mercoledì, 31 maggio 2006
L’uomo è molto alto, il cranio lucido, la calvizie frutto di una perfetta rasatura. Il fisico asciutto. Indossa un vestito blu, camicia bianca, cravatta regimental, e un giacchino senza maniche di pelle, marca Barbour.
La ragazza, molto più giovane di lui (che avrà cinquantadue, cinquantacinque anni) gli stringe la mano portandosela di tanto in tanto alla bocca per baciarla con devozione. Lui è in piedi, lei seduta. Siamo nello stesso vagone della metropolitana, Line A. Ho tempo di osservarli. Siamo molto vicini.
L’uomo nella mano libera tiene una borsa di cuoio chiusa da fibbie consunte. Porta occhiali da miope, noto le stanghette appoggiate sulle nude orecchie.

La ragazza non è precisamente una ragazza, noto, quando si volta nella mia direzione. Ma è certo molto più giovane di lui. Ha i capelli castani corti, il volto regolare, olivastro. Ha uno zainetto sulle spalle e veste come una studentessa, o una informatica.
Scenderanno a Barberini, pronostico. Lui lavora in banca. Parlano fitto fitto. Malgrado la distanza lui riesce a farsi capire mantenendo un tono di voce estremamente basso. Lei lo capisce e risponde. Io, pur essendo molto vicino all’uomo, molto più di lei, non riesco a decifrare neppure una parola. La ragazza appare stanca, sono quasi le otto del mattino. Lei è sicura che lui sia l’uomo giusto per lei. Lui è sereno. Non credeva che dopo la separazione avrebbe trovato così presto una ragazza così dolce e innamorata, e anche lui ne è innamorato.
Barberini è passata e non sono scesi.
Scenderanno a Termini, come me. Prenderanno la coincidenza con l’altra linea della metropolitana, quella che porta all’EUR: lui lavora in un ministero, un livello alto, lei un’impiegata. Nello zainetto tiene la colazione e un giornale da sfogliare nella pausa pranzo e in attesa che lui finisca di lavorare e la passi a prendere, al termine della giornata, da Palombini.
Camminano davanti a me. Lascio che guadagnino cinque, sei metri di vantaggio. Non vanno affatto in direzione EUR, e neppure escono in superficie, continuano invece il viaggio nella mia stessa direzione.
E scenderanno al Policlinico. Lui è un chirurgo, o un informatore farmaceutico monomandatario. Lui la tiene per mano, proprio come fosse la sua ragazza: davvero un dono del cielo.
Invece, al termine della scala mobile tirano dritto. Non girano a destra, come me, come tutti, per andare a prendere il treno. Dove vanno? Non sapevo che da quella parte si arrivasse da qualche parte. Anni che prendo la metropolitana e mi era sfuggito un passaggio verso dove? Andando dritto al massimo si può tornare indietro e prendere la Linea A nella stessa direzione da cui sono appena arrivati.
Evidentemente mi sbaglio. I due proseguono con calma, tenendosi sempre per mano. Oltrepassano lo sbarramento dei volontari dell’ORVAS, poi li perdo di vista.
Arrivo sul marciapiede e mi metto in attesa della Linea B. Arriva dopo un paio di minuti. Salgo.
Le porte si chiudono, poi si riaprono, e si richiudono altre due o tre volte, fra sbuffi, fischi, piccoli movimenti di assestamento.
Dopo alcuni tentativi le porte non si aprono più, ma il treno non si mette ancora in cammino. Circondato da teste di uomini e donne non riesco a vedere al di fuori dei finestrini. Non mi riesce di capire per quale motivo il convoglio non lasci la stazione.
Passano altri secondi che sembrano minuti. Finalmente si mette in movimento. Ma nella direzione opposta a quella che avrebbe dovuto prendere. In pratica sta tornando da dove è venuta. A una velocità inizialmente non preoccupante, una specie di inerzia retrograda.
Poi acquista velocità, ora è decisamente in marcia.
Non tutti si rendono subito conto di quello che sta succedendo. All’inizio noto uno stupore divertito. Qualcuno alza la voce, comunicando che stiamo procedendo nella direzione sbagliata. C’è chi cerca di farsi largo per raggiungere le porte, non so con quale ambizione. Chi si fa delle domande senza risposta. Il volto di una ragazza si deforma in una maschera di terrore, la bocca semiaperta, il labbro inferiore aspirato fin sotto la dentatura. Una donna comincia a urlare ferma! fermatelo! I giovani cercando di non lasciarsi trascinare dal panico ammutoliscono. Un vecchio batte con i pugni su un finestrino, da fuori arriva lo stridio delle ruote sui binari. Qualcuno avverte che tornando indietro come stiamo facendo prima o poi ci scontreremo con il treno che, immaginiamo confermando la sua preoccupazione assentendo con severa inutile riprovazione, sta procedendo contro di noi presumibilmente all’oscuro di quello che sta per accadere. L’impatto sarà inevitabile. Non sappiamo fra quando e non sappiamo come sarà, ma sappiamo tutti che è inevitabile.
Ci stiamo avvicinando alla stazione di Cavour, da dove, cinque fantastici minuti prima, cinque meravigliosi ignari minuti prima la vita scorreva nel suo giusto verso, incastrata nei suoi ingranaggi immodificabili.
Il treno non accenna a diminuire la velocità. Cinque minuti fa non esistevano treni che andassero nella direzione opposta. Il paradiso terrestre. Veramente.

