mercoledì, 29 novembre 2006

cielo di pechino

Ho "rubato" questa foto dal fotoblog di Giulio Mozzi, che si chiama "sotto i cieli d'Italia". La foto, recita la didascalia, è stata scattata a Pechino. Quindi sarebbe più corretto dire, "sotto i cieli della Cina". In ogni caso, questa foto, attualmente è diventata lo sfondo del mio desktop.

Ed è diventata anche il pretesto per questa cosa:

Sotto il cielo di Pechino.

Sono seduto sulla panchina del Parco delle Rimembranze. Non mi piace allagare nei ricordi, tuttavia. Voci di bimbi che corrono e di mamme cinesi che li chiamano con nomi che sembrano estratti da uno di quei cartoni animati che danno alla tele verso l'ora di pranzo.

Il cielo, se cosi si può chiamare, è grigio. Un grigio tendente al marrone. Dicono che questa sia una delle città più inquinate del pianeta, e a giudicare da ciò che rimane nel fazzoletto, quando mi soffio il naso, c'è da crederci.

Guardo in alto, rari gli uccelli che volteggiano. Volteggiano come a Pratica di mare, stessi svolazzi, stesse rapide picchiate, stesso fuggire secondo traettoie indistinguibili se non in un alchemico condensato di geometria. Un festival di linee, si aggruppano, si separano per brevi momenti, per poi, al culmine di virate mozzafiato, ricongiungersi e caratterizzarsi come uno stormo collaudato.

Non fa freddo, non fa caldo. Fa. Guardo questo palo. L'intreccio dei suoi fili, messi su in fasi successive. Penso al coagulo di parole che portano, come se dei milioni di parole, discorsi, dialoghi, ne restasse una piccola traccia a contaminare l'aere intorno. I destini di amori, transazioni, amicizie, giocati nel gomitolo indistricabile di cavi, avvolti da un gigante pazzo, intorno ad un palo, tendente al cielo.

E intuisco la vacuità del tutto, la commistione fra l'astratto e questo succedaneo del reale, spietato, che è il palo. Un qualcosa che svetta da terra, ma che a terra ricongiunge. L'elemento aereo dell'altezza dei cavi, con quello altrettanto alto dell'immaginare che tipo di discorsi siano transitati lassù.

Le cose non sono mai come ci sembrano, e il cervello, quando vuole, sa ingannare come il miglior baro. Ma il cuore no.
E io ti amo, Jimjang.

postato da: cletus alle ore 11:40 | Permalink | commenti
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