Ingrano la prima.
La prima marcia è quella che serve per partire, lo sanno tutti. E’ indispensabile, senza non si va avanti, e nemmeno di traverso. Solo indietro.
Sei stanco, demotivato, davanti ad un bivio o ad uno stop. Se rimanessi lì, fermo, smarrito, con il motore in panne, nella tua immobilità saresti fritto. Morto.
Movimento invece è sinonimo di vita e salute, chi si ferma è perduto, e non soltanto perché lo dice un proverbio. Sarà per questo che per ogni fermata c’è una ripartenza.
Se hai un incidente di percorso, sconfitto, affranto, vorresti seppellirti lì dove ti trovi. Spegnere i motori, lasciarti andare all’oblio. Ma non puoi e lo sai. Del tutto automaticamente, senza averne quasi coscienza, finisce che ingrani la prima. Rilasci la frizione, premi appena l’acceleratore, o magari lasci fare alla potenza del mezzo. L’importante è mollare il freno. Ecco, questo è fondamentale. Togliere i freni, ma ricordarsi di quelli d’emergenza... Perché in certi casi una tirata di freno a mano fa solo bene. Quando stai per esagerare, quando stai per slittare, quando stai per perdere il controllo della tua vita. Cioè in extremis.
Tira il freno a mano. A volte conta.
Ma poi, mollalo.
Ingrana la prima.
E riparti.
Sempre avanti, guardando a destra e a sinistra, lontano e appena accanto a te.
La prima marcia è quella della partenza, la più lenta e la più decisa. Perché sì, ci vuole sempre una certa decisione ad usarla. Altrimenti che fai, resti lì, fermo ad un palo che ignora la tua esistenza? Bisogna andare oltre. La prima marcia non ha bisogno di tanti incoraggiamenti, con un minimo imput sfrutta la forza del motore e va, sempre e comunque. Ogni volta a segnare la via, a incoraggiare, a spingere in avanti la carretta. Che, altrimenti, quanto pesante sarebbe!
Ora non tirare troppo, la prima è fatta per riflettere, per scaldare il motore, per convincere tutte le altre marce. Se le tiri il collo, tutto il trabiccolo si lamenta e borbotta e magari urla. Piano. Fai piano. Ok, ci sei.
Ingrano la seconda.
La seconda marcia è quella della ragione. Venendo appresso alla prima capisce subito cosa c’è da fare. E’ proprio riflessiva, calma. In fondo mica ti puoi sempre permettere di avere fretta. Certo, per andare si va, come no. La seconda è la marcia che ti permette di tirare il fiato, almeno per un istante, dopo la fatica della fatale decisione (partire o non partire?). E ti permette di pensare a quello che vuoi fare subito dopo. Se vuoi aumentare la velocità, parcheggiare, svoltare a destra o a sinistra. Fermarti. Hai tutto il tempo per pensare. E al contempo sai che una decisione la devi prendere. Come la prima marcia, anche la seconda non ha molta pazienza, o capacità illimitate. E’ una marcia di transizione, che ti porta verso altre, inevitabili scelte. Sei costretto a scegliere.
Ingrano la terza.
Ah, sei in passeggiata! La terza ti consente di gustarti il paesaggio, urbano o no. Non ha grosse pretese, ma ti regala una relativa tranquillità. E’ una giornata senza scosse e senza nuvole, senza avvenimenti, senza attese. Ti offre solo un suggerimento: prima o poi le cose cambiano. Oh, sì. E allora o tornerai a lumachizzare fraternizzando con la seconda riflessiva, oppure acquisterai grinta e decisione incontrando la prossima marcia. Un po’ ti dispiace, è bello guardarsi intorno, giocare con le vie della città (della vita) da giuggerelloni. E’ uno scacciapensieri. Tuttavia, sai anche questo, e non te lo hanno insegnato solo alla scuola guida, non si può restare sempre in terza. Forse ora non ci credi, non ti sembra, ma prima o poi ti verrà voglia di partire in quarta.
Ingrano la quarta.
E la quarta ti regala libertà e velocità. Accidenti, via dai pensieri. A testa bassa, non esiste altro traffico che te e la tua grinta. La tua rabbia. L’adrenalina non ti fa vedere gli ostacoli. O forse nemmeno ce ne sono, di ostacoli, la via è sgombra se ti è concesso di usare la quarta. E vedi sfrecciare ombre indefinite, ma i contorni sono ancora piuttosto netti. Ti ricordano che c’è il mondo intorno a te. E ci sono dei limiti anche alla velocità. Ma chi se ne impippa! Tu riconosci il richiamo della velocità e vuoi farglielo vedere, al mondo, di cosa sei capace. Senti che hai ancora una possibilità di accelerare, il pedale a tavoletta incita il tuo orgoglio a fare di più. Di più. Sempre di più. Oltre i limiti delle tue possibilità. Vuoi volare. E cambi ancora una volta la marcia.
Ingrano la quinta.
E ora sì che voli. Con la massima tranquillità, perché il tuo mezzo è solo uno strumento docile fra le tue mani. Quello che conta sei tu, che osi, osi ancora. E la tua vita è fra le tue mani e questo ti fa sentire un semidio. Sei su un’autostrada dritta dritta, dove se c’è un limite alla velocità tu te ne freghi. Perché bisogna buttarsi sempre e comunque nelle imprese, nelle scelte, nei rischi. Se non rischi non avrai mai soddisfazione. E vai, tocchi i 200 km/h e li superi, il tuo bolide ha il cuore generoso come il tuo. Vento nei capelli, profili sempre più sfumati, quasi inesistenti, velocità pura… Sogna, sogna di volare, sogna che se vuoi davvero una cosa la puoi realizzare, gli ostacoli non ti fanno paura. Non lo troverai un muro a fermarti, né il pilastro di un cavalcavia, né ci sarà qualcuno a frapporsi fra te e il tuo sogno.
Pigi l’acceleratore, sai che puoi, devi farcela.
Tanto, se dovessi cambiare idea, se le cose della vita mutassero, se tu stesso ti trasformassi in qualcosa d’altro e nuovo, avresti ancora una possibilità.
Puoi ingranare la retromarcia.