Ho ripensato a quella coppia subito dopo l’esplosione.
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lunedì, 15 maggio 2006
Un passo indietro: quando aveva squillato il telefono io avevo guardato la cordicella del mio badge e fatto due più due.
“Ho qualcosa che credo le possa interessare.”
“Immagino”.
“Bene, abbiamo immaginazione…”
“Mi dica dove possiamo vederci”. Non era il caso di proseguire quella conversazione al telefono interno.
“Dove mangia?”
“Al Bar della Scienza”, ho risposto, mentendo: non ci ho mai messo piede.
“Perfetto. All’una?”
“All’una.”
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giovedì, 04 maggio 2006
Nella stazione Loreto della metropolitana, davanti allo sportello degli abbonamenti una grossa signora zoppicante finisce di parlare con l’addetto, si gira e fa per allontanarsi. Allora vede la persona subito dietro di lei in fila, un africano alto e robusto come un armadio. La signora fa prima Ahhh!, e poi aggiunge, Per favore, non mi faccia del male!! Guardo il tipo africano, che sgrana gli occhi.
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sabato, 29 aprile 2006
Ho deciso di tornare a lavorare, proprio ieri che c’era lo sciopero dei mezzi pubblici.
Ho preso per un pelo l’ultima metro disponibile, partita dal capolinea alle 8 e 30.
Quando siamo scesi a Termini i volontari dell’ORVAS ci hanno fatto mettere in fila, incolonnati verso l’unica uscita disponibile: le altre erano già state chiuse. Si procedeva lentamente. I volontari ci guardavano annoiati. Ogni tanto ne chiamavano fuori uno. Gli chiedevano i documenti, poi lo facevano tornare in fila.
Io ero l’ultimo.
Quando sarebbe toccato a me varcare il cancello, un volontario me lo ha chiuso in faccia.
“Aspetti!”, ho detto, senza alzare la voce, "devo uscire".
Il clangore del cancello ha risuonato sinistro nell’aria. La radio interna continuava a mandare in onda jingle destinati a una platea di fantasmi. Stava cominciando il notiziario, che avvertiva non si sa chi dell’inizio dello sciopero.
“Mi faccia uscire, devo andare a lavorare!” ho quasi implorato. Il volontario mi ha mostrato l’orologio, senza aprire bocca.
“Ho capito, ma io come faccio?”
Che stupido. Ci sarà un’altra uscita. Sono tornato sui miei passi. Ho percorso corridoi e androni, scale mobili, avanti e indietro. Niente. Tutto chiuso. Sbarrato. Lunghi spazi e lunghi silenzi intervallati da echi metallici, e la radio che continuava le sue autistiche trasmissioni. I cartelloni pubblicitari sembravano volersi scollare e ripiegarsi ordinatamente in attesa della replica successiva. Le panchine per l’attesa dei treni parevano troppo rigide; orientate verso i binari vuoti parevano poveri dementi nei giardini freddi e ventosi di un ospedale psichiatrico.

