace all’anima loro.
Ma io non sono così delicata, né poetica, né romantica come farebbero pensare tutti questi nomi che io detesto. Ecco, Ramba è il nome molto più adatto a me.

Quasi nello stesso istante in cui l’agente, trattenendo una sghignazzata, finisce di comunicare i miei dati, la voce dello sparviero, che a quanto sembra è ancora qui vicino, urla al CB:

“Ehi ragazzi, sapete come si chiama la Ramba?! Margherituccia, e poi Violetta, e poi Rosellina…. Un fiore di campo, una femminuccia!!! Altro che Ramba….”

Sparviero era sintonizzato sulle frequenze della polizia. Si scatena il finimondo: tutti i camion che ci passano accanto strombazzano ironici con dei barriti possenti e su tutte le tonalità, in un concerto che Mozart se lo sogna, mentre via radio sento solo grasse risate.
Il poliziotto in macchina, che non ha ben capito il perché del casino che fanno tutti questi camion passandoci accanto, si chiede se sia il caso di fare una mega multa a qualcuno per schiamazzi.
Io mi guardo le punte degli scarponi e mi sforzo di pensare allo smalto che nascondono, mentre divento dello stesso colore delle mie unghie, un po’ per rabbia e un po’ per la vergogna.

Ecco, addio segreto.
L’ira mi sale, più bollente dei 44° C che l’asfalto oggi sta evaporando intorno, intanto che si liquefa, e sto per diventare vendicativa. Non appena questi puffi mi lasciano andare, ritorno in strada. E non m’importa chi colpirò, nella mia furia cieca: andrò a 40 km/h fino a che ne avrò voglia, intasando del tutto le coronarie di automobilisti e autostrade e provocando infarti, giusto per caricarmi. Poi, quando la colonna infinita mi annoierà, fiuterò l’aria e lascerò le briglie sciolte al collo dei miei cavalli (conosco il sistema per disattivare il limitatore, basta togliere un fusibile al sistema che governa l’ABS). Seminerò il panico, farò sorpassi da brivido, occuperò la corsia di sorpasso COSTANTEMENTE.

Comincerà la caccia allo sparviero.
Finirò per prenderlo, prima o poi, lo sporco nemico, in questa giungla resa impenetrabile dal traffico.
E gli farò fare la fine dei miei stoccafissi, in un duello alla pari.

Parola di Ramba.
postato da: ramona1 alle ore 17:53 | Permalink | commenti (6)
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giovedì, 13 luglio 2006

E' ufficiale, ieri, addi 12 del mese di luglio dell'anno di grazia 2006, Roma, per bocca del suo Primo cittadino (o almeno del primo dei tre milioni dei primi cittadini, come ama dire lui), ha pubblicamente rinunciato a presentare la propria candidatura per ospitare i giochi Olimpici del 2016.

 

In un laconico servizio televisivo del TG3, tale scelta è stata motivata per il mancato sostegno di "un certo quadro di relazioni politiche di sostegno". In un'ottica di REAL-POLITIK, in un primo tempo era stata offerta al Sig. Letta "quale profondo ammiratore di Roma" la poltrona di presidenza del nascituro comitato olimipico. A fronte del suo niet, dopo un primo, entusiastico accoglimento di detta carica, devono aver fatto una sorta di conta, e deciso di risparmiare alla città tutta, un altro decennio di sofferenza (giubileo et rutelli docet).

 

Chi l'ha detto che i nostri amministratori son privi di cuore ? Che non abbiano cura delle pene che una scelta del genere potrebbe infliggere alla cittadinanza ? Si tratta di un piccolo, concreto, segno di resipiscenza, che va salutato come il possibile avvio di un'inversione di rotta.

 

Basta con i raffazzonati comitati che strapazzano il tessuto urbano già provato dall'allegra assenza di uno strumento urbanistico come il PRG per tanti anni. Cosi come basta con i regali al ceto degli ex-palazzinari. No, Roma, a veder bene, per via dello scarso spessore professionale di chi è preposto a dirimere siffatte questioni, ha sostanzialmente perso un'occasione. E di dilettantismo, francamente, è stanca.

 

Consapevoli che detta scelta di fatto sottrarrà a questo blog materia cui attingere (in un'ottica di totale delirio, ci si aspetta che il creativo di turno insceni e metta in onda l'ennesimo reality magari ambientato, sostituendo gli alberi con le automobili, come il Marcovaldo di Calvino, in una coda ferma da giorni su un tratto, a caso, del grande raccordo anulare).

 

Ci si augura che non ci ripensino…

postato da: cletus alle ore 04:15 | Permalink | commenti (2)
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domenica, 02 luglio 2006
Si avverte la gentile clientela che il titolo del post immediatamente sotto questo che state leggendo, "La fine", non si riferisce al blog nel suo insieme, ma alla sua sottospecie "Code metropolitane" e, ancora più in particolare, alla sua sotto-sottospecie dedicata alle avventure dei temibii Volontari dell'ORVAS.

Questo per dire agli altri habitué e/o frequentatori a vario titolo di codesto blog che, tanto più di questi tempi di esodo massificato, la pubblicazione non è si è affatto interrotta, ma anzi vorrebbe proseguire per molto molto altro tempo ancora.

Chi non fosse abilitato a postare autonomamente, puo' contattare qualcuno di noi cliccando sull'apposita icona che accompagna i profili degli attuali tenutari, sotto la categoria "Partecipano" che trovate nella colonna di sinistra, sotto i Links (quest'ultima, peraltro, desolatamente vuota).

Buone vacanze.
postato da: bsq alle ore 10:44 | Permalink | commenti (3)
categoria:redazione