Dopo qualche minuto i corridoi hanno cominciato a ripopolarsi. Addetti alle pulizie, operai, elettricisti, tutta gente che non c’entrava con lo sciopero e che approfittava per sistemare quello che c’era da sistemare.
Ho avvicinato uno di questi per chiedere da quale porta fossero passati e se c’era modo di “evadere”, ho usato proprio questa parola, evadere. Il primo mi ha indirizzato da un secondo, che mi ha mandato da un terzo che mi ha indicato un punto generico più avanti a destra, o a sinistra, non si capiva. Mi sono allontanato da loro con il passo incerto. Sembrava che non fossero disposti a collaborare, non so perché. Però mi salutavano tutti con un certo rispetto. Per chi mi stanno confondendo?
Avevo lo stomaco vuoto, non avevo fatto neanche colazione, contando di sfruttare il bar interno, in ospedale. Mi sono sentito piccolo e osservato. Anche gli elettricisti e gli addetti alle pulizie a un certo punto sono scomparsi. La radio mi tiene compagnia.
Dal fondo di una galleria vedo avvicinarsi una luce. Come un treno in manovra. Stridore di freni. Si ferma proprio all’ingresso della stazione. Sbuffa. Procede ora molto lentamente. Si ferma di nuovo. Mi ero seduto su una panchina, mi sono alzato per guardare meglio: alla guida del treno non c’è nessuno. Ancora qualche metro in avanti, verso di me. Ora riesco a vedere l’interno del primo vagone. Tutti i sedili sono occupati da volontari dell’ORVAS. Uno solo in piedi, sembra li stia istruendo, comunque sta parlando, gesticola.
Il treno si ferma definitivamente. Torno a sedermi. Dopo un paio di minuti riprende la marcia. Sfila lentamente davanti ai miei occhi. Tutti i vagoni sono pieni di volontari. Tutti seduti, non ce n’è nessuno in piedi. E occupano tutti i posti disponibili. Dopo qualche minuto passa un altro convoglio uguale: nessuno alla guida, e tutti i vagoni pieni di volontari seduti. E dopo un altro, e un altro. Dopo un’ora ho contato sette convogli di volontari. Poi non sono passati più vagoni.
Mi sono seduto. Ho tirato fuori il giornale. Dopo otto ore è passato il primo treno.
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sabato, 29 aprile 2006

Ho visto Marathon. Enigma a Manhattan di Amir Naderi, ultimo film della trilogia su New York che comprende New York by numbers e Abc Manhattan.

Gretchen deve risolvere 77 cruciverba in 24 ore, viaggiando in continuazione nella metropolitana di Manhattan, ed eguagliare il record mondiale stabilito dalla madre. Perché in metropolitana? Perché Gretchen ha bisogno di confusione intorno a sé per concentrarsi. E così va su e giù per la città, sale e scende, cambia linea, passa per grandi stazioni, oppure si affaccia da viadotti su strade trafficate, in un ingorgo di rumori e frastuoni che la sospingono verso la risoluzione dei cruciverba: ognuno, a cose fatte, contrassegnato da un bollino adesivo numerato e da una lettera G impressa con una timbratrice. Da una parte molte parole scritte, sui cruciverba, dall’altra poche dette: un unico, casuale dialogo sul metrò, e poi le telefonate della madre depositate in segreteria telefonica. Da una parte il (bel) corpo di Gretchen (Sara Paul) anestetizzato dal rumore e dalla concentrazione, dall’altra il rombante corpo minerale della metropoli.

Poi mi arriva la segnalazione de Il vento e la città. Il cinema di Amir Naderi, di Massimo Causo e Grazia Paganelli, edito da Il Castoro (in libreria dal 26 gennaio) in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino. Si parla della sua carriera cinematografica in Iran, e della decisione di abbandonare tutto e ricominciare una nuova vita negli Stati Uniti, e c’è un’intervista al regista, foto, scritti, sceneggiature, note di lavorazione e, tra gli altri, un contributo di Enrico Ghezzi (chissà se scrive fuori sincrono).

 Incuriosito dal libro, attendo la sua uscita. Intanto penso ai cruciverba e all’universo mondo: a volte anch’io, che pure ho frequentato a lungo la Scuola Ecolalistica di Setrak Sarkissian, faccio fatica a definire il mondo, a trovare gli incroci giusti, a ripempire ogni casella.

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mercoledì, 26 aprile 2006
La notte successiva ho dormito un lungo sonno immobile.
Mi sono svegliato presto. La stanza era ancora immersa nel buio. Sono rimasto tutto il giorno chiuso in casa, senza aprire le persiane, andando su e giù come un pesce avvolto dalla penombra trafitta da instabili luci morbide e riflessi diagonali.
Verso le sette della sera, dopo essermi risvegliato da uno stato di dormiveglia inquieto, ho sentito il bisogno di uscire. Mi mancava l’aria, ma nello stesso tempo non volevo allontanarmi da casa perché ero sicuro che se avessi incontrato un volontario avrei ucciso anche questo. Mi sentivo osservato e allo stesso tempo indignato. Non mi spaventava l’esperienza violenta della morte. Una volta sperimentato che la morte non ha riguardato te, puoi star certo che la vita è l’unica cosa a cui ti attacchi. Sentire, per di più, di aver agito all’ombra della rivendicazione giusta, alimentava lo spietato ardore vendicativo che aveva istruito, quasi a mia insaputa, il gesto liberatorio della sera prima.
Comunque sono uscito, così come mi trovavo, con lo stesso vestito che avevo indosso da più di 24 ore, sono salito al piano di sopra, e ho bussato alla porta di Lucia.

Ha aperto quasi subito. La prima cosa che ho notato sono stati gli stivali neri, con una piccola ed elegante fibbia d’argento, sopra i quali aveva arrotolato un paio di jeans attillati. Avendola quasi sempre vista con indosso scarponcini tecnici e pantaloni paramilitari, da attivista noglobal, la cosa mi ha un po’ meravigliato, ma non sono stato lì a chiedermene la ragione.
Sopra aveva una camicia bianca di taglio maschile, e aveva le gote arrossate. In una mano teneva un sigarillo acceso, e nell’altra un cucchiaio di legno. Era sorpresa di vedermi, ma mi ha fatto un cenno di venire avanti.
Ho buttato uno sguardo nel soggiorno, dove mi sono trovato appena entrato nell’appartamento. In casa mia, che è proprio di sotto, invece c’è un piccolo ingresso. Averlo eliminato è una buona idea, ho pensato.
Vicino alla finestra, aperta, c’era un tipo che parlava al telefono cellulare, con un tono spiccio e netto da sindacalista. Avrà avuto cinquant’anni, capelli grigi ricci, corti, la barba sfatta, diceva cose come: “c’è stata una grande partecipazione”, “abbiamo raggiunto certi obiettivi”. Mi ha fatto un cenno di saluto, come per soddisfare un dovere nei confronti di un codice educativo al quale era sostanzialmente indifferente.
Dal corridoio che avevo davanti, quello che porta alle camere da letto, è emerso un tipo grassissimo, più giovane, ben vestito, con un completo blu, la camicia azzurra e cravatta in tinta, aveva i capelli neri e la carnagione scura; nelle guance molli si districava una boccuccia sorridente e viscosa. Pareva un libanese molto benestante e soddisfatto di tutta una serie di cose. Aveva in mano un sigarillo come quello di Lucia e ha detto che l’acqua bolliva.
Seduta sul divano c’era infine una minuscola ragazza cinese dai capelli tinti di rossiccio con striature biondo ocra.
Erano tutti e quattro così eterogenei che se da dietro una porta fosse spuntato un nano con un scimmia ammaestrata mi sarebbe sembrata la cosa più normale.

“Mi sono chiesto se…”
Non mi ero preparato una scusa e ora dovevo inventarmi qualcosa di sensato. “… se per caso non avesse…”   mi sono messo una mano in tasca, “se per caso non avesse della carta bollicina. Ho una montagna di pacchi da spedire”.
Per niente stupita, Lucia mi ha fatto cenno di aspettare. “Aspetti qui.”
Il tipo grasso mi si è avvicinato. Aveva un profumo forte e la fronte, vista da vicino, era colma di gocce di sudore.
“Abito qui sotto.” Ho detto.
“Le diamo noia?”
“No, per niente. Infatti non mi ero nemmeno accorto che la signora avesse ospiti.”
“Sa, noi siamo abituati a fare un po’ di caciara. Ma siamo bravi ragazzi!”
Quello al telefono aveva terminato la sua conversazione. “Ce ne andiamo presto”.
“Ma non mi date nessun fastidio.”
Lucia è tornata dopo neppure un minuto. Aveva in mano un rotolo ancora sigillato di carta bollicina. Chissà a che cosa le serviva.
“Lo tenga tutto, poi me lo ridà quando ha finito. Non lo ho presentato i miei amici: Nicola (il grasso), Silvio (il sindacalista), e “Yin Ni”. L’unica a dire qualcosa fu quest’ultima, che disse “ciao” in un italiano senza inflessioni.
“Piacere”, ho detto.
“Sono colleghi, ha spiegato Lucia”, “lavoriamo tutti a Cinecittà. Io sono assistente al montaggio, Silvio è fonico e Nicola, beh, si capisce da come si veste.”
“Regista?” Ho chiesto.
“Produttore!” Mi ha corretto Lucia.
“Organizzatore di produzione”, ha puntualizzato quello aspirando dal sigarillo guardando la parete.
 E la cinese? Nessuno me lo ha detto e io non l’ho chiesto.

L’assoluta distanza di quella ristretta e calorosa cerchia di amici dal mondo di fuori, dalla morte, dai volontari, mi ha commosso e respinto. Soprattutto la mia assoluta mancanza di confidenza con Lucia mi lasciava ai margini di qualsiasi riscatto. I suoi capelli rossi cadevano mossi e apparentemente senza piega sul collo. Il seno spingeva nelle loro asole i bottoni della camicia e il sigarillo fra le labbra la trascinava cento pagine avanti in un libro che non sapevo ancora se avevo la voglia di cominciare a leggere.
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giovedì, 20 aprile 2006

Tornando a casa in metro ho dato un'occhiata alle scritte sui muri e, soprattutto, sui cartelloni pubblicitari. Per l'ennesima volta il solito ignoto aveva scritto: "Satana culo ebreo sfigato merda". E' da lungo tempo che questo qualcuno continua a scrivere questo tipo di messaggio in giro per la metropolitana milanese. Un ragazzo ci ha pure scritto un raccontino, uno di quelli pubblicati da Subway, quell'iniziativa (ora anche a Roma e Napoli) che diffonde librettini di giovani autori alle fermate del metro. Su un cartello pubblicitario c'era fotografato un ginnasta a gambe aperte, e qualcun'altro ci aveva disegnato un fallo con inchiostro rosso, con una didascalia: "Un bel cazzone". Ora mi chiedo, ma perché questa gente continua a scrivere queste cose? Perché, proprio lì dove sarebbe chiamata a lasciare tracce più interessanti, si rivolta invece nella più limacciosa omologazione? Ma come, avete un magnifico spazio dove è vietato scrivere e disegnare, che se vi beccano vi fanno pure la multa e anche la predica, e voi buttate via l'occasione così, con quattro fesserie. Sempre le stesse. Ma la fantasia?

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mercoledì, 12 aprile 2006
In fila, al seggio dove sono andato a votare, lunedì mattina, mi ha avvicinato un volontario dell’ORVAS. Sembrava che stesse cercando proprio me. Il corridoio della scuola era in penombra. Avevo due persone davanti e tre dietro. Per passare il tempo leggevo gli elenchi dei candidati delle varie liste.
“Paura?” mi ha chiesto avvicinando la sua orribile bocca al mio orecchio.

L’ho guardato rintanandomi nelle mie incertezze senza capire cosa volesse da me. Non ho aperto bocca.
“Paura?” mi ha chiesto di nuovo. Non ho aperto bocca.
“La tessera”, mi ha intimato. Ho pensato che si riferisse a quella della metropolitana, e me ne sono domandata la ragione. Non ho aperto bocca.
“Elettorale. La tessera elettorale”, ha insistito. Gliel’ho mostrata.
Non ho aperto bocca.
L’ha guardata, me l’ha riconsegnata con l’aria ottusa di chi fa troppa fatica a dissimulare i propri limiti quando sono messi a dura prova dalla propria arroganza.

A sera, uscendo dalla metropolitana, davanti alla stazione non c’erano né quelli dell’ORVAS né i controllori. Nemmeno i ragazzi di Metroamica.
Finalmente sono all’aria aperta. Ho seguito i primi exit-poll e le proiezioni chiuso nel sotterraneo del mio ufficio. Ho gli occhi che mi bruciano. Poi il viaggio in metro. Mi è mancata l’aria. Un po’ di tachicardia, niente di grave. Capita.
Mi muovo lentamente. Il vento di scirocco sembra essere girato a maestrale. La terra piovuta nel pomeriggio rende scivoloso il marciapiede: una fanghiglia impalpabile che ha coperto tutto. La luce gialla dei lampioni si mescola con il colore sbiadito della sabbia e il granito nero del marciapiede.

Non passano macchine. In giro non c’è nessuno.
Dall’angolo che via D. fa con via P.. dove abito, sbuca un vecchio dell’ORVAS, infreddolito, chino sui propri passi. Incrociamo gli sguardi. E’ oltre i sessanta, ha un mozzicone di sigaro toscano fra le labbra, incastrato fra i baffi lucidi.
E’ lui, mi dico, quello del seggio. Non sembra mi abbia riconosciuto.

“Tu,” mi fa. Mi fermo, strizzo gli occhi per farmi spazio fra i fiocchi di neve. “Prestami un po’ il telefonino,” dice. Faccio per mettere la mano in tasca, ma la tiro subito fuori.
Invece mi abbasso, lo guardo dal basso in alto, raccolgo un palo di ferro rimasto lì da alcune settimane, dopo che gli operai hanno montato le strutture per l’affissione dei manifesti elettorali.
Senza pensarci su lo colpisco in testa con tutta la forza che ho, schiacciando come una mosca il cappello da patrolman americano.
Il volontario cade in terra come se l’avessi sgonfiato, fra il marciapiede e il parafango di un’inguardabile vecchia Subaru “Forrester” .
Dopo pochi secondi un rivolo di sangue scuro si fa largo ai margini della bocca e gli occhi si irrigidiscono in un niente eterno. Il sangue scivola lungo i collo e finisce sulla giacca a vento nera di ordinanza dove forma un laghetto scuro.
 “Paura?” Gli ho chiesto.
Non ha aperto bocca.

Ho lasciato cadere il tubo di ferro, ho pensato alle conseguenze, forse le cose cambieranno.
Non sono pentito, anche se sono quasi sicuro che non riuscirò a prendere sonno, stanotte. Metto le mani in tasca e schiaccio un po’ di bollicine della carta da imballaggio che porto sempre con me.
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sabato, 08 aprile 2006

Le cuffiette mi mandano nelle orecchie Cheapskates dei Clash, che sta in Give ‘em enough rope. Cheapskates significa miserabili, nelle intenzioni di Joe Strummer & C. si tratta dei diseredati, di chi non ha nulla su cui fondare la propria vita. Esco dal vagone della metropolitana, Linea 1, fermata Loreto, salgo le scale che portano in superficie. Arrivo all’altezza della guardiola e vedo un controllore che parla in modo concitato a un piccolo uomo con la faccia scura e una fisarmonica a tracolla. Accanto a lui c’è una donna. Spengo il lettore perché voglio capire cosa sta succedendo, il controllore sembra agitato. Stop Cheapskates. Il controllore sta dicendo all’uomo, Tu qui non ci devi stare, hai capito, gli si rivolge ad alta voce, è aggressivo. Hai capito, continua mentre l’uomo con la faccia scura si allontana lentamente guadagnando l’uscita. Hai capito che qui non ci devi venire, altrimenti chiamo la Polizia e ti faccio passare un brutto quarto d’ora!!!! L’uomo con la fisarmonica a tracolla arretra, la donna è già oltre il varco, il controllore aggiunge: E non sorridere, hai capito, ho visto che sorridi, credi di prendermi per il culo, guarda che ti faccio passare un brutto quarto d’ora!!!! Mi fermo davanti al varco, mentre l’uomo con la fisarmonica sta superando il varco, guardo il controllore e indicandolo gli grido: Ma lascialo in pace, ma smettila stronzo!

Poi raggiungo la coppia, e dico all’uomo con la fisarmonica, Non stare a sentirlo, è uno stronzo. E lui, Eh sì, amico, proprio uno stronzo. Esco in piazza Argentina. Speravo che il controllore reagisse, ma niente, non ha aperto bocca mentre gli ricordavo chi è. Proprio un cheapskate.

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giovedì, 30 marzo 2006
Le cose hanno cominciato ad andare in modo strano da quando sono entrato nell’ufficio postale della Stazione Centrale, quello temporaneo antistante l’ingresso. Davanti hanno allestito un palco, e sopra c’era un gruppo di giovini, che ha attaccato proprio mentre entravo nell’ufficio. Suonavano una miscela di Clash stile Give ‘em enough rope “ammorbiditi” dai Green Day che mi ha subito maldisposto. Era terribilmente in contrasto la loro giovinesca “freschezza” con la clashità che cercavano di infilare nelle chitarre. Bah, pazienza. Ho sbrigato le faccende da sbrigare in Posta e sono salito sul tram n. 1 per tornare a casa. Ero da qualche minuto in viaggio quando ho spostato lo sguardo in alto, verso le targhe su cui è scritto il regolamento Atm per i viaggiatori. In basso, nella parte dedicata al trasporto degli animali a bordo mi sono fermato a leggere la sezione Trasporto di pesci e pulcini vivi. Ho scoperto che l’Atm vieta ai passeggeri di trasportare più di due pesciolini pro-capite! Pazzesco. Significa che io, se sono da solo, non posso trasportare su un tram dell’Atm più di due pesciolini per volta!!! Ma è inaudito! Ponete il caso voglia trasportare dal punto A della città al punto B n. 3 pesciolini, che faccio, ne trasporto prima due, poi torno indietro, prendo il terzo e mi rifaccio un’altra volta il viaggio? Ma non è finita qua. L’Atm vieta ai passeggeri di trasportare pesciolini e pulcini all’interno di contenitori dagli spigoli vivi e di forme e dimensioni che possano intralciare gli altri passeggeri. Ma ci pensate? Non è possibile trasportare due pescilini rossi in un enorme contenitore piramidale con angoli rinforzati di zinco, e magari tempestato di strass!!! E per di più, l’Atm vieta di trasportare pesciolini in contenitori maleodoranti: Ecco, ora non si possono trasportare i propri pesciolini rossi preferiti in contenitori in cui prima, magari, si siano sversate le deiezioni della propria iguana!!!!!  Pazzesco.
